Archive for the ‘Politica’ Category

Il più grande crimine-saggio di Paolo Barnard

04/10/2010

Questo è il primo dei sei video che riassumono il saggio IL PIU’ GRANDE CRIMINE di Paolo Barnard. A questo link trovate invece il saggio in Pdf:

http://www.paolobarnard.info/docs/Il_Piu_Grande_Crimine.pdf

Una volta letto il saggio, o visto il video, la vostra vita e il vostro modo di giudicare la storia e il mondo, cambieranno radicalmente…..

Quando Napolitano prendeva i soldi da Berlusconi

09/03/2010

Da Senzasoste:

1987, Berlusconi finanziava la corrente PCI di Napolitano. Una storia che arriva fino a noi

berlusconi-napolitanoNei giorni scorsi sono arrivate due significative dichiarazioni di Massimo D’Alema e Piero Fassino che difendevano il diritto del PDL ad essere ammesso alle elezioni regionali in Lombardia. Eppure la possibilità di far fuori il PDL, in una regione chiave del paese, era concreta e persino perfettamente legale.
Come mai tutto questo fair play da parte degli esponenti PD provenienti dall’esperienza del PCI? E come mai questo fair play si esercita in Lombardia, nel cuore del potere berlusconiano?
Certo al PD il decreto “interpretativo” non piace, preferiva altre soluzioni per salvare il PDL e l’ha fatto capire D’Alema all’Ansa. Si trattava come sempre, per il partito di Bersani, di conciliare il conflitto contingente con il PDL con alcune intese di fondo con il centrodestra.
Intese che furono ricordate un giorno in aula da Luciano Violante che, indispettito dal comportamento del centrodestra, disse che se le cose continuavano in quel modo il centrosinistra avrebbe toccato le televisioni di Berlusconi. “Non l’abbiamo mai fatto per gli accordi che sapete” disse l’ex presidente del senato, facendo capire la portata della minaccia ma anche l’importanza degli accordi. Quegli accordi che formano la costituzione materiale della seconda repubblica. Quelli che portano a dire agli esponenti del PD che l’antiberlusconismo non è un valore. Capire quali in fondo non è difficile. Basta aprire il giornale la mattina.
Ma in quali radici affondano le intese tra reduci del PCI e Berlusconi? Temporalmente parlando si risale a prima della caduta del muro di Berlino. A quando, secondo la storia alla Orwell di oggi, il PCI prendeva montagne di rubli da Mosca e Berlusconi sosteneva il mondo libero. Ma rubli e “mondo libero” sono questioni degli anni ’50 mentre negli anni ’80 l’integerrimo anticomunista Berlusconi il PCI lo finanziava eccome. E finanziava proprio la corrente del PCI di Giorgio Napolitano, per capire come i protagonisti del decreto di oggi non solo si conoscano da tempo ma abbiano storiche intese suggellate da finanziamenti e da convergenze di interessi di potere.
Del resto, proprio nel 1987 a Roma il PCI organizzò un convegno sul futuro della televisione italiana. I tre principali relatori furono Massimo D’Alema, Walter Veltroni e..Silvio Berlusconi. Il quale, lungi dallo scatenarsi contro i comunisti, fece una relazione densa di elogi verso il PCI per il ruolo che questo aveva assunto per lo sviluppo della comunicazione e del pluralismo in Italia.
Per capire il clima dell’epoca è utile la lettura di un libro Il Baratto (Il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi fra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta. Kaos edizioni, 2008) di Michele De Lucia.

http://www.scuolanticoli.com/libri/pagelibri_016.htm

E soprattutto sono utili gli estratti del libro per comprendere subito i rapporti materiali ed ideologici che intercorrevano tra Napolitano e Berlusconi nel 1987.
Materiali, perchè la Fininvest finanziava con la pubblicità la strategica corrente milanese di Napolitano, ideologici perchè la corrente di Napolitano magnificava il tipo di capitalismo rappresentato dal cavaliere di Arcore.
Questo per far capire la storia reale d’Italia, le radici antiche delle intese tra Berlusconi ed i reduci del PCI e per comprendere che se l’Italia si vuol liberare dal ducetto di Arcore deve anche tagliare le antiche radici di certi accordi. Che rappresentano una assicurazione sulla vita per Berlusconi e sulla carriera per i personaggi appena citati.

la fonte

Napolitano viene da lontano. Era migliorista e berlusconiano. Gli articoli del suo settimanale “Il Moderno” (con pubblicità Finivest anni ’80) superano persino le poesie di Bondi al “caro leader”.

“Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della corrente “migliorista” del Pci (la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Napolitano). Animato da Gianni Cervetti… all’insegna dello slogan “l’innovazione nella società, nell’economia, nella cultura” (p. 104).”
“Intanto a Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno… scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità pro­duttive” (p. 115)”.
«Il numero di aprile 1987 … esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest. È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’inserzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie… Intanto uno dei fondatori del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca… E il 18 aprile l’a­genzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5… (pp 126 — 127)”.
“A giugno 1989 … pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano. Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che “ha cambiato tutto: adesso la sua squadra è una vera e propria azienda,” e così via. Il giornale della corrente di destra del Pci è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148)”.(*)

(*) Testi tratti dal libro: “Il Baratto” dal blog www.dirittodicritica.com.

Questioni di metodo e questioni strategiche

07/02/2010
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Visioni del Mondo
Scritto da Moreno Pasquinelli

Considerazioni teoriche sulla crisi, le contraddizioni che porta in prima linea e sul campo di battaglia

Che cos’è e come si fa oggi l’analisi della situazione sociale

La critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione. Essa non è un coltello anatomico, è un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, che essa non vuole confutare bensì annientare
K.Marx

Lenin, convinto assertore della primazia della politica come arte della trasformazione sociale, insegnava che se il partito rivoluzionario vuole che la sua azione dia dei frutti, quest’ultima deve sempre essere ancorata alla “analisi concreta della situazione concreta”. Una volta fatta quest’analisi su essa era  tenuto a scommettere senza esitazione. Nel vortice del 1917 Lenin precisava che non ci si doveva “lasciar guidare dallo stato d’animo delle masse, che è instabile e non può essere calcolato”, bensì “dall’analisi obiettiva e dalla valutazione della rivoluzione”.

Quest’appello alla concretezza, così peculiare del Lenin politico, poggiava tuttavia su tre postulati teorici: (1) la certezza categorica dell’inevitabilità del socialismo, (2) la funzione rivoluzionaria della classe operaia, (3) la convinzione che si era entrati nella fase finale della guerra di classe.
E’ appoggiandosi ad essi che si spiega l’imprescindibilità del Partito politico per Lenin, concepito come il mezzo con cui la classe acquista consapevolezza della propria missione storica ed infine come l’ostetrica che avrebbe assicurato che il parto storico del socialismo sarebbe andato a buon fine.

Il richiamo leniniano “all’analisi concreta della situazione concreta”, era si di chiara marca empiristica, ma adagiato su rassicuranti postulati teorici, così che si trattava di scovare nel mondo fenomenico i segni, la conferma di quei postulati e della direzione di marcia della storia.
Noi siamo oggi in una situazione radicalmente diversa. Non solo perché la formazione sociale che chiamiamo capitalismo è profondamente mutata, perché quei postulati si sono dimostrati fallaci. Non è vero che il socialismo sia ineluttabile, non è vero che la classe operaia abbia congenita una missione salvifica universale, né siamo in alcuna fase finale della vita del capitalismo. Sappiamo infine che il ruolo del partito politico nella trasformazione sociale è ben più grande che non quello di una levatrice. Esso non è nemmeno soltanto l’avanguardia o la guida: è il reagente che innesca, date certe condizioni oggettive, quella gigantesca reazione chimica che chiamiamo Rivoluzione e per mezzo della quale la trasformazione sociale è possibile.

Cosa ne consegue? Che siamo tenuti a compiere “l’analisi concreta della situazione concreta” senza mai smarrire né la nostra visione del mondo né i fini che ci poniamo, che costituiscono l’ordito della nostra teoria politica. E’da questa teoria che infatti ricaviamo il metodo d’indagine che usiamo, un metodo, quello nostro, che non si da quindi le arie, che non proclama di essere “obbiettivo” o “neutrale”.
Questa crisi qui

Da parte nostra, dobbiamo portare interamente alla luce del giorno il vecchio mondo e creare positivamente il nuovo mondo. Quanto più a lungo gli eventi lasceranno tempo per riflettere all’umanità che pensa e tempo per riunirsi all’umanità che soffre, tanto più perfetto verrà al mondo il frutto che il presente porta in grembo”.
K. Marx

I fatti, si dice, hanno la testa dura, ma questo non vuol dire che i “fatti” in quanto tali sia univoci, che parlino da soli. Attraverso la prassi i “fatti” servono per verificare la validità della teoria, ma questa non dipende da quelli. Essi sono molto spesso opachi, ambigui, polisemici. Risultati sporchi del marasma sociale, vanno interpretati, decodificati, poiché essi stessi altamente contraddittori.  Una linea politica viene dunque a dipendere non tanto dai cosiddetti “fatti”, ma da come essi vengono interpretati, allo stesso modo che il risultato di un’operazione scientifica dipende anzitutto dalle procedure utilizzate.

