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“Non volete smettere di consumare? Tranquilli, sarà la realtà che vi costringerà a farlo”

19/04/2010

SempereJoaquín Semprere è professore di Sociologia all’Università di Barcellona e autore di diverse opere sull’esplosione consumista, l’esaurimento dei combustibili non rinnovabili e la crisi ecologica. I suoi terreni di ricerca preferiti si accentrano sulle necessità umane e ambientali. Ha partecipato alla Settimana Galiziana di Filosofia 2010 con un intervento sulla decrescita. “Quando le banche o i finanzieri parlano di crescita”, spiega il sociologo, “questo non ha niente a che vedere con il progresso umano, con i bisogni reali, ma con un unico concetto: aumentare, aumentare, aumentare sempre il volume dell’economia”

Anche senza sapere bene perché si aumenta
Esatto. Sta qui la grande domanda: Perché? È normale se uno è povero incrementare e migliorare la sua alimentazione, il suo spazio vitale, le sue comodità, ma se si pensa che questo possa crescere indefinitamente la cosa assume un significato diverso.
Avendo un tetto e mangiando tre volte al giorno, perché crescere ancora?
È proprio questa la domanda che non solo indica la logica ma che oggi assume caratteristiche nuove perché il dato è che la popolazione mondiale in soli 200 anni si è moltiplicata per sette, il peso ecologico si è moltiplicato molto di più (c’è chi dice per cinquanta o sessanta) e l’impatto dell’uomo sulla superficie della terra, sulla biosfera, è ormai fuori dal normale e stiamo arrivando al limite. In realtà ci sono ricercatori che avvertono seriamente che siamo già arrivati al limite e questa domanda che Lei pone assume un valore qualitativamente diverso, un valore di sopravvivenza della specie.
La soluzione è la decrescita o è solo un concetto di moda?
Non mi piace molto la parola decrescita per descrivere quello che si dovrebbe ricercare, mi soddisfa di più l’espressione “un’economia ecologicamente sostenibile”.
Come arrivarci?
Per certi aspetti è vero che effettivamente ci sarà da decrescere, soprattutto nei Paesi più ricchi dove chiaramente abbiamo passato i limiti e consumiamo troppo e in modo superfluo e stiamo minando le basi naturali della vita per le generazioni future e anche per le generazioni presenti dei Paesi più poveri. E pertanto qui si che ci sarà da decrescere ma altrove no, altrove si dovrà crescere come per esempio nelle energie rinnovabili o nel Terzo Mondo e anche qui ci sono settori poveri che hanno la necessità di aumentare il loro livello di vita. Per cui credo che se si parla tanto di decrescita è per un fatto di moda. Qualcuno (qualcuno importante) ha lanciato l’idea molti anni fa, è stato un economista che è uno dei padri dell’economia ecologica, e poi il tema è stato ripreso in questi ultimi dieci anni, soprattutto in Francia e in Italia ed effettivamente decrescita è un termine che ha fatto fortuna, ma in fondo credo che la maggioranza sia d’accordo che questa non è l’idea centrale, ma è l’economia sostenibile.
Fermarsi?
Fermarsi, sì, prima si parlava anche di crescita zero o di stato stazionario dell’economia, che sarebbe così. La cosa curiosa del concetto di decrescita è il suo impatto pubblicitario: volete la crescita? Allora non solo proponiamo la crescita zero ma la decrescita.
Questo tipo di misure lo vedremo o non c’è alcun rimedio?
Qui bisogna vedere da diversi punti di vista: uno è che alcuni di coloro che parlano di decrescita lo vedono come un programma di vita e di azione, e a me pare positivo che ci sia un programma di azione. Ma si può guardare da un altro punto di vista: la realtà stessa ci imporrà il razionamento, ci provocherà dei collassi, un caso chiarissimo è quello del petrolio, che finirà e tutti lo sanno anche se nessuno lo dice e in effetti c’è chi sostiene che già attualmente siamo entrati nella fase di declino e può darsi davvero che sia così. Come si dice: non vuoi farla finita con il consumo, smettere di consumare? Tranquillo che sarà la realtà a costringerti, te lo imporrà. E se non ci sarà gente che farà questo discorso della decrescita, della crescita zero, della frugalità, se nessuno ci penserà né lo divulgherà, continueremo con gli stessi miti che è possibile continuare a crescere e invece bisogna farla finita con questo.
E cosa vi aspettate che succeda allora? Più guerre tanto per cominciare?
Se succede questo potrebbero esserci conseguenze politiche molto sgradevoli o molto disastrose: per cominciare leader populisti che promettano mari e monti, il messaggio “non vi preoccupate, ci penso io”. E come ci penserà? Ci sono varie maniere perché il mondo è molto grande ed è ripartito in modo molto diseguale, e può darsi che una parte dell’umanità, quella che ha più soldi, tecnologia ed armi, si imponga agli altri, allora potremmo entare in un’epoca di disordini, guerre e di avventure imperialiste. Abbiamo di fronte il caso dell’Iraq e nulla ci garantisce che non ci saranno altri casi simili in futuro. Quello che penso in generale è che andremo, più che ad una riduzione volontaria del consumo, a una frugalità imposta dalla realtà stessa e che se non ci saranno porgrammi di azione individuale, collettiva e anche politica per amministrare adeguatamente questa scarsità di risorse che ci troveremo addosso, se non ci sarà razionalità su questo punto e spirito di solidarietà potremmo entrare in una fase regressiva di decadenza della civiltà, di disgregazione sociale e di conflittualità all’interno e all’esterno dei Paesi.

Fonte: http://www.farodevigo.es/portada-pontevedra/2010/04/11/quiere-parar-consumir-tranquilo-obligara-realidad/428073.html

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Questioni di metodo e questioni strategiche

07/02/2010
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Visioni del Mondo
Scritto da Moreno Pasquinelli

Considerazioni teoriche sulla crisi, le contraddizioni che porta in prima linea e sul campo di battaglia

Che cos’è e come si fa oggi l’analisi della situazione sociale

La critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione. Essa non è un coltello anatomico, è un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, che essa non vuole confutare bensì annientare
K.Marx

Lenin, convinto assertore della primazia della politica come arte della trasformazione sociale, insegnava che se il partito rivoluzionario vuole che la sua azione dia dei frutti, quest’ultima deve sempre essere ancorata alla “analisi concreta della situazione concreta”. Una volta fatta quest’analisi su essa era  tenuto a scommettere senza esitazione. Nel vortice del 1917 Lenin precisava che non ci si doveva “lasciar guidare dallo stato d’animo delle masse, che è instabile e non può essere calcolato”, bensì “dall’analisi obiettiva e dalla valutazione della rivoluzione”.

Quest’appello alla concretezza, così peculiare del Lenin politico, poggiava tuttavia su tre postulati teorici: (1) la certezza categorica dell’inevitabilità del socialismo, (2) la funzione rivoluzionaria della classe operaia, (3) la convinzione che si era entrati nella fase finale della guerra di classe.
E’ appoggiandosi ad essi che si spiega l’imprescindibilità del Partito politico per Lenin, concepito come il mezzo con cui la classe acquista consapevolezza della propria missione storica ed infine come l’ostetrica che avrebbe assicurato che il parto storico del socialismo sarebbe andato a buon fine.

Il richiamo leniniano “all’analisi concreta della situazione concreta”, era si di chiara marca empiristica, ma adagiato su rassicuranti postulati teorici, così che si trattava di scovare nel mondo fenomenico i segni, la conferma di quei postulati e della direzione di marcia della storia.
Noi siamo oggi in una situazione radicalmente diversa. Non solo perché la formazione sociale che chiamiamo capitalismo è profondamente mutata, perché quei postulati si sono dimostrati fallaci. Non è vero che il socialismo sia ineluttabile, non è vero che la classe operaia abbia congenita una missione salvifica universale, né siamo in alcuna fase finale della vita del capitalismo. Sappiamo infine che il ruolo del partito politico nella trasformazione sociale è ben più grande che non quello di una levatrice. Esso non è nemmeno soltanto l’avanguardia o la guida: è il reagente che innesca, date certe condizioni oggettive, quella gigantesca reazione chimica che chiamiamo Rivoluzione e per mezzo della quale la trasformazione sociale è possibile.

Cosa ne consegue? Che siamo tenuti a compiere “l’analisi concreta della situazione concreta” senza mai smarrire né la nostra visione del mondo né i fini che ci poniamo, che costituiscono l’ordito della nostra teoria politica. E’da questa teoria che infatti ricaviamo il metodo d’indagine che usiamo, un metodo, quello nostro, che non si da quindi le arie, che non proclama di essere “obbiettivo” o “neutrale”.
Questa crisi qui

Da parte nostra, dobbiamo portare interamente alla luce del giorno il vecchio mondo e creare positivamente il nuovo mondo. Quanto più a lungo gli eventi lasceranno tempo per riflettere all’umanità che pensa e tempo per riunirsi all’umanità che soffre, tanto più perfetto verrà al mondo il frutto che il presente porta in grembo”.
K. Marx

I fatti, si dice, hanno la testa dura, ma questo non vuol dire che i “fatti” in quanto tali sia univoci, che parlino da soli. Attraverso la prassi i “fatti” servono per verificare la validità della teoria, ma questa non dipende da quelli. Essi sono molto spesso opachi, ambigui, polisemici. Risultati sporchi del marasma sociale, vanno interpretati, decodificati, poiché essi stessi altamente contraddittori.  Una linea politica viene dunque a dipendere non tanto dai cosiddetti “fatti”, ma da come essi vengono interpretati, allo stesso modo che il risultato di un’operazione scientifica dipende anzitutto dalle procedure utilizzate.

Che siamo dentro una crisi profonda del sistema capitalistico è un fatto, ma un fatto che non ci dice niente di per sé. Occorre spiegare non solo la portata ma la natura di questa crisi, indicare per quali vie il sistema potrebbe o no uscirne. O se ci sono vie d’uscita anti-sistemiche. Su questo abbiamo già detto la nostra. Si tratta di una crisi storico-sistemica, non di una mera recessione, destinata a causare un declino del capitalismo occidentale, a gettarlo in un periodo storico di convulsioni sociali e politiche  acutissime. Non siamo quindi in presenza soltanto di una grande crisi di sovrapproduzione, siamo in presenza di un collasso del modus vivendi ed essendi del capitalismo occidentale. Sta andando in pezzi il modello sistemico, l’architettura stessa del capitalismo occidentale.

«La crisi storico-sistemica di questo centro imperialistico di gravità non significa che il modo capitalistico di produzione in quanto tale abbia detto l’ultima parola, che sia entrato nella fase “finale” o della “agonia mortale”. Ciò che è al tramonto è piuttosto il modello economico, sociale e politico capitalistico affermatosi dal dopoguerra in avanti in tutto l’Occidente, la forma storicamente determinata di capitalismo che ha avuto l’egemonia e il sopravvento a scala mondiale. Sta morendo quella formazione sociale denominata “società opulenta” fondata sul consumismo compulsivo delle larghe masse come motore dello “sviluppo”, contraddistinta dalla trasformazione del proletariato in “nuova classe media”, dalla giugulazione finanziaria e dal saccheggio delle periferie, da quell’accumulazione gigantesca di super-profitti che ha dato i natali al cosiddetto turbo-capitalismo. La “società opulenta” e il turbo-capitalismo agonizzano a causa del loro stesso sviluppo ipertrofico».

Può venirne fuori il sistema? Certo che può venirne fuori, ma a tre  condizioni: dovrà anzitutto tenere testa alle tremende turbolenze interne che lo faranno tremare da cima a fondo, dovrà resistere alle micidiali pressioni che gli verranno dall’esterno, e per riuscirci dovrà in corso d’opera rifondare se stesso, ristrutturarsi completamente. L’esito viene a dipendere dunque da quello della lotta tra le forze antagonistiche, tra chi vuole conservare e chi vuole rovesciare il sistema.

Tuttavia, come ogni crisi storico-sistemica, anche questa è destinata, come minimo, a produrre due effetti.
Il primo consiste nello sconvolgimento dell’ordinamento sociale  e, contestualmente, della composizione sia della classe dominante che di quella dominata. E’ un fatto che ogni crisi economico-sociale profonda riconfigura a fondo anzitutto il proletariato, indebolendo la posizione predominante dell’aristocrazia operaia e spingendo su gli strati pauperizzati – non lo sviluppo ma la crisi dello sviluppo genera la spinta sovversiva in seno alla società.
Di conseguenza, seppure in modo non lineare, la crisi risveglia i popoli e le classi dal loro torpore, poiché, come da noi affermato «… seppure non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si decidono, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole».

Ma non si passa però dalla catalessia al moto impetuoso d’un balzo, il corpo sociale dovrà patire un periodo di spasmi e contorsioni, che sarà tanto doloroso tanto più a lungo è stato immobile.
Eraclito non Hegel

Gli operai europei dovranno attraversare quindici, venti, cinquanta anni di guerre civili e internazionali, non solo per trasformare la situazione ma per trasformare anzitutto se stessi.”
K.Marx

E qui siamo ad un nodo cruciale dal cui scioglimento dipendono i criteri basilari dell’azione politica rivoluzionaria. Sappiamo che non può esservi azione politica giusta sulla base di un’analisi errata. L’azione rivoluzionaria è cioè preceduta dall’analisi rivoluzionaria, che consiste in primo luogo nel riconoscimento delle contraddizioni sistemiche, nell’assegnazione a queste ultime di un rango, nel disvelamento dei loro aspetti primari o secondari.

La crisi storico-sistemica, non quindi una mera perturbazione del ciclo economico, ha questo di peculiare, che porta alla ribalta il conflitto sociale come fattore saliente, pone fine alla pace tra le classi e tra i popoli, così che anche i più ostinati debbono accettare ciò che affermava il grande Eraclito, che «La lotta è la regola del mondo e la guerra è la comune generatrice e signora di tutte le cose».

Dialettica è dunque la nostra visione del mondo, dialettici il nostro metodo e la nostra analisi, poiché il divenire storico sociale è quella forza propulsiva che origina dai contrasti, dalle opposizioni, dai conflitti, dalla discordia. Con due precisazioni necessarie. La prima è che l’assolutezza dei contrasti soggiace anch’essa al mutamento, per cui possono esservi fasi, situazioni, in cui i conflitti possono placarsi o inabissarsi nelle viscere della società, e altre in cui erompono con forza distruttiva. La seconda è che se l’armonia tra opposte forze si da solo in forme provvisorie ed effimere, quindi per loro natura instabili, ciò implica che una conciliazione, una pacificazione, una sintesi non possono sopraffare il contrasto. Per dirla con George Sand: “Il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla. Così, inesorabilmente, è posto il problema”.
Eraclito quindi, non Hegel: gli opposti sono bensì inseparabili l’uno all’altro, ma mai conciliati; il loro stato di belligeranza è permanente, l’uno deve infine trionfare sull’altro, rivoluzione sociale e politica o controrivoluzione, solo così una nuova opposizione prenderà vita. E le anime belle che fanno spallucce, che vorrebbero cercare un rifugio, una scappatoia a questa regola inesorabile della dialettica storica sappiano che il potere sistemico ha solo un modo per sfuggire alle sue contraddizioni interne, la guerra.

Le due contraddizioni principali

«La storia è radicale e percorre parecchie fasi, quando deve seppellire una figura vecchia. (…) L’arma della critica non può certamente sostituire la critica della armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse»
K. Marx

Ogni crisi storico-sistemica, imprimendo un’accelerazione ai fenomeni sociali, scombussola il rango ingessato delle contraddizioni, ridislocandole, spostando dietro quelle che erano primarie e facendo diventare primarie quelle che erano prima latenti. Qual è la contraddizione principale, e quali le secondarie che questa crisi storico-sistemica porta alla ribalta?

Prima di dare una risposta occorre allargare lo sguardo e collocare questa crisi nel contesto in cui effettivamente si trova. Cosa scopriamo? Che essa si è fatta avanti mentre più acuta che mai è diventata l’opposizione tra un modo di produzione che per sua natura tende allo sviluppo smisurato e i limiti fisici che l’eco-sistema pone a questo sviluppo medesimo. Il modo capitalistico di produzione, a causa della sua prodigiosa espansione, è entrato in un conflitto insanabile con il mondo: la natura del capitalismo si pone contro la natura naturale, le leggi del primo contro quelle della seconda.

Abbiamo così un paradosso: che i rivoluzionari, in quanto tenuti  anzitutto a difendere quella natura naturale senza la quale nessun discorso di liberazione avrebbe senso logico e storico, debbono sapere di essere diventati conservatori. Detto altrimenti siamo dentro ad un cambio di paradigma, ovvero l’abbandono irreversibile del mito del progresso per cui ogni avanzata del capitalismo era considerata un passo avanti verso il socialismo. E’ vero invece il contrario: ogni passo avanti del capitalismo sulla sua propria strada è un avvicinarsi non solo alla barbarie sociale ma all’abisso di civiltà. Il convoglio dell’umanità, col Capitale alla guida, sta procedendo contro mano. Occorre fermarlo per poter poi invertire la rotta.

Questo è necessario per comprendere qual è la contraddizione principale, poiché essa non è quella di tipo logico-metafisco indicata da Marx —tra le forze produttive che tendono ad uno sviluppo illimitato e i rapporti di produzione che agirebbero su di esse come una camicia di forza.
La contraddizione principale che questa crisi ripropone al centro della vicenda sociale, quella che riposiziona e si porta appresso quelle secondarie, è proprio l’opposizione reale e concreta, tra il Capitale, giunto al suo più alto grado di sviluppo, e le masse sterminate di proletari che sono la vera forza motrice che sta dietro alla sua potenza. Con questa specificazione marxiana: «Per “proletario” dal punto di vista economico non si deve intendere se non l’operaio salariato che produce e valorizza “capitale” ed è gettato sul lastrico non appena sia diventato superfluo per i bisogni di valorizzazione di “Monsieur le Capital”.»
Questo ha di bello questa crisi, che riconduce il capitalismo ai suoi fondamentali, che getta sul lastrico milioni di lavoratori, che innesca la tendenza alla pauperizzazione. Se è l’esistenza che determina la coscienza, la coscienza dovrà adeguarsi a questa nuove penosa dimensione dell’esistenza.

La crisi significa che il capitale occidentale deve spezzare l’equilibrio, il compromesso che esso aveva stipulato col lavoro salariato, ove il patto consisteva nello scambio tra la massima produttività concessa da quest’ultimo, e da cui dipende che il Capitale possa valorizzarsi, e il “benessere” che il Capitale aveva a sua volta concesso al lavoro salariato, e che è consistito nella devoluzione  ad esso di una parte del plusvalore. Questo patto storico è stato reso possibile grazie all’imperialismo che, come capirono presto i capitalisti inglesi, “… era la via per risolvere la questione sociale”, ovvero, grazie al saccheggio delle periferie, reperire la ricchezza supplementare necessaria per smorzare la lotta di classe, comprare l’acquiescenza dei propri salariati trasformandoli in aristocrazia del lavoro.

L’irriducibile Resistenza dei popoli del “terzo mondo” e l’irrompere sulla scena di paesi arretrati come nuove potenze economiche ha contribuito ad inceppare i meccanismi del sistema imperialistico, che ora è costretto a rimangiarsi tutto quanto aveva concesso ai popoli occidentali, facendoli lavorare come forzati per salari di fame, quindi generando un esercito industriale di riserva di proporzioni massicce. E’questo che condurrà all’esacerbazione dei conflitti sociali interni.

Sono componibili questi conflitti? Solo se l’imperialismo riuscisse in tempi stretti a ripristinare il proprio incontrastato dominio economico, cioè vincendo le Resistenze dei popoli e delle nazioni oppresse e risospingendo paesi come la Cina, l’India o il Brasile in uno stato di minorità. Ma questo è teoricamente possibile, con o senza Obama, solo riconquistando con la forza le sue posizioni perdute.

E qui veniamo alla seconda contraddizione principale, quella esterna, tra l’imperialismo e i popoli che, sia essi seguendo una via capitalistica o socialista al proprio sviluppo, sono obbligati a sganciarsi dalla morsa occidentale.

Se è facile affermare che occorre agire su queste due contraddizioni principali, non sarà invece agevole la vittoria sul Capitale imperialistico. E perché non lo sarà? Perché la vittoria viene a dipendere da due necessità scottanti: la saldatura dei salariati occidentali coi popoli che resistono, come pure una relazione non antagonistica con quei paesi come la Cina la cui avanzata contribuisce, se non altro come un katekhon, come una forza frenante del nostro nemico principale.

Oggi sia la saldatura coi popoli che resistono che un rapporto positivo con la Cina e i “paesi emergenti” appaiono ardui, visto che le masse occidentali sono, pur passivamente, intruppate dal capitale nella “guerra imperialista di civiltà”.
Molta strada dovrà essere percorsa, e forse molto sangue scorrere, prima che la Santa alleanza che lega borghesi e proletari si spezzi.

Zygmunt Bauman: Sul capitalismo come “sistema parassita”

16/01/2010

Come il recente “tsunami finanziario” ha dimostrato a milioni di persone che credevano ai mercati capitalisti e alla banca capitalista come metodi ovvi per risolvere con successo dei problemi, il capitalismo si è specializzato nella creazione di problemi, non nella loro risoluzione.

Come i sistemi dei numeri naturali del famoso teorema di Kurt Gödel, il capitalismo non può essere al tempo stesso coerente e completo. Se è coerente con i suoi stessi principi,  sorgono problemi che non può affrontare; e se cerca di risolverli, non può farlo senza cadere nella mancanza di coerenza con le sue stesse premesse. Molto prima che Gödel scrivesse il suo teorema, Rosa Luxemburg pubblicò il suo studio sull'”accumulazione capitalista” nel quale ipotizzava che il capitalismo non può sopravvivere senza economie “non capitaliste”; può funzionare secondo i suoi principi solo se esistono “territori vergini” aperti all’espansione e allo sfruttamento, anche se quando li conquista a fini di sfruttamento, il capitalismo li priva della loro verginità precapitalista e in questo modo esaurisce le riserve che lo nutrono. In buona misura è come un serpente che si divora la coda: in un primo momento il cibo abbonda, ma presto si fa sempre più difficile da ingoiare, e poco dopo non rimane nulla da mangiare e neanche chi lo mangi…

Il capitalismo è in essenza un sistema parassita. Come tutti i parassiti, può prosperare per un po’ se incontra l’organismo ancora non sfruttato di cui possa alimentarsi, ma non può farlo senza danneggiare l’ospite né senza distruggere, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o perfino della sua stessa sopravvivenza.

Rosa Luxemburg, che scrisse in un’era di imperialismo rampante e conquista territoriale, non poteva prevedere che le terre premoderne di continenti esotici non erano gli unici possibili  “ospiti” di cui il capitalismo poteva alimentarsi per prolungare la sua vita e iniziare successivi cicli di prosperità. Il capitalismo rivelò da allora il suo sorprendente ingegno per ricercare e trovare nuove specie di ospiti ogni volta che la specie precedentemente sfruttata si debilitava. Una volte annesse tutte le terre vergini “precapitaliste”, il capitalismo inventò la “verginità secondaria”. Milioni di uomini e donne che si dedicavano a risparmiare anziché vivere di credito furono trasformati con astuzia in uno di questi territori vergini non ancora sfruttati.

L’introduzione delle carte di credito fu l’indizio di quello che si avvicinava. Le carte di credito avevano fatto irruzione nel mercato con una consegna eloquente e seduttrice: “eliminare l’attesa per concretizzare il desiderio”. Si desidera qualcosa ma non si è risparmiato a sufficienza per pagarlo? Bene, ai vecchi tempi, che per fortuna ormai sono passati, si doveva rimandare le soddisfazioni (questo rimando, secondo Max Weber, uno dei padri della sociologia moderna, era il principio che rese possibile l’avvento del capitalismo moderno): stringere la cinghia, negarsi altri piaceri, spendere in modo prudente e frugale e risparmiare il denaro che si poteva mettere da parte con la speranza che con la dovuta attenzione e pazienza si sarebbe messo insieme quanto sufficiente per concretizzare i sogni.

Grazie a Dio e alla benevolenza delle banche, non è più così. Con una carta di credito, quest’ordine si può invertire: godi ora, paghi dopo! La carta di credito ci dà la libertà di gestire le proprie soddisfazioni, di ottenere le cose quando le vogliamo, non quando ce le guadagniamo e possiamo pagarle.

Per evitare di ridurre l’effetto delle carte di credito e del credito facile a un semplice guadagno straordinario per coloro che prestano, il debito doveva (e lo fece con grande velocità!) trasformarsi in un surplus permanente di generazione di guadagno. Non può pagare il suo debito? Non si preoccupi: a differenza dei vecchi sinistri prestatori, ansiosi di recuperare alla scadenza fissata in anticipo quello che avevano prestato, noi, i moderni prestatori amichevoli, non chiediamo il rimborso del nostro denaro ma le offriamo di darle ancora credito per restituire il debito precedente e rimanere con un po’ di denaro in più (vale a dire, debito) per pagare nuovi piaceri. Siamo le banche a cui piace dire “sì”. Le banche amichevoli. Le banche sorridenti, come affermava una delle pubblicità più ingegnose.

La trappola del credito

Quello che nessuna pubblicità dichiarava apertamente era che in realtà le banche non volevano che i loro debitori rimborsassero i prestiti. Se i debitori restituissero con puntualità quanto prestato, non sarebbero più debitori. È il loro debito (l’interesse mensile che si paga su di esso) ciò che i moderni prestatori amichevoli (e di notevole sagacia) decisero e ottennero di riformulare come fonte principale del loro ininterrotto guadagno. I clienti che restituiscono con rapidità il denaro che hanno richiesto sono l’incubo dei prestatori. La gente che rifiuta di spendere denaro che non ha guadagnato e si astiene dal chiederlo in prestito non risulta utile ai prestatori, e così neppure le persone che (per motivi di prudenza o per un antiquato senso dell’onore) si affrettano a pagare i loro debiti per tempo. Per i  profitti loro e dei loro azionisti le banche e i fornitori di carte di credito dipendono ora da un “servizio” ininterrotto di debiti e non dal rapido rimborso degli stessi. Per quanto li riguarda,  un “debitore ideale” è quello che non rimborsa mai del tutto il credito. Si pagano delle multe se si vuole rimborsare la totalità di un credito ipotecario prima della scadenza concordata… Fino alla recente “crisi del credito”, le banche e gli emissori di carte di credito si mostravano più che disponibili a offrire nuovi prestiti a debitori insolventi per coprire gli interessi non pagati dei debiti precedenti. Una delle principali compagnie di carte di credito della Gran Bretagna ha rifiutato poco tempo fa di rinnovare le carte dei clienti che pagavano la totalità dei loro debiti ogni mese e pertanto non incorrevano in alcun interesse sanzionatorio.

Per riassumere, la “crisi del credito” non è stata il risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è stato un risultato del tutto prevedibile, anche se inatteso, il frutto del loro notevole successo: successo nel senso di trasformare l’enorme maggioranza degli uomini e delle donne, vecchi e giovani, in un esercito di debitori. Hanno ottenuto quello che volevano: un esercito di eterni debitori, l’autoperpetuazione della situazione di  “indebitamento”, mentre si cercano altri debiti come l’unica istanza realista di risparmio a partire dai debiti in cui già si è incorsi.

Entrare in questa situazione è stato più facile che mai prima nella storia dell’umanità, mentre uscirne non è mai stato così difficile. Sono già stati tentati, sedotti e indebitati tutti coloro che potevano diventare debitori, così come milioni di altri che non si poteva né doveva incitare a chiedere prestiti.

Come in tutte le mutazioni precedenti del capitalismo, anche questa volta lo Stato ha assistito alla creazione di nuovi terreni fertili per lo sfruttamento capitalista: fu su iniziativa del presidente Clinton che si introdussero negli Stati Uniti le ipoteche subprime auspicate dal governo per offrire credito per l’acquisto di case a persone che non avevano mezzi per rimborsare questi prestiti, e per trasformare così in debitori settori della popolazione che fino a quel momento erano stati inaccessibili allo sfruttamento mediante il credito…

Comunque, così come la scomparsa della gente scalza significa problemi per l’industria delle calzature, la scomparsa della gente non indebitata annuncia un disastro per il settore del credito. La famosa predizione di Rosa Luxemburg si è realizzata ancora una volta: un’altra volta il capitalismo è stato pericolosamente vicino al suicido arrivando ad esaurire la riserva di nuovi territori vergini per lo sfruttamento…

Finora, la reazione alla “crisi del credito”, per quanto impressionante e perfino rivoluzionaria possa sembrare una volta processata nei titoli dei media e nelle dichiarazioni dei politici, è stata “aumentare la dose”, con la vana speranza che le possibilità rivitalizzanti di guadagno e consumo di questa tappa non si siano esaurite completamente: un tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di far sì che i loro debitori tornino a essere degni di credito, in modo che l’affare di prestare e prendere in prestito, di diventare debitori e  rimanere tali, possa ritornare ad essere “abituale”.

Lo Stato benefattore per i ricchi (che, a differenza del suo omonimo per i poveri non ha mai visto mettere in discussione la sua razionalità, e ancor meno interrotte le sue operazioni) è tornato nelle saloni da esposizione dopo aver abbandonato le dependence di servizio nelle quali erano stati temporaneamente relegati i suoi uffici per evitare paragoni invidiosi.

Quello che le banche non riuscivano a ottenere -per mezzo delle loro abituali tattiche di tentazione e seduzione- lo ha fatto lo Stato mediante l’applicazione della sua capacità coercitiva, obbligando la popolazione a incorrere collettivamente in debiti di proporzioni senza precedenti: gravando/ipotecando il livello di vita di generazioni che ancora non erano nate…

I muscoli dello Stato, che da molto tempo non venivano usati per questi scopi, sono tornati a flettersi in pubblico, stavolta al fine di continuare un gioco nel quale i partecipanti mostrano di provare indignazione per questa flessione, ma di ritenerla inevitabile; un gioco che, curiosamente, non può sopportare che lo Stato usi i muscoli ma non può sopravvivere se non lo fa.

Ora, un centinaio di anni dopo che Rosa Luxemburg fece conoscere il suo pensiero,  sappiamo che la forza del capitalismo sta nel suo sorprendente ingegno per cercare e  trovare nuove specie di ospiti ogni volta che la specie precedentemente sfruttata è troppo debilitata o muore, così come nella speditezza e la velocità virulente con le quali si adatta alle idiosincrasie delle sue nuove prede. Nel numero di novembre 2008 di The New York Review of Books (nell’articolo “La crisi e che fare per affrontarla”), l’intelligente analista e maestro dell’arte del marketing George Soros ha presentato l’itinerario delle imprese capitaliste come una successione di “bolle” di dimensioni che eccedevano di molto la loro capacità e esplodevano rapidamente una volta che si raggiungeva il limite della loro resistenza.

La “crisi del credito” non segna la fine del capitalismo; solo l’esaurimento di uno dei suoi  successivi pascoli… La ricerca di un nuovo prato comincerà subito, come nel passato, stimolata dallo Stato capitalista mediante la mobilitazione compulsiva di risorse pubbliche  (per mezzo di imposte anziché tramite una seduzione di mercato che si trova temporaneamente fuori servizio). Verranno cercate nuove “terre vergini” e si cercherà a destra e sinistra di aprirle allo sfruttamento finché le loro possibilità di aumentare i guadagni di azionisti e gli stipendi dei dirigenti a loro volta si esauriscano.

Come sempre (come nel XX secolo abbiamo appreso anche a partire da una lunga serie di scoperte matematiche da Henri Poincaré a Edward Lorenz) il minimo passo di lato può portare in un precipizio e finire in un disastro. Perfino i più piccoli progressi possono scatenare inondazioni e finire in un diluvio…

Gli annunci di un’altra “scoperta” di un’isola sconosciuta attirano moltitudini di avventurieri che eccedono di molto le dimensioni del territorio vergine, moltitudini che in un batter d‘occhio dovrebbero tornare di corsa alle loro imbarcazioni per fuggire dall’imminente  disastro, sperando contro ogni speranza che le imbarcazioni siano sempre lì, intatte, protette…

La grande domanda è in quale momento la lista delle terre disponibili per una “verginizzazione secondaria” si esaurirà, e le esplorazioni, per quanto più frenetiche e ingegnose siano, smetteranno di generare respiro temporaneo. I mercati, che sono dominati  dalla “mentalità cacciatrice” liquida moderna che ha sostituito l’atteggiamento premoderno di  guardaboschi e la classica posizione moderna di giardiniere, sicuramente non si disturberanno a porsi questa domanda, dato che vivono passando da un’allegra battuta di caccia all’altra, come un’altra opportunità di rimandare, non importa quanto brevemente né a che prezzo, il momento nel quale si scopra la verità.

Non abbiamo ancora iniziato a pensare seriamente alla sostenibilità della nostra società che va avanti a credito e consumo. “Il ritorno alla normalità” comporta un ritorno a strade pessime e sempre pericolose. L’intenzione di farlo è allarmante: indica che né la gente che dirige le istituzioni finanziarie, né i nostri governi, sono arrivati al fondo del problema con le loro diagnosi, e ancor meno con le loro azioni.

Parafrasando Héctor Sants, il direttore dell’Autorità per i Servizi Finanziari, che poco tempo fa ha confessato l’esistenza di “modelli di impresa poco attrezzati per sopravvivere allo stress (…), cosa che lamentiamo”, Simon Jenkins, un analista di The Guardian di straordinaria acutezza, ha osservato che “è stato come se un pilota protestasse perché il suo aereo vola bene ad eccezione dei motori”.

Zygmunt Bauman e Clarín, 2009.