Naomi Klein: il cemento armato dei socialisti cileni

22/03/2010

cile_terremotoDa quando la deregulation ha causato un collasso economico di portata mondiale nel settembre 2008 e tutti si sono di nuovo convertiti al keynesismo, non è semplice essere un seguace fanatico dell’economista Milton Friedman. È così ampiamente screditato il brand dei fondamentalisti del libero mercato che i suoi seguaci  cercano sempre più disperatamente di attribuirsi vittorie ideologiche anche se per niente convincenti.

Abbiamo un esempio particolarmente sgradevole a portata di mano. Solo due giorni dopo che il Cile era stato colpito da un devastante terremoto, l’opinionista del Wall Street Journal Bret Stephens informava i suoi lettori che “sicuramente lo spirito…” di Milton Friedman ”…aleggiava protettivo sul Cile” perché, ”grazie in gran parte a lui, il Paese ha resistito a una tragedia che in ogni altro posto sarebbe stata un’apocalisse… Non è un caso che i cileni vivessero in case di mattoni -e gli haitiani in case di paglia- quando è arrivato il lupo per cercare di buttarle giù soffiando”.

Secondo Stephens le radicali politiche di libero mercato prescritte al dittatore Augusto Pinochet da Milton Friedman e dai suoi tristemente famosi “Chicago Boys” sono la ragione per cui il Cile sarebbe una nazione prospera con “una delle più rigorose normative edilizie del mondo”.

Questa teoria ha un problema piuttosto grosso. La normativa edilizia antisismica, predisposta per resistere ai terremoti, è stata promulgata nel 1972. Quell’anno ha un significato enorme perché è l’anno che precede l’arrivo al potere di Pinochet con un sanguinoso golpe sostenuto dagli Stati Uniti. Questo significa che la persona che merita l’elogio per la legge non è Friedman, o Pinochet, ma Salvador Allende, presidente socialista democraticamente eletto del Cile. (A dire la verità molti cileni meritano l’elogio poiché le leggi furono la risposta a una lunga storia di terremoti, e la prima legge fu promulgata nel 1930).

Risulta significativo, inoltre, il fatto che la legge fu attuata in mezzo a un paralizzante embargo economico (“Fate gridare di dolore l’economia” famoso grugnito di Richard Nixon dopo che Allende vinse le elezioni del 1970). La normativa fu poi aggiornata negli anni Novanta, parecchio tempo dopo che Pinochet e i Chicago Boys avevano finalmente lasciato il potere e la democrazia era stata ripristinata. Una piccola questione: come scrive Paul Bruman, Friedman aveva una posizione ambigua sulle normative edilizie, poiché le vedeva come l’ennesimo attentato contro la libertà capitalista.

Quanto all’argomento secondo il quale le politiche di Friedman sarebbero la ragione per cui i cileni vivono in “case di pietra” e non di “paglia” è chiaro che Stephens non sa niente del Cile pre-golpe. Il Cile degli anni Sessanta aveva i migliori sistemi educativo e sanitario del continente e al tempo stesso un dinamico settore industriale e una classe media in rapida espansione. I cileni credevano nel loro sistema per cui elessero Allende per andare ancora più avanti con il progetto.

Dopo il golpe e la morte di Allende, Pinochet e i suoi Chicago Boys fecero tutto il possibile per smantellare il settore pubblico del Cile, mettendo all’asta imprese dello Stato e stracciando le regole finanziarie e commerciali. Si creò un’enorme ricchezza durante questo periodo, ma a un costo terribile: nei primi anni Ottanta le politiche, prescritte da Friedman, di Pinochet avevano provocato una rapida deindustrializzazione, un aumento di dieci volte della disoccupazione e la diffusione esplosiva di instabili baraccopoli. Portarono anche a una crisi di corruzione e a un debito così alto che nel 1982 Pinochet si vide costretto a licenziare i suoi consiglieri chiave dei Chicago Boys e a nazionalizzare diverse delle grandi istituzioni finanziarie deregolate  (Suona familiare?)

Fortunatamente i Chicago Boys non riuscirono a disfare tutte le conquiste di Allende. La compagnia nazionale del rame, Cudelco, rimase nelle mani dello Stato, generando ricchezza per le casse pubbliche e impedendo ai Chicago Boys di far esplodere del tutto l’economia cilena. Non arrivarono nemmeno a smantellare la severa normativa edilizia di Allende, un’ottica ideologica lungimirante di cui tutti dovremmo essergli grati.

Naomi Klein

http://www.naomiklein.org

Fonte: www.naomiklein.org/articles/2010/03/chiles-socialist-rebar

Scoperto il cadavere del militante Eta Jon Anza. Ma molte cose ancora non tornano

22/03/2010

Dopo l’annuncio della presenza di un corpo nella camera mortuaria di Toulouse, sono terminate le speculazioni, e la maggior parte dei mezzi di informazione spagnoli ha rotto un silenzio di quasi un anno per affermare che il corpo apparteneva al militante di Donostia, Jon Anza.
La prima notizia è stata appresa alle 18.45 nel notiziario del canale francese FR3. Citando “fonti non ufficiali”, France 3 ha riferito che Jon Anza arrivò a destinazione, Toulouse, il 18 aprile e una volta lì, ma undici giorni più tardi, undici giorni in cui nulla è stato detto, svenne e fu trasferito all’ospedale Purpan, dove rimase per una settimana prima di morire. Il corpo sarebbe stato portato all’obitorio, dove, sempre secondo il mezzo televisivo, “è stato identificato adesso.
Un dispaccio AFP, citando fonti vicine alle indagini di Bordeaux, ha indicato tuttavia che, senza ombra di dubbio, fu trovato morto per la strada senza che fosse identificato alla fine di aprile 2009.
Appresa la notizia, Gara si è messa in contatto con l’avvocato di famiglia, che ha mostrato il suo “stupore per la velocità insolita” con cui alcuni media hanno dato per scontato che fosse il corpo di Anza. L’avvocato Maritxu Paulus-Basurko ha confermato che ieri nel tardo pomeriggio, pochi minuti prima che la notizia approdasse in televisione, la polizia francese si è messa in contatto con la famiglia per avvertirla che aveva individuato un corpo nell’obitorio di Toulouse che poteva essere quello di Anza, che stavano facendo i rilievi del caso per determinare l’identità del cadavere ma che i risultati non sarebbero arrivati prima di stamani.
Ed è stato proprio Gara ad informare il fratello di Jon Anza, Koldo, pochi minuti prima che fosse la polizia giudiziaria ad informarlo direttamente.
Undici giorni e undici mesi
Secondo la versione data dalla polizia ai familiari, il 29 aprile 2009, undici giorni dopo la scomparsa di Jon Anza, i vigili del fuoco di Toulouse ricevettero una telefonata di segnalazione che una persona era stata gravemente ferita in strada, e che la stessa camminava disorientata con sintomi di infarto.
Dopo i tentativi di rianimazione, secondo la versione della polizia, i vigili del fuoco avrebbero portato quella persona all’ospedale Purpan, dove morì tredici giorni dopo, il 11 maggio. Secondo la polizia giudiziaria, il corpo trovato nella camera mortuaria a Tolosa undici mesi portava “un giubbotto di pelle nera, simile a quello Anza, le scarpe della stessa marca, due biglietti del treno e una cicatrice sulla testa.” Il rifugiato politico di Donostia davvero aveva una cicatrice in testa a seguito di un intervento chirurgico al quale fu sottoposto per la sua grave malattia. […]
Dati contrastanti
In poco meno di un’ora, vari mezzi di informazione spagnoli hanno diffuso la notizia, affermando con certezza che era il corpo di Jon Anza. Contraddicendosi però l’un l’altro su date, dettagli e tutto ciò che sarebbe accaduto dopo il presunto arrivo a Toulouse del militante nazionalista, avvenuto presumibilmente il 18 aprile. Il sito web di RTVE ha assicurato, alle 8 di ieri sera, senza citare le fonti, che il corpo di Anza “è rimasto nella camera mortuaria a Tolosa dal 11 maggio 2009” ed era stato identificato “dopo aver subito un controllo incrociato delle impronte digitali” che ne confermavano l’identità. TVE, la rete pubblica spagnola, sempre senza citare la fonte delle informazioni, ha aggiunto che “il 29 aprile 2009, alle ore 23, Jon Anza era apparso su una panchina di Toulouse dopo aver sofferto un attacco cardiaco e che “i servizi sanitari francesi lo attesero e lo ricoverarono in un ospedale, dove morì 13 giorni dopo, l’11 maggio”. La versione invece offerta alle 20,13 dall’agenzia Europa Press coincide sulle date con RTVE, questa volta citando “fonti di antiterrorismo”, aggiungendo che “nelle prossime ore si effettuerà l’autopsia e il test del DNA per avere la conferma definitiva”. Secondo l’agenzia, la notte del 29 aprile dello scorso anno Anza si trovava senza documenti, disorientato e con sintomi di infarto in un parco della città. Portato in ospedale dai servizi sanitari, morì 15 giorni dopo”. Aggiungendo inoltre che “le circostanze e le fonti citate escludono ogni ipotesi di morte violenta, come denunciato in questi ultimi mesi dalla Izquierda Abertzale (la sinistra indipendentista). […]
Se queste informazioni venissero confermate, il pubblico ministero di Bayonne che indagava sul caso dopo la denuncia fatta dalla famiglia Anza lo scorso 17 maggio avrà gravi difficoltà per spiegare la scoperta del corpo di Anza oggi, undici mesi dopo.

(traduzione di Tito Sommartino dal sito www.gara.net)



Quando Napolitano prendeva i soldi da Berlusconi

09/03/2010

Da Senzasoste:

1987, Berlusconi finanziava la corrente PCI di Napolitano. Una storia che arriva fino a noi

berlusconi-napolitanoNei giorni scorsi sono arrivate due significative dichiarazioni di Massimo D’Alema e Piero Fassino che difendevano il diritto del PDL ad essere ammesso alle elezioni regionali in Lombardia. Eppure la possibilità di far fuori il PDL, in una regione chiave del paese, era concreta e persino perfettamente legale.
Come mai tutto questo fair play da parte degli esponenti PD provenienti dall’esperienza del PCI? E come mai questo fair play si esercita in Lombardia, nel cuore del potere berlusconiano?
Certo al PD il decreto “interpretativo” non piace, preferiva altre soluzioni per salvare il PDL e l’ha fatto capire D’Alema all’Ansa. Si trattava come sempre, per il partito di Bersani, di conciliare il conflitto contingente con il PDL con alcune intese di fondo con il centrodestra.
Intese che furono ricordate un giorno in aula da Luciano Violante che, indispettito dal comportamento del centrodestra, disse che se le cose continuavano in quel modo il centrosinistra avrebbe toccato le televisioni di Berlusconi. “Non l’abbiamo mai fatto per gli accordi che sapete” disse l’ex presidente del senato, facendo capire la portata della minaccia ma anche l’importanza degli accordi. Quegli accordi che formano la costituzione materiale della seconda repubblica. Quelli che portano a dire agli esponenti del PD che l’antiberlusconismo non è un valore. Capire quali in fondo non è difficile. Basta aprire il giornale la mattina.
Ma in quali radici affondano le intese tra reduci del PCI e Berlusconi? Temporalmente parlando si risale a prima della caduta del muro di Berlino. A quando, secondo la storia alla Orwell di oggi, il PCI prendeva montagne di rubli da Mosca e Berlusconi sosteneva il mondo libero. Ma rubli e “mondo libero” sono questioni degli anni ’50 mentre negli anni ’80 l’integerrimo anticomunista Berlusconi il PCI lo finanziava eccome. E finanziava proprio la corrente del PCI di Giorgio Napolitano, per capire come i protagonisti del decreto di oggi non solo si conoscano da tempo ma abbiano storiche intese suggellate da finanziamenti e da convergenze di interessi di potere.
Del resto, proprio nel 1987 a Roma il PCI organizzò un convegno sul futuro della televisione italiana. I tre principali relatori furono Massimo D’Alema, Walter Veltroni e..Silvio Berlusconi. Il quale, lungi dallo scatenarsi contro i comunisti, fece una relazione densa di elogi verso il PCI per il ruolo che questo aveva assunto per lo sviluppo della comunicazione e del pluralismo in Italia.
Per capire il clima dell’epoca è utile la lettura di un libro Il Baratto (Il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi fra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta. Kaos edizioni, 2008) di Michele De Lucia.

http://www.scuolanticoli.com/libri/pagelibri_016.htm

E soprattutto sono utili gli estratti del libro per comprendere subito i rapporti materiali ed ideologici che intercorrevano tra Napolitano e Berlusconi nel 1987.
Materiali, perchè la Fininvest finanziava con la pubblicità la strategica corrente milanese di Napolitano, ideologici perchè la corrente di Napolitano magnificava il tipo di capitalismo rappresentato dal cavaliere di Arcore.
Questo per far capire la storia reale d’Italia, le radici antiche delle intese tra Berlusconi ed i reduci del PCI e per comprendere che se l’Italia si vuol liberare dal ducetto di Arcore deve anche tagliare le antiche radici di certi accordi. Che rappresentano una assicurazione sulla vita per Berlusconi e sulla carriera per i personaggi appena citati.

la fonte

Napolitano viene da lontano. Era migliorista e berlusconiano. Gli articoli del suo settimanale “Il Moderno” (con pubblicità Finivest anni ’80) superano persino le poesie di Bondi al “caro leader”.

“Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della corrente “migliorista” del Pci (la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Napolitano). Animato da Gianni Cervetti… all’insegna dello slogan “l’innovazione nella società, nell’economia, nella cultura” (p. 104).”
“Intanto a Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno… scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità pro­duttive” (p. 115)”.
«Il numero di aprile 1987 … esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest. È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’inserzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie… Intanto uno dei fondatori del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca… E il 18 aprile l’a­genzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5… (pp 126 — 127)”.
“A giugno 1989 … pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano. Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che “ha cambiato tutto: adesso la sua squadra è una vera e propria azienda,” e così via. Il giornale della corrente di destra del Pci è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148)”.(*)

(*) Testi tratti dal libro: “Il Baratto” dal blog www.dirittodicritica.com.

I giovani elettori della Polverini a lezione da Adriano Tilgher

03/03/2010

I saluti romani alla convention Storace-Polverini erano solo la punta di un iceberg, nemmeno troppo nascosto. Basta fare un giro tra i siti internet della Destra per capire i pensieri che al cinema Gregory, due settimane fa, hanno armato quelle braccia tese dei “pulcini” storaciani, pronti a immolarsi per la loro candidata Renata Polverini. E tra vignette anti-rom (Botta e risposta tra un italiano “inc…” e un rom. “Non beva, è avvelenata!”. “Come, non capire, io rom”. “Allora bevi! E’ fredda”) e iniziative sulla scuola che hanno come logo una croce cerchiata di rosso, anche ciò che ufficialmente viene rimosso riemerge. Per esempio, Adriano Tilgher. Quello che di Hitler disse: “Un uomo che ha lottato per il suo popolo, incorrendo, secondo la storiografia ufficiale, in alcune storture”. E di Mussolini: “Ci vogliamo mettere a discutere il Duce? Uno che ha fondato città?”. Insomma, l’impresentabile che Storace ha dovuto sacrificare sull’altare di “accuse fasulle”. E che ha dovuto rinunciare a candidarsi nel Lazio “per non creare tensioni” – sono sempre parole di Storace che trovate sul sito ufficiale della Destra. Insieme alle lodi per il suo “stile ineccepibile”. Ebbene, rimosso dalle liste, Tilgher non solo resta il responsabile del programma della Destra. Ma soprattutto campeggia da vero leader sul sito internet di “Gioventù italiana”, la formazione giovanile del partito di Storace.

I “pulcini” della Destra sono scatenantissimi. Postano sul loro sito manifesti elettorali per le “Regionali 2010” con il suo nome. E in suo onore organizzano persino un concerto. “Concerto per Adriano Tilgher, 20 febbraio”. Ospite unico il gruppo triestino “Ultima frontiera”. Musica anti-confederale: “Ci son tre piccoli porcellin, Cgil, Cisl e Uil”, recita la loro “Nuova fattoria” (“C’è il solito maiale, zecche del centro sociale…”). E “Nonconforme”: “Credo in una gerarchia fatta di persone Nobili di spirito, di una razza superiore”. L’appuntamento cult però è in via Luisa di Savoia, sede nazionale del partito di Storace, per seguire la “Scuola di Politica” di Adriano Tilgher. E dura tutto l’anno. Sul sito della “Gioventù italiana” trovate il programma completo. La prossima lezione l’ex leader di Avanguardia nazionale la terrà mercoledì 10 febbraio. Titolo: “Il fascismo come sintesi del sindacalismo rivoluzionario e dell’interventismo: dal programma dei Fasci ai punti di Verona”. E poi a seguire: “C’eravamo anche noi: la destra e il ’68”, lezione che sarà tenuta da Mario Merlino, ex infiltrato nei gruppi anarchici romani, imputato e poi assolto per la strage di Piazza Fontana.

C’è questo e altro nel dossier illustrato oggi dalla associazione ebraica Miriam Novitch presso gli uffici consiliari del Pd capitolino. Dai post pubblicati sul sito della “Gioventù italiana” di Storace all’appoggio ufficiale di Casa Pound, sigla della destra radicale, alla candidata del Pdl. “Né la Polverini né Berlusconi possono accettare l’appoggio di partiti che hanno al loro interno personaggi come Tilgher “, spiegano gli esponenti della associazione Miriam Novitch, che insieme all’Associazione nazionale Partigiani di Roma e Lazio e quella dei Perseguitati Politici sottoporrà a tutti quelli che vorranno firmarlo e alle due candidate alla presidenza della Regione Lazio, Renata Polverini ed Emma Bonino, un appello “a non stringere alleanze elettorali con chi non rinnega esplicitamente che il nazifascismo, le leggi razziali e il ventennio fascista sono stati il male assoluto della nostra storia”. E poi a respingere ogni azione tesa al revisionismo, a non finanziare associazioni che promuovono intolleranza e razzismo, o associazioni che valorizzino il ventennio o il ruolo della Repubblica sociale italiana e a non candidare chi è stato condannato per reati contro la persona, razziali o di ricostituzione del partito fascista. Un “manifesto” che sarà sottoposto anche al sindaco di Roma, Gianni Alemanno. “Stiamo pagando a carissimo prezzo la sua ambiguità e quella di Berlusconi”, avverte il consigliere del Pd Paolo Masini, che con Enzo Foschi e Marco Miccoli, sottoscrive il testo composto dalle associazioni antifasciste. E spiega: “Questo appello è il segno del clima che stiamo vivendo, l’ho firmato perché chi siede nelle isituzioni non deve avere alcuna ombra”.

Ma.Ge.

tratto da www.unita.it

Camerun, gli effetti collaterali del biocombustibile

19/02/2010

I paesi del continente africano convertono l’agricoltura all’olio di palma

Infuria in questi giorni la polemica a Bruxelles sull’effettiva compatibilità ed efficienza dei biocarburanti, soprattutto quelli derivati da mais e da semi oleosi. La discussione si è accesa inoltre tra chi sostiene che il biofuel da olio di palma dovrebbe essere incentivato con nuovi provvedimenti e chi invece sostiene che tali misure danneggerebbero le produzioni dell’Unione Europea. L’unica cosa certa è che l’obiettivo di Bruxelles del 10 percento di consumo di combustibili da fonti rinnovabili dovrà essere in buona parte garantito dai biocarburanti.

Il punto di vista dell’Africa Viaggiando da nord a sud, il Camerun è uno dei paesi dell’Africa centrale più legati all’agricoltura. Le coltivazioni di palma, dalla quale si estrae l’olio destinato al biodiesel, occupano oggi qualcosa come 140 mila ettari di superficie. Il governo camerunense nel 2001 ha lanciato il progetto “Palmier à huile” al fine di sviluppare la coltivazione di palma e la produzione di olio per il nascente mercato “bio”, provocando così la deforestazione di 30 mila ettari di foresta. L’attuale obiettivo del governo, con l’aiuto del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, è di aumentare in breve termine di altri 50 mila ettari le piantagioni di palma da olio. Parte della materia prima viene trasformata dall’industria locale e la restante parte viene esportata principalmente verso Nigeria, Francia, Italia, Malaysia e Indonesia. Tuttavia, questo piano di sviluppo della palma da olio, sta causando notevoli ripercussioni nella selva camerunense, affliggendo la popolazione che dipende da essa. I principali effetti di questa politica sono il taglio delle foreste per la sostituzione con le palme e gli incendi forestali, a scopo speculativo. L’intervento delle aziende interessate alla coltivazione della pianta sta generando conflitti con la popolazione, soprattutto per gli accordi basati su promesse poi rivelatesi false, e con le comunità locali, escluse dal processo decisionale in merito al territorio in cui vivono. Tra le principali accuse vi sono la violazione dei diritti consuetudinari, il tentativo di impiantare senza autorizzazione governativa, gli indennizzi mai pagati e le promesse mai mantenute relative a un vero sviluppo locale. Argomenti purtroppo già noti quando si tratta di risorse naturali di paesi in via di sviluppo e di interventi del Fondo monetario internazionale.
Testimonianze della regione del Kribi, raccolte dal Centre Tricontinental, descrivono che gli abitanti della regione sono stati fortemente colpiti dalla diminuzione della selva e delle risorse in essa disponibili, a causa dell’aumento delle piantagioni di palma. Gli stessi abitanti denunciano che il loro modo di vivere tradizionale è diventato impossibile, pur non beneficiando dei vantaggi di questa nuova economia, in quanto le aziende non impiegano manodopera locale. E’ inoltre molto alto il sospetto che i prodotti chimici impiegati nella zona stiano inquinando i corsi d’acqua, provocando infermità quali colera, febbre tifoidea e dissenteria.

La situazione in Uganda. Dal 2006, una compagnia kenyota sta facendo pressioni presso il ministero dell’ambiente per impiantare una coltivazione di palma in una riserva forestale protetta. L’azione di lobbyng aveva per oggetto la zona di Bugala Island nel Lago Vittoria, ma ha incontrato resistenza per il timore dei funzionari dei danni derivanti dalla deforestazione, dal rischio sedimentazione e dalla perdita della biodiversità. Tentando di aggirare il problema la Bidco, questo il nome dell’azienda, ha richiesto al ministero lo sfruttamento del terreno adibito a prateria, all’interno della riserva, adiacente alle zone già concesse all’azienda per la coltivazione di palma. La società è partner del governo ugandese nel progetto di sviluppo della produzione dell’olio, ma il tutto è subordinato all’approvazione del ministero dell’ambiente. Dei 10 mila ettari necessari alla coltivazione, la Bidco ne ha sinora ottenuti 8 mila. Il ministro dell’ambiente ugandese ha espresso preoccupazione nei confronti della proposta. Tuttavia, sulla controversa vicenda pesa l’accordo preliminare tra la società il governo, il cui mancato rispetto potrebbe avere forti implicazioni legali ed economiche per quest’ultimo. Di fronte a questo terzo tentativo di sboccare la situazione da parte di Bidco, che ha già iniziato l’abbattimento della foresta nella zona concessa, aumenta il dilemma del governo, in bilico tra sviluppo economico, tutela ambientale e pressioni internazionali per combattere il cambiamento climatico.

Alessandro Ingaraia

tratto da http://peacereporter.net

Le autorità di Israele sempre più preoccupate dalla campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS). Un interessante articolo di un giornale economico israeliano

08/02/2010

Ambasciatori israeliani: “gli investimenti economici sono essenziali anche per la sicurezza nazionale e nel campo politico”
Ambasciatori israeliani identificano la promozione delle relazioni economiche ai livelli più alti come un pilastro centrale del loro lavoro, che possono anche aiutare nel portare avanti le relazioni politiche. In un incontro con il giornale israeliano The Marker, hanno rotto il silenzio circa le campagne di boicottaggio delle merci provenienti da Israele, e parlano della lotta contro il boicottaggio.
Gli ambasciatori israeliani all’estero non vedono più lo sviluppo e il rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali con i paesi in cui sono rappresentanti come un obiettivo minore di quello di sviluppare e rafforzare le relazioni politiche. Al contrario, secondo loro, una combinazione di questi due obiettivi permette una maggiore efficienza nel raggiungimento degli obiettivi politici per i quali sono responsabili. L’interesse economico che si crea per la tecnologia israeliana, per esempio, li aiuta a mettere da parte gli appelli per il boicottaggio di Israele. Gli ambasciatori lavorano a stretto contatto con gli addetti commerciali del Ministero del Commercio, dell’Industria, del Lavoro e delle Finanze. Secondo loro, il contributo dell’ambasciatore è quello di aprire le porte ai più alti livelli, che gli addetti non raggiungono.
In molti paesi in cui esiste una stretta connessione tra i settori commerciali e di governo, come in Cina, un funzionario politico di alto livello coinvolto nella promozione delle imprese e doppiamente importante. Tuttavia, anche in stati competitivi come la Francia, in cui gli uomini d’affari vengono fotografati più spesso salendo sull’aereo del Presidente prima di un volo congiunto piuttosto che davanti alle loro fabbriche, l’ambasciatore ha un notevole peso nella promozione delle imprese.
In una recente riunione convocata da The Marker, i partecipanti comprendevano l’Ambasciatore in Gran Bretagna, Ron Prosor, l’Ambasciatore in Francia Daniel Shek, l’Ambasciatore di Colombia Meron Reuben, il Console Generale a Shanghai, Jackie Eldan, il Console Generale a Boston Nadav Tamir, il Console Generale a Mumbai Orna Sagiv, e il vice direttore generale degli Affari economici per il Ministero degli Esteri, Irit Ben Abba.
Nel giugno 2008, un incontro è stato condotto tra più di 100 alti funzionari della British Telecom e rappresentanti di 19 società start-up israeliane nel settore delle comunicazioni nel tentativo di creare partnership commerciali. “Ho aperto la porta al CEO della British Telecom, Iain Livingston”, ha detto l’ambasciatore Prosor. “Dopo l’incontro, le cose cominciarono decollare”, ha aggiunto, e non dimenticate di dare credito all’addetto commerciale di Londra, Gil Erez, “che fa un ottimo lavoro”.
E, infatti, questa settimana, la British Telecom ha firmato un accordo aziendale con il Responsabile Tecnico Scientifico del Ministero dell’Industria, del Commercio e del Lavoro, nel quale la British Telecom collaborerà con start-up israeliane con il finanziamento congiunto di entrambi le parti.
Per l’ambasciatore Prosor, il modello da imitare è Dick Cheney, Vice President statunitense sotto il presidente George W. Bush. “Dick Cheney chiamò Efraim Sneh, che a quel tempo era il Ministro dei Trasporti, e gli ha parlato dell’importanza dell’acquisto di aerei Boeing (realizzato negli Stati Uniti, ndr) e non Airbus (made in Francia, ndr). Sneh non aveva altra scelta e ha capito quale doveva essere la decisione”, ha detto l’ambasciatore Prosor.
“È da anni che sto cercando di recuperare da questa storia dell’Airbus”, ha dichiarato Shek, l’Ambasciatore in Francia. “Ho visto Martin Indyk, l’ex ambasciatore statunitense in Israele, lavorando per conto di società statunitensi per aprire le gare governative alle loro auto in Israele. Questo è il modello da seguire”, ha aggiunto. Shek ha anche un suggerimento pratico. Secondo lui, le rappresentanze all’estero costano e si può anche misurare il proprio successo quantitativamente in denaro che portano a un risultato di partnership commerciali. Secondo lui, le ambasciate devono coprire i costi del loro mantenimento in questo modo, e l’ambasciatore deve essere in prima file in quest’impresa.
Legislazione contro il boicottaggio
Il 2009 è stato caratterizzato da due crisi sul fronte diplomatico- economica israeliano. La crisi economica globale ha ridotto le esportazioni israeliane di circa il 20 per cento. Inoltre, a seguito dell’operazione “Piombo fuso” a Gaza all’inizio del 2009, e la mancanza di progressi nei negoziati politici, la pressione di gruppi filo-palestinesi sui consumatori in tutto il mondo a boicottare i prodotti israeliani è aumentata. Questa pressione è apparsa, tra altri luoghi, in Gran Bretagna, Sud Africa, Francia, Turchia, Dubai, negli Stati Uniti e la Malaysia.
Gli appelli per il boicottaggio dei consumatori si faceva su una larga gamma di beni, da cibi e bevande nei supermercati a sistemi di comunicazione della Motorola, da sistemi di sicurezza da Elbit Systems a diamanti dai negozi di lusso di Lev Leviev. Fino ad ora, e sotto la pressione degli industriali, le relazioni pubbliche israeliane hanno scelto di ignorare gli appelli per il boicottaggio, con il presupposto che è meglio non parlarne, in quanto qualsiasi pubblicità data alla campagna rischiava di aumentare il fenomeno. Su questo sfondo di negazione, la volontà di Shek e Prosor a parlare di come affrontare gli appelli a boicottare Israele è notevole.
Shek: “Parigi è una versione “light” confronto a Londra dal punto di vista delle richieste di boicottaggio, ma non si può dire che non ci siano tentativi di imporre un boicottaggio. In Francia si sono concentrati sulle questioni economiche, mentre a Londra il boicottaggio è anche accademico e culturale. In Francia è del tutto marginale da un punto di vista economico, anche se ha un impatto più che consistente sull’immagine. Ogni poche settimane dei prepotenti entrano nei supermercati, al fine di gettare le casse di avocado e gridare ai clienti di non acquistare beni israeliani. Queste azioni non compoteranno una diminuizione nel lavoro di Agrexco in Francia, ma potrebbe causare danni cumulativi all’immagine di Israele. Io percepisco il ruolo degli ambasciatori come quello di conservare un ambiente favorevole per gli industriali e gli esportatori. Questo dunque fornisce un ampio spettro di attività di pubbliche relazioni. In un paese in cui l’atmosfera generale nei confronti di Israele è positivo, gli esportatori hanno una migliore possibilità di successo. Pertanto, non trascuro le implicazioni, e abbiamo diverse azioni d’iniziativa che l’ambasciata coordina, ma non conduce.
“Per esempio, ci aiutano organizzazioni quali le camere di commercio e le organizzazioni di amicizia con Israele e non lasciano che queste azioni passino senza un risposta. Godiamo di un ambiente giuridico favorevole in quanto la Francia ha una severa legislazione contro il boicottaggio, e noi incoraggiamo le organizzazioni di citare in giudizio chi organizza il boicottaggio. Conduciamo attività politiche presso l’ambasciata direttamente con i ministri, le organizzazioni, gli studenti e i consumatori, che si stanno svegliando. Questo è stato fatto. In ogni caso, stiamo attenti a non spingere troppo, in quanto al momento la campagna non ha ancora ampia esposizione mediatica e io non voglio essere colui che fornisce una massa critica necessario per sfondare all’opinione pubblica generale.”
Prosor: “In Gran Bretagna, l’oggetto del boicottaggio accademico e culturale è stata espresso al Festival di Edimburgo, nel boicottaggio da parte dei sindacati e altri inviti a boicottare. Questo è un argomento molto importante, in quanto, dal mio punto di vista, è l’inizio di una valanga che deve essere fermata con azioni intelligenti e mirate prima che diventi troppo grande, senza fornire però, esposizione mediatica. Lo osserviamo nella sua interezza. Oggi il clima nei confronti di Israele in Gran Bretagna è tale che necessità di azioni dappertutto al fine di consentire un’atmosfera buona nella qual lavorare. C’è una relazione tra le buone relazioni economiche e l’impatto del boicottaggio. Vediamo le differenze in Galles e in Scozia. In Galles, attraverso un lavoro concentrato dell’ambasciata, siamo riusciti a creare la cooperazione nel settore delle apparecchiature mediche e del acqua tra israeliani e le imprese locali. È chiaro che quando ci si concentra su una zona con vantaggi economici e si creano le connessioni con l’industria israeliana, questioni periferiche hanno un minore impatto.
“A parte gli appelli al boicottaggio da parte di sindacati e di altri gruppi, in pratica non vi era alcun danno per le esportazioni israeliane. Ci sono appelli a boicottare Israele e ci sono azioni sporadiche, anche nei supermercati. Un mese fa, il governo britannico ha deciso di etichettare prodotti che vengono dagli insediamenti, e questa decisione non viene attuata. Le chiamate a boicottare la fabbrica Eden Water in Scozia (a partire dalla fine del 2008) non hanno in questa fase effettivamente danneggiato le vendite, e stiamo lavorando in modo che non ci siano effetti sulle vendite. Al momento, non vedo che il boicottaggio nuoce alle esportazioni israeliane, ma dobbiamo essere preparati”.
Tamir: “L’aspetto economico crea un discorso diverso da quello politico. Quando si organizzano eventi al MIT o Harvard su argomenti relativi alle innovazioni di Israele, si crea un discorso positivo su Israele, che spinge l’aspetto politico ai margini”.
Gli israeliani tornano
Tamir da Boston: “Abbiamo imparato che gli investimenti economici sono una componente centrale della sicurezza nazionale, con i quali dobbiamo trattare e che ci trasformano in protagonisti importanti nel campo politico. È possibile creare la sinergia tra tutti i campi, ma quello economico è centrale”.
“Per esempio, Edward Markey, deputato del Congresso statunitense che si concentra sulle questioni dell’ambiente e delle energie alternative, è una persona importante per i rappresentanti israeliani in campo politico. Con la mediazione dell’ambasciata, ha invitato Shai Agassi ad un’audizione nella sua commissione del Congresso. Ora aspettiamo che in futuro sarà più facile promuovere le questioni politiche con Markey.”
Ben Abba dal Ministero degli Esteri: “Se possibile, dobbiamo creare eventi o interesse nel mondo in prodotti israeliani unici. In Cina e in India questo sta funzionando bene. Dimostra come una massa critica viene creata che porta a dire «vogliamo quella tecnologia e non ci importa se viene da Israele». Questo è il nostro compito nel Ministero degli Esteri, promuovere le tecnologie più avanzate”.
Col senno di poi, mentre il 2009 ha visto cacciare la maggior parte degli investitori israeliani dall’India, è stato anche un momento in cui, attraverso agevolazioni fiscali, decine di israeliani, alcuni dei quali puittosto ricchi, sono tornati in Israele da Londra e da Shanghai. Quelli che sono tornati comprendono Saul Zakkai, Arnon Milchan, Sami Ofer, Shai Agassi, Yoav Gutsman e Teddy Sagi.
“Negli ultimi due anni, non ho visto nuovi investimenti israeliani in India”, ha detto Sagiv, Console Generale a Mumbai. “Al momento ci sono investimenti israeliani in India di circa 3 miliardi di dollari. I più importanti sono Moti Ziser in immobiliari, agricoltura e scienza della vita, e Meshulam Levinstein in immobiliari. Nei primi tre trimestri del 2009, c’è stato un calo di circa il 40 per cento delle esportazioni verso l’India e il 35 per cento delle importazioni da esso. L’anno scorso, abbiamo cercato di sostenere gli esportatori attraverso il programma Shavit (attuato da un istituto di esportazione con finanziamenti governativi). ”
Innovazione israeliana
Scambi con la Francia sono anche diminuiti – a un più moderato 20 per cento – ma allo stesso tempo l’interesse delle grandi aziende francesi di investire in Israele è cresciuto. “Ci sono nuove società francesi che sono interessate ad entrare in Israele, e questo trend lo noteremo nei prossimi due anni “, ha dichiarato Shek. “È iniziato con Renault. La Renault è estremamente orgogliosa del fatto che Israele sarà il primo paese in cui le sue auto elettriche saranno commercializzate. Inoltre, una società controllata dalla azienda elettrica francese, che si concentra sulle energie alternative, sta cominciando a competere in gare per il solare in Israele”.
I rapporti calorosi tra le comunità di scienze della vita di Israele e Boston si sono raffreddati durante la crisi economica e c’è stato un brusco calo in investimenti statunitensi in società israeliane, ma viene compensato da diverse direzioni. “Con noi, la questione è partenariati strategici e investimenti “, ha detto Tamir.” Nel 2009, una sostanziale riduzione degli investimenti è stata percepita, ma vi è un notevole interesse per l’innovazione israeliana, soprattutto nei settori in cui gli Stati Uniti mettono l’enfasi, come energie alternative, oltre alla sicurezza e alla scienza della vita”.
In Cina la crisi ha danneggiato il lavoro delle aziende israeliane nei settori dei microchip e dell’elettronica. Secondo Eldan, il Console Generale a Shanghai, anche se nella seconda metà del 2009 gli ordini importanti sono tornati, alcuni degli israeliani che hanno lasciato con la chiusura delle linee di produzione non sono tornati a Shanghai quando sono state riaperte.
Nel 2009, le società israeliane hanno iniziato a scoprire il mercato del Sud America e la Colombia. L’azienda Telrad ha inviato un rappresentante permanente in Colombia e la Merhav ha realizzato il più grande investimento – di US $250 milioni – nella attuazione di una fabbrica per la produzione di etanolo da zucchero con un partner brasiliano.
La caratteristica distintiva della comunità d’affari israeliana in Gran Bretagna è quella di “tornare a casa”. Secondo Prosor, la crisi economica, il cambiamento in materia fiscale britannico e il rapido cambiamento nelle politiche fiscali israeliane hanno portato ad “un esodo piuttosto massiccio” di alti funzionari del business che stanno tornando in Israele.
Questo articolo è apparso in The Marker mercoledì, 27 gennaio 2010.
Tradotto dall’ebraico dal Alternative Information Center (AIC).


Originale in inglese: http://www.alternativenews.org/english/2411- israeli-ambassadors-economic-investments-are-also-central-to- national-security-and-the-political-field-.html

Questioni di metodo e questioni strategiche

07/02/2010
PDF Stampa
Visioni del Mondo
Scritto da Moreno Pasquinelli

Considerazioni teoriche sulla crisi, le contraddizioni che porta in prima linea e sul campo di battaglia

Che cos’è e come si fa oggi l’analisi della situazione sociale

La critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione. Essa non è un coltello anatomico, è un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, che essa non vuole confutare bensì annientare
K.Marx

Lenin, convinto assertore della primazia della politica come arte della trasformazione sociale, insegnava che se il partito rivoluzionario vuole che la sua azione dia dei frutti, quest’ultima deve sempre essere ancorata alla “analisi concreta della situazione concreta”. Una volta fatta quest’analisi su essa era  tenuto a scommettere senza esitazione. Nel vortice del 1917 Lenin precisava che non ci si doveva “lasciar guidare dallo stato d’animo delle masse, che è instabile e non può essere calcolato”, bensì “dall’analisi obiettiva e dalla valutazione della rivoluzione”.

Quest’appello alla concretezza, così peculiare del Lenin politico, poggiava tuttavia su tre postulati teorici: (1) la certezza categorica dell’inevitabilità del socialismo, (2) la funzione rivoluzionaria della classe operaia, (3) la convinzione che si era entrati nella fase finale della guerra di classe.
E’ appoggiandosi ad essi che si spiega l’imprescindibilità del Partito politico per Lenin, concepito come il mezzo con cui la classe acquista consapevolezza della propria missione storica ed infine come l’ostetrica che avrebbe assicurato che il parto storico del socialismo sarebbe andato a buon fine.

Il richiamo leniniano “all’analisi concreta della situazione concreta”, era si di chiara marca empiristica, ma adagiato su rassicuranti postulati teorici, così che si trattava di scovare nel mondo fenomenico i segni, la conferma di quei postulati e della direzione di marcia della storia.
Noi siamo oggi in una situazione radicalmente diversa. Non solo perché la formazione sociale che chiamiamo capitalismo è profondamente mutata, perché quei postulati si sono dimostrati fallaci. Non è vero che il socialismo sia ineluttabile, non è vero che la classe operaia abbia congenita una missione salvifica universale, né siamo in alcuna fase finale della vita del capitalismo. Sappiamo infine che il ruolo del partito politico nella trasformazione sociale è ben più grande che non quello di una levatrice. Esso non è nemmeno soltanto l’avanguardia o la guida: è il reagente che innesca, date certe condizioni oggettive, quella gigantesca reazione chimica che chiamiamo Rivoluzione e per mezzo della quale la trasformazione sociale è possibile.

Cosa ne consegue? Che siamo tenuti a compiere “l’analisi concreta della situazione concreta” senza mai smarrire né la nostra visione del mondo né i fini che ci poniamo, che costituiscono l’ordito della nostra teoria politica. E’da questa teoria che infatti ricaviamo il metodo d’indagine che usiamo, un metodo, quello nostro, che non si da quindi le arie, che non proclama di essere “obbiettivo” o “neutrale”.
Questa crisi qui

Da parte nostra, dobbiamo portare interamente alla luce del giorno il vecchio mondo e creare positivamente il nuovo mondo. Quanto più a lungo gli eventi lasceranno tempo per riflettere all’umanità che pensa e tempo per riunirsi all’umanità che soffre, tanto più perfetto verrà al mondo il frutto che il presente porta in grembo”.
K. Marx

I fatti, si dice, hanno la testa dura, ma questo non vuol dire che i “fatti” in quanto tali sia univoci, che parlino da soli. Attraverso la prassi i “fatti” servono per verificare la validità della teoria, ma questa non dipende da quelli. Essi sono molto spesso opachi, ambigui, polisemici. Risultati sporchi del marasma sociale, vanno interpretati, decodificati, poiché essi stessi altamente contraddittori.  Una linea politica viene dunque a dipendere non tanto dai cosiddetti “fatti”, ma da come essi vengono interpretati, allo stesso modo che il risultato di un’operazione scientifica dipende anzitutto dalle procedure utilizzate.

Che siamo dentro una crisi profonda del sistema capitalistico è un fatto, ma un fatto che non ci dice niente di per sé. Occorre spiegare non solo la portata ma la natura di questa crisi, indicare per quali vie il sistema potrebbe o no uscirne. O se ci sono vie d’uscita anti-sistemiche. Su questo abbiamo già detto la nostra. Si tratta di una crisi storico-sistemica, non di una mera recessione, destinata a causare un declino del capitalismo occidentale, a gettarlo in un periodo storico di convulsioni sociali e politiche  acutissime. Non siamo quindi in presenza soltanto di una grande crisi di sovrapproduzione, siamo in presenza di un collasso del modus vivendi ed essendi del capitalismo occidentale. Sta andando in pezzi il modello sistemico, l’architettura stessa del capitalismo occidentale.

«La crisi storico-sistemica di questo centro imperialistico di gravità non significa che il modo capitalistico di produzione in quanto tale abbia detto l’ultima parola, che sia entrato nella fase “finale” o della “agonia mortale”. Ciò che è al tramonto è piuttosto il modello economico, sociale e politico capitalistico affermatosi dal dopoguerra in avanti in tutto l’Occidente, la forma storicamente determinata di capitalismo che ha avuto l’egemonia e il sopravvento a scala mondiale. Sta morendo quella formazione sociale denominata “società opulenta” fondata sul consumismo compulsivo delle larghe masse come motore dello “sviluppo”, contraddistinta dalla trasformazione del proletariato in “nuova classe media”, dalla giugulazione finanziaria e dal saccheggio delle periferie, da quell’accumulazione gigantesca di super-profitti che ha dato i natali al cosiddetto turbo-capitalismo. La “società opulenta” e il turbo-capitalismo agonizzano a causa del loro stesso sviluppo ipertrofico».

Può venirne fuori il sistema? Certo che può venirne fuori, ma a tre  condizioni: dovrà anzitutto tenere testa alle tremende turbolenze interne che lo faranno tremare da cima a fondo, dovrà resistere alle micidiali pressioni che gli verranno dall’esterno, e per riuscirci dovrà in corso d’opera rifondare se stesso, ristrutturarsi completamente. L’esito viene a dipendere dunque da quello della lotta tra le forze antagonistiche, tra chi vuole conservare e chi vuole rovesciare il sistema.

Tuttavia, come ogni crisi storico-sistemica, anche questa è destinata, come minimo, a produrre due effetti.
Il primo consiste nello sconvolgimento dell’ordinamento sociale  e, contestualmente, della composizione sia della classe dominante che di quella dominata. E’ un fatto che ogni crisi economico-sociale profonda riconfigura a fondo anzitutto il proletariato, indebolendo la posizione predominante dell’aristocrazia operaia e spingendo su gli strati pauperizzati – non lo sviluppo ma la crisi dello sviluppo genera la spinta sovversiva in seno alla società.
Di conseguenza, seppure in modo non lineare, la crisi risveglia i popoli e le classi dal loro torpore, poiché, come da noi affermato «… seppure non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si decidono, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole».

Ma non si passa però dalla catalessia al moto impetuoso d’un balzo, il corpo sociale dovrà patire un periodo di spasmi e contorsioni, che sarà tanto doloroso tanto più a lungo è stato immobile.
Eraclito non Hegel

Gli operai europei dovranno attraversare quindici, venti, cinquanta anni di guerre civili e internazionali, non solo per trasformare la situazione ma per trasformare anzitutto se stessi.”
K.Marx

E qui siamo ad un nodo cruciale dal cui scioglimento dipendono i criteri basilari dell’azione politica rivoluzionaria. Sappiamo che non può esservi azione politica giusta sulla base di un’analisi errata. L’azione rivoluzionaria è cioè preceduta dall’analisi rivoluzionaria, che consiste in primo luogo nel riconoscimento delle contraddizioni sistemiche, nell’assegnazione a queste ultime di un rango, nel disvelamento dei loro aspetti primari o secondari.

La crisi storico-sistemica, non quindi una mera perturbazione del ciclo economico, ha questo di peculiare, che porta alla ribalta il conflitto sociale come fattore saliente, pone fine alla pace tra le classi e tra i popoli, così che anche i più ostinati debbono accettare ciò che affermava il grande Eraclito, che «La lotta è la regola del mondo e la guerra è la comune generatrice e signora di tutte le cose».

Dialettica è dunque la nostra visione del mondo, dialettici il nostro metodo e la nostra analisi, poiché il divenire storico sociale è quella forza propulsiva che origina dai contrasti, dalle opposizioni, dai conflitti, dalla discordia. Con due precisazioni necessarie. La prima è che l’assolutezza dei contrasti soggiace anch’essa al mutamento, per cui possono esservi fasi, situazioni, in cui i conflitti possono placarsi o inabissarsi nelle viscere della società, e altre in cui erompono con forza distruttiva. La seconda è che se l’armonia tra opposte forze si da solo in forme provvisorie ed effimere, quindi per loro natura instabili, ciò implica che una conciliazione, una pacificazione, una sintesi non possono sopraffare il contrasto. Per dirla con George Sand: “Il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla. Così, inesorabilmente, è posto il problema”.
Eraclito quindi, non Hegel: gli opposti sono bensì inseparabili l’uno all’altro, ma mai conciliati; il loro stato di belligeranza è permanente, l’uno deve infine trionfare sull’altro, rivoluzione sociale e politica o controrivoluzione, solo così una nuova opposizione prenderà vita. E le anime belle che fanno spallucce, che vorrebbero cercare un rifugio, una scappatoia a questa regola inesorabile della dialettica storica sappiano che il potere sistemico ha solo un modo per sfuggire alle sue contraddizioni interne, la guerra.

Le due contraddizioni principali

«La storia è radicale e percorre parecchie fasi, quando deve seppellire una figura vecchia. (…) L’arma della critica non può certamente sostituire la critica della armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse»
K. Marx

Ogni crisi storico-sistemica, imprimendo un’accelerazione ai fenomeni sociali, scombussola il rango ingessato delle contraddizioni, ridislocandole, spostando dietro quelle che erano primarie e facendo diventare primarie quelle che erano prima latenti. Qual è la contraddizione principale, e quali le secondarie che questa crisi storico-sistemica porta alla ribalta?

Prima di dare una risposta occorre allargare lo sguardo e collocare questa crisi nel contesto in cui effettivamente si trova. Cosa scopriamo? Che essa si è fatta avanti mentre più acuta che mai è diventata l’opposizione tra un modo di produzione che per sua natura tende allo sviluppo smisurato e i limiti fisici che l’eco-sistema pone a questo sviluppo medesimo. Il modo capitalistico di produzione, a causa della sua prodigiosa espansione, è entrato in un conflitto insanabile con il mondo: la natura del capitalismo si pone contro la natura naturale, le leggi del primo contro quelle della seconda.

Abbiamo così un paradosso: che i rivoluzionari, in quanto tenuti  anzitutto a difendere quella natura naturale senza la quale nessun discorso di liberazione avrebbe senso logico e storico, debbono sapere di essere diventati conservatori. Detto altrimenti siamo dentro ad un cambio di paradigma, ovvero l’abbandono irreversibile del mito del progresso per cui ogni avanzata del capitalismo era considerata un passo avanti verso il socialismo. E’ vero invece il contrario: ogni passo avanti del capitalismo sulla sua propria strada è un avvicinarsi non solo alla barbarie sociale ma all’abisso di civiltà. Il convoglio dell’umanità, col Capitale alla guida, sta procedendo contro mano. Occorre fermarlo per poter poi invertire la rotta.

Questo è necessario per comprendere qual è la contraddizione principale, poiché essa non è quella di tipo logico-metafisco indicata da Marx —tra le forze produttive che tendono ad uno sviluppo illimitato e i rapporti di produzione che agirebbero su di esse come una camicia di forza.
La contraddizione principale che questa crisi ripropone al centro della vicenda sociale, quella che riposiziona e si porta appresso quelle secondarie, è proprio l’opposizione reale e concreta, tra il Capitale, giunto al suo più alto grado di sviluppo, e le masse sterminate di proletari che sono la vera forza motrice che sta dietro alla sua potenza. Con questa specificazione marxiana: «Per “proletario” dal punto di vista economico non si deve intendere se non l’operaio salariato che produce e valorizza “capitale” ed è gettato sul lastrico non appena sia diventato superfluo per i bisogni di valorizzazione di “Monsieur le Capital”.»
Questo ha di bello questa crisi, che riconduce il capitalismo ai suoi fondamentali, che getta sul lastrico milioni di lavoratori, che innesca la tendenza alla pauperizzazione. Se è l’esistenza che determina la coscienza, la coscienza dovrà adeguarsi a questa nuove penosa dimensione dell’esistenza.

La crisi significa che il capitale occidentale deve spezzare l’equilibrio, il compromesso che esso aveva stipulato col lavoro salariato, ove il patto consisteva nello scambio tra la massima produttività concessa da quest’ultimo, e da cui dipende che il Capitale possa valorizzarsi, e il “benessere” che il Capitale aveva a sua volta concesso al lavoro salariato, e che è consistito nella devoluzione  ad esso di una parte del plusvalore. Questo patto storico è stato reso possibile grazie all’imperialismo che, come capirono presto i capitalisti inglesi, “… era la via per risolvere la questione sociale”, ovvero, grazie al saccheggio delle periferie, reperire la ricchezza supplementare necessaria per smorzare la lotta di classe, comprare l’acquiescenza dei propri salariati trasformandoli in aristocrazia del lavoro.

L’irriducibile Resistenza dei popoli del “terzo mondo” e l’irrompere sulla scena di paesi arretrati come nuove potenze economiche ha contribuito ad inceppare i meccanismi del sistema imperialistico, che ora è costretto a rimangiarsi tutto quanto aveva concesso ai popoli occidentali, facendoli lavorare come forzati per salari di fame, quindi generando un esercito industriale di riserva di proporzioni massicce. E’questo che condurrà all’esacerbazione dei conflitti sociali interni.

Sono componibili questi conflitti? Solo se l’imperialismo riuscisse in tempi stretti a ripristinare il proprio incontrastato dominio economico, cioè vincendo le Resistenze dei popoli e delle nazioni oppresse e risospingendo paesi come la Cina, l’India o il Brasile in uno stato di minorità. Ma questo è teoricamente possibile, con o senza Obama, solo riconquistando con la forza le sue posizioni perdute.

E qui veniamo alla seconda contraddizione principale, quella esterna, tra l’imperialismo e i popoli che, sia essi seguendo una via capitalistica o socialista al proprio sviluppo, sono obbligati a sganciarsi dalla morsa occidentale.

Se è facile affermare che occorre agire su queste due contraddizioni principali, non sarà invece agevole la vittoria sul Capitale imperialistico. E perché non lo sarà? Perché la vittoria viene a dipendere da due necessità scottanti: la saldatura dei salariati occidentali coi popoli che resistono, come pure una relazione non antagonistica con quei paesi come la Cina la cui avanzata contribuisce, se non altro come un katekhon, come una forza frenante del nostro nemico principale.

Oggi sia la saldatura coi popoli che resistono che un rapporto positivo con la Cina e i “paesi emergenti” appaiono ardui, visto che le masse occidentali sono, pur passivamente, intruppate dal capitale nella “guerra imperialista di civiltà”.
Molta strada dovrà essere percorsa, e forse molto sangue scorrere, prima che la Santa alleanza che lega borghesi e proletari si spezzi.

L’inferno dei CIE raccontato da medici Senza Frontiere

07/02/2010

Medici Senza Frontiere presenta “Al di là del muro” Secondo rapporto sui centri per migranti in Italia

Servizi scarsi e scadenti, mancano beni di prima necessità. Assenti le autorità sanitarie, negato a MSF l’ingresso ai centri Lampedusa e Bari. MSF chiede la chiusura dei CIE di Trapani e Lamezia Terme

cie_gabbie

Roma – A più di dieci anni dall’istituzione dei centri per migranti in Italia, la gestione generale sembra ispirata a un approccio ancora emergenziale. I servizi erogati, in generale, sembrano essere concepiti nell’ottica di soddisfare a malapena i bisogni primari, tralasciando le molteplici istanze che possono contribuire a determinare una condizione accettabile di benessere psicofisico. Al momento dell’entrata in vigore del pacchetto sicurezza e con il conseguente allungamento dei tempi di detenzione nei CIE da 2 a 6 mesi, non erano previsti adeguamenti nell’erogazione dei servizi.

È quanto emerge dall’indagine svolta da Medici Senza Frontiere, che a distanza di 5 anni, unica organizzazione indipendente a scrivere un rapporto sui CIE e CARA, è tornata nei luoghi di detenzione per i migranti privi di permesso di soggiorno e di transito per i richiedenti asilo.
“Al di là del muro” rappresenta la seconda fotografia della realtà che si vive all’interno dei CIE (Centri di identificazione ed espulsione), CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e CDA (Centri di accoglienza) in Italia. Il rapporto indaga gli aspetti socio-sanitari e le condizioni di vita all’interno di queste strutture. Con “Al di là del muro” MSF intende far conoscere la realtà di questi spazi chiusi ad osservatori esterni e far emergere la quotidianità vissuta da migliaia di persone.

L’ indagine è basata su due diverse visite condotte da MSF a distanza di otto mesi tra il 2008 e il 2009, quando sono stati visitati 21 centri tra CIE, CARA e CDA disseminati sul territorio nazionale. In alcuni centri, gli operatori di MSF si sono trovati di fronte a un atteggiamento ostile da parte dei gestori, incontrando difficoltà nel condurre liberamente l’indagine, subendo limitazioni e dinieghi nell’accedere in determinate aree: emblematici i casi dei centri di Lampedusa e del CIE di Bari dove è stata negata dalla Prefettura l’autorizzazione a entrare nelle aree alloggiative, nonostante la visita di MSF fosse stata comunicata con diverse settimane di preavviso.

“Rispetto alle visite condotte nel 2003 poco è cambiato, molti sono i dubbi che persistono, su tutti la scarsa assistenza sanitaria, strutturata per fornire solo cure minime, sintomatiche e a breve termine. Stupisce inoltre l’assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive e croniche. Mancano soprattutto nei CIE, come ad esempio in quello di Torino, i mediatori culturali senza i quali si crea spesso incomunicabilità tra il medico e il paziente. Sconcerta in generale l’assenza delle autorità sanitarie locali e nazionali”, dichiara Alessandra Tramontano, coordinatrice medica di MSF in Italia.

“Tra i CIE, Trapani e Lamezia Terme andrebbero chiusi subito perché totalmente inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità. Ma anche in altri CIE abbiamo riscontrato problemi gravi: a Roma mancavano persino beni di prima necessità come coperte, vestiti, carta igienica, o impianti di riscaldamento consoni”, continua Tramontano.

“Nei CARA abbiamo rilevato invece servizi di accoglienza inadeguati. Il caso dei centri di Foggia e Crotone ne è un esempio: 12 persone costrette a vivere in container fatiscenti di 25 o 30 metri quadrati, distanti diverse centinaia di metri dai servizi e dalle altre strutture del centro. Negli stessi centri l’assenza di una mensa obbligava centinaia di persone a consumare i pasti giornalieri sui letti o a terra”, conclude Alessandra Tramontano.

La gestione complessiva dei centri per migranti, sia dei CIE che dei CARA e dei CDA, appare dunque in larga parte inefficiente. I servizi erogati sono spesso scarsi e scadenti e non si riesce di fatto a garantire una effettiva identificazione, protezione e assistenza dei soggetti vulnerabili che rappresentano una parte consistente (se non prevalente) della popolazione ospitata.

Leggi la sintesi del rapporto in italiano >>

Leggi l’abstract del rapporto in italiano >>

Leggi l’abstract del rapporto in inglese >>

Leggi l’abstract del rapporto in francese >>

tratto da www.medicisenzafrontiere.it

Vittime sul lavoro, una guerra civile

31/01/2010

Vittime sul lavoro, danno e beffa. Cosa succede dopo la perdita di un familiare in un incidente mortale sul lavoro? Lunghe attese, indennizzi insufficienti oppure, in certi casi, assolutamente niente.

Finalmente la strage quotidiana di lavoratori che avviene nel nostro paese non è più silenziosa. C’è voluto un fatto gravissimo come quello della ThyssenKrupp di Torino per smuovere l’indignazione dell’opinione pubblica e di conseguenza l’attenzione mediatica verso una piaga che fa scomparire più di mille persone l’anno, molto di più della media europea.

I dati statistici

Negli ultimi 10 anni secondo i dati Eurostat, i morti sul lavoro sono diminuiti del 46% in Germania e del 34% in Spagna, ma solo del 25 % nel nostro Paese. E anche in termini assoluti l’Italia ha 200 morti in più all’anno. Secondo i dati Eurispes dal 2003 al 2006, in Italia i morti sul lavoro sono stati 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti.  Poco meno del 70% di lavoratori perde la vita cadendo da impalcature nell’edilizia o per ribaltamento del trattore nel settore agricolo. L’età media dei morti è di 37 anni. La città dove si muore di più sul lavoro è Taranto, seguita da Gorizia e Ragusa. Interessante il tasso d’incidenza degli immigrati in questa statistica, l’11% (senza contare i clandestini i cui corpi a volte spariscono), cioè molto più dell’incidenza che hanno sulla popolazione (7%) ed esattamente la stessa incidenza che hanno sulla criminalità con la differenza che quando muoiono il risalto mediatico è sicuramente inferiore.

Gli infortuni invece sono circa 1 milione all’anno di cui 30 mila comportano invalidità permanenti. In totale, ad oggi, risultano titolari di rendita Inail oltre 900 mila persone (tra infortunati, vedove e orfani).

Ma cosa succede dopo la perdita di un familiare in un incidente sul lavoro? Chi paga?

L’Inail

L’Inail, beneficiando dei tagli sulle prestazioni e sull’aumento dei premi assicurativi, ha messo da parte un bel gruzzolo di circa 12 miliardi di attivo da cui però la pubblica amministrazione attinge anche per spese non inerenti alle prestazioni per salute e sicurezza dei lavoratori. I costi annui per gli incidenti sul lavoro sono valutati in circa 42 miliardi di euro, di cui 5 per prestazioni economiche alle vittime o alle loro famiglie. Il resto sono i costi per le spese sanitarie, protesiche e riabilitative e oneri dell’Inps per le giornate lavorative perse.

Le rendite ai familiari

Nel caso in cui l’infortunio o la malattia professionale causino la morte del lavoratore, i familiari a carico hanno diritto a una rendita calcolata sulla retribuzione nell’anno precedente l’evento così ripartita:  50% al coniuge 20% a ciascun figlio. In mancanza di coniuge e figli:  20% ai genitori naturali e adottivi e 20% a ciascuno dei fratelli e delle sorelle. Ovviamente solo se a carico.

Le indennità dell’Inail in Italia ammontano in media a 20,50 euro al giorno al coniuge di un morto sul lavoro (una media di 650 euro al mese) e di 10 euro al figlio per la perdita di un genitore e la cui erogazione viene interrotta al raggiungimento della maggiore età. Niente invece è quello che riceve un padre che ha perso il figlio a carico sul luogo di lavoro (vengono rimborsate solo le spese funerarie). Inoltre c’è il problema dell’attesa perché quando si apre un procedimento penale per responsabilità del datore di lavoro, si può aspettare anche un anno e mezzo e, fino ad allora, la famiglia è costretta ad “arrangiarsi” vivendo senza la retribuzione e senza la rendita.

Il risarcimento da parte del datore di lavoro

L’assicurazione Inail esonera il datore di lavoro dall’obbligo di risarcire i danni in sede civile nei confronti dei lavoratori colpiti da infortunio sul lavoro o da malattia professionale. Vi sono dei casi in cui il datore di lavoro deve risarcire anche i danni in sede civile fra cui la condanna penale del datore di lavoro per il fatto dal quale è scaturito l’infortunio. Un esempio è quello di un saldatore che ha lavorato 21 anni all’Ansaldo a cui è stata riconosciuta la malattia professionale causata dall’amianto. Per la sua morte l’Ansaldo Spa è stata condannata a risarcire la vedova e il figlio dell’operaio. Alla moglie è stato quantificato un risarcimento di 125 mila euro e 55 mila per il figlio poiché il decesso dell’operaio “si è verificata per fatto e colpa dei dirigenti e preposti di Ansaldo Spa”.

I controlli

Nel 2007 sono stati 27.571 i cantieri ispezionati, per un totale di 43.076  aziende. Irregolari ne sono state trovate 24.157, cioè ben più del 50% di cui 2.224 chiuse per gravità delle violazioni delle leggi sul lavoro. I lavoratori in nero accertati sono stati 4.558 di cui 780 immigrati clandestini, che ora naturalmente rischiano l’espulsione. Prima rischiavano solo la vita.

Infine un dato che deve far riflettere. Sono 3.520 i militari della coalizione che hanno perso la vita in Iraq dall’aprile 2003 all’aprile 2007. Nello stesso periodo in Italia ci sono stati 6.299 morti sul lavoro. La guerra ce l’abbiamo in casa.

Franco Marino

tratto da Senza Soste n.23 (febbraio 2008)

Pagliara e la scuola Onu di Beit Lahia

22/01/2010
Tratto da:
http://www.agoravox.it

Basta con le ipocrisie della Rai e dell’inviato del TG 1!

claudio_pagliara

CLAUDIO PAGLIARA

Cari lettori, è necessario prendere un provvedimento urgente per Rai1 e nei confronti del giornalista Claudio Pagliara, inviato del TG1 in Israele, perché è inconcepibile che questo uomo mediocre possa mentire così spudoratamente, là dove l’Onu sta protestando e dove si sono sicuramente voluti attaccare i civili e il personale dell’Unwra a Gaza, in Palestina.

Abbiate fiducia nelle autority perché, in merito a quanto dice e dichiara di falso, lo si può denunciare di fronte all’Ordine dei Giornalisti, nonché ottenere per lui un richiamo sindacale con una segnalazione alla Federazione Nazionale Stampa Italiana. Inoltre, per i crimini di guerra, compiuti al soldo di una potenza straniera in territorio italiano, può bastare anche una comune denuncia presso l’arma dei Carabinieri.

In attesa di una delibera del forum delle Associazioni per la Palestina (anche io ne sono membro), vi segnalo qual’è l’oggetto del mio sdegno odierno:

Al tg1 di ieri, sabato 24 gennaio 2009, dato in replica anche questa mattina, domenica 25 gennaio 2009, Claudio Pagliara ha dichiarato, spacciando la sua menzogna addirittura per una buona notizia: che la “granata”, che avrebbe distrutto la scuola di Beit Lahia radendola al suolo e lasciando di essa solo una voragine, è caduta a 100 metri dal recinto. Ovvero che la DIME, ordigno ad alta penetrazione rivestito all’uranio depleto, che doveva radere al suolo la scuola Onu è caduta più in là, lasciando l’opera di distruzione incendiaria alle bombe a grappolo al fosforo bianco.

Pagliara voleva dire: “Che bello! Potevano fare di peggio!” Esplicitando così la “minaccia” di Israele direttamente all’Onu, via etere per il TG1 Rai – Italia.

Di seguito le foto scioccanti del bombardamento sulla scuola Onu di Beit Lahia, e contestualmente una fotografica e veritiera rappresentazione della pioggia di fuoco causata da una bomba a grappolo al fosforo bianco come ne sono cadute a centinaia nella Napoli mediorientale, che è la città di Gaza – Palestina.

Ecco la scuola ONU di BEIT LAHIA

PRIMA PARTE DELL’ATTACCO

image.1.3148034083web53210.mail.re2.yahoo.com_600

image.2.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

I SANITARI CORRONO PER SOCCORRERE I PRIMI FERITI

image.3.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

E VENGONO COLPITI DA UNA SECONDA PIOGGIA DI FUOCO

image.4.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

COLPITI OVUNQUE: DENTRO, SOPRA E INTORNO ALLA SCUOLA ONU DI BEIT LAHIA

image.5.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

MA SOPRATTUTTO DURANTE LA VITA UMANA DEI BAMBINI PALESTINESI,

image.6.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

DURANTE LA VITA UMANA DEI CIVILI PALESTINESI

image.8.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

E DI QUELLA DEGLI OPERATORI ONU DI GAZA PRESSO LA SCUOLA DI BEIT LAHIA

image.9.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

Signor Pagliara:

image.23.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

COSI’ UCCIDE UNA BOMBA A GRAPPOLO AL FOSFORO BIANCO

image.26.3148034085web53210.mail.re2.yahoo.com_600

scarica e stampa qui tutte le 40 foto dell’attacco – CLICK –

Loredana Morandi, palestinese, Roma