Che siamo dentro una crisi profonda del sistema capitalistico è un fatto, ma un fatto che non ci dice niente di per sé. Occorre spiegare non solo la portata ma la natura di questa crisi, indicare per quali vie il sistema potrebbe o no uscirne. O se ci sono vie d’uscita anti-sistemiche. Su questo abbiamo già detto la nostra. Si tratta di una crisi storico-sistemica, non di una mera recessione, destinata a causare un declino del capitalismo occidentale, a gettarlo in un periodo storico di convulsioni sociali e politiche  acutissime. Non siamo quindi in presenza soltanto di una grande crisi di sovrapproduzione, siamo in presenza di un collasso del modus vivendi ed essendi del capitalismo occidentale. Sta andando in pezzi il modello sistemico, l’architettura stessa del capitalismo occidentale.

«La crisi storico-sistemica di questo centro imperialistico di gravità non significa che il modo capitalistico di produzione in quanto tale abbia detto l’ultima parola, che sia entrato nella fase “finale” o della “agonia mortale”. Ciò che è al tramonto è piuttosto il modello economico, sociale e politico capitalistico affermatosi dal dopoguerra in avanti in tutto l’Occidente, la forma storicamente determinata di capitalismo che ha avuto l’egemonia e il sopravvento a scala mondiale. Sta morendo quella formazione sociale denominata “società opulenta” fondata sul consumismo compulsivo delle larghe masse come motore dello “sviluppo”, contraddistinta dalla trasformazione del proletariato in “nuova classe media”, dalla giugulazione finanziaria e dal saccheggio delle periferie, da quell’accumulazione gigantesca di super-profitti che ha dato i natali al cosiddetto turbo-capitalismo. La “società opulenta” e il turbo-capitalismo agonizzano a causa del loro stesso sviluppo ipertrofico».

Può venirne fuori il sistema? Certo che può venirne fuori, ma a tre  condizioni: dovrà anzitutto tenere testa alle tremende turbolenze interne che lo faranno tremare da cima a fondo, dovrà resistere alle micidiali pressioni che gli verranno dall’esterno, e per riuscirci dovrà in corso d’opera rifondare se stesso, ristrutturarsi completamente. L’esito viene a dipendere dunque da quello della lotta tra le forze antagonistiche, tra chi vuole conservare e chi vuole rovesciare il sistema.

Tuttavia, come ogni crisi storico-sistemica, anche questa è destinata, come minimo, a produrre due effetti.
Il primo consiste nello sconvolgimento dell’ordinamento sociale  e, contestualmente, della composizione sia della classe dominante che di quella dominata. E’ un fatto che ogni crisi economico-sociale profonda riconfigura a fondo anzitutto il proletariato, indebolendo la posizione predominante dell’aristocrazia operaia e spingendo su gli strati pauperizzati – non lo sviluppo ma la crisi dello sviluppo genera la spinta sovversiva in seno alla società.
Di conseguenza, seppure in modo non lineare, la crisi risveglia i popoli e le classi dal loro torpore, poiché, come da noi affermato «… seppure non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si decidono, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole».

Ma non si passa però dalla catalessia al moto impetuoso d’un balzo, il corpo sociale dovrà patire un periodo di spasmi e contorsioni, che sarà tanto doloroso tanto più a lungo è stato immobile.
Eraclito non Hegel

Gli operai europei dovranno attraversare quindici, venti, cinquanta anni di guerre civili e internazionali, non solo per trasformare la situazione ma per trasformare anzitutto se stessi.”
K.Marx

E qui siamo ad un nodo cruciale dal cui scioglimento dipendono i criteri basilari dell’azione politica rivoluzionaria. Sappiamo che non può esservi azione politica giusta sulla base di un’analisi errata. L’azione rivoluzionaria è cioè preceduta dall’analisi rivoluzionaria, che consiste in primo luogo nel riconoscimento delle contraddizioni sistemiche, nell’assegnazione a queste ultime di un rango, nel disvelamento dei loro aspetti primari o secondari.

La crisi storico-sistemica, non quindi una mera perturbazione del ciclo economico, ha questo di peculiare, che porta alla ribalta il conflitto sociale come fattore saliente, pone fine alla pace tra le classi e tra i popoli, così che anche i più ostinati debbono accettare ciò che affermava il grande Eraclito, che «La lotta è la regola del mondo e la guerra è la comune generatrice e signora di tutte le cose».

Dialettica è dunque la nostra visione del mondo, dialettici il nostro metodo e la nostra analisi, poiché il divenire storico sociale è quella forza propulsiva che origina dai contrasti, dalle opposizioni, dai conflitti, dalla discordia. Con due precisazioni necessarie. La prima è che l’assolutezza dei contrasti soggiace anch’essa al mutamento, per cui possono esservi fasi, situazioni, in cui i conflitti possono placarsi o inabissarsi nelle viscere della società, e altre in cui erompono con forza distruttiva. La seconda è che se l’armonia tra opposte forze si da solo in forme provvisorie ed effimere, quindi per loro natura instabili, ciò implica che una conciliazione, una pacificazione, una sintesi non possono sopraffare il contrasto. Per dirla con George Sand: “Il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla. Così, inesorabilmente, è posto il problema”.
Eraclito quindi, non Hegel: gli opposti sono bensì inseparabili l’uno all’altro, ma mai conciliati; il loro stato di belligeranza è permanente, l’uno deve infine trionfare sull’altro, rivoluzione sociale e politica o controrivoluzione, solo così una nuova opposizione prenderà vita. E le anime belle che fanno spallucce, che vorrebbero cercare un rifugio, una scappatoia a questa regola inesorabile della dialettica storica sappiano che il potere sistemico ha solo un modo per sfuggire alle sue contraddizioni interne, la guerra.

Le due contraddizioni principali

«La storia è radicale e percorre parecchie fasi, quando deve seppellire una figura vecchia. (…) L’arma della critica non può certamente sostituire la critica della armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse»
K. Marx

Ogni crisi storico-sistemica, imprimendo un’accelerazione ai fenomeni sociali, scombussola il rango ingessato delle contraddizioni, ridislocandole, spostando dietro quelle che erano primarie e facendo diventare primarie quelle che erano prima latenti. Qual è la contraddizione principale, e quali le secondarie che questa crisi storico-sistemica porta alla ribalta?

Prima di dare una risposta occorre allargare lo sguardo e collocare questa crisi nel contesto in cui effettivamente si trova. Cosa scopriamo? Che essa si è fatta avanti mentre più acuta che mai è diventata l’opposizione tra un modo di produzione che per sua natura tende allo sviluppo smisurato e i limiti fisici che l’eco-sistema pone a questo sviluppo medesimo. Il modo capitalistico di produzione, a causa della sua prodigiosa espansione, è entrato in un conflitto insanabile con il mondo: la natura del capitalismo si pone contro la natura naturale, le leggi del primo contro quelle della seconda.

Abbiamo così un paradosso: che i rivoluzionari, in quanto tenuti  anzitutto a difendere quella natura naturale senza la quale nessun discorso di liberazione avrebbe senso logico e storico, debbono sapere di essere diventati conservatori. Detto altrimenti siamo dentro ad un cambio di paradigma, ovvero l’abbandono irreversibile del mito del progresso per cui ogni avanzata del capitalismo era considerata un passo avanti verso il socialismo. E’ vero invece il contrario: ogni passo avanti del capitalismo sulla sua propria strada è un avvicinarsi non solo alla barbarie sociale ma all’abisso di civiltà. Il convoglio dell’umanità, col Capitale alla guida, sta procedendo contro mano. Occorre fermarlo per poter poi invertire la rotta.

Questo è necessario per comprendere qual è la contraddizione principale, poiché essa non è quella di tipo logico-metafisco indicata da Marx —tra le forze produttive che tendono ad uno sviluppo illimitato e i rapporti di produzione che agirebbero su di esse come una camicia di forza.
La contraddizione principale che questa crisi ripropone al centro della vicenda sociale, quella che riposiziona e si porta appresso quelle secondarie, è proprio l’opposizione reale e concreta, tra il Capitale, giunto al suo più alto grado di sviluppo, e le masse sterminate di proletari che sono la vera forza motrice che sta dietro alla sua potenza. Con questa specificazione marxiana: «Per “proletario” dal punto di vista economico non si deve intendere se non l’operaio salariato che produce e valorizza “capitale” ed è gettato sul lastrico non appena sia diventato superfluo per i bisogni di valorizzazione di “Monsieur le Capital”.»
Questo ha di bello questa crisi, che riconduce il capitalismo ai suoi fondamentali, che getta sul lastrico milioni di lavoratori, che innesca la tendenza alla pauperizzazione. Se è l’esistenza che determina la coscienza, la coscienza dovrà adeguarsi a questa nuove penosa dimensione dell’esistenza.

La crisi significa che il capitale occidentale deve spezzare l’equilibrio, il compromesso che esso aveva stipulato col lavoro salariato, ove il patto consisteva nello scambio tra la massima produttività concessa da quest’ultimo, e da cui dipende che il Capitale possa valorizzarsi, e il “benessere” che il Capitale aveva a sua volta concesso al lavoro salariato, e che è consistito nella devoluzione  ad esso di una parte del plusvalore. Questo patto storico è stato reso possibile grazie all’imperialismo che, come capirono presto i capitalisti inglesi, “… era la via per risolvere la questione sociale”, ovvero, grazie al saccheggio delle periferie, reperire la ricchezza supplementare necessaria per smorzare la lotta di classe, comprare l’acquiescenza dei propri salariati trasformandoli in aristocrazia del lavoro.

L’irriducibile Resistenza dei popoli del “terzo mondo” e l’irrompere sulla scena di paesi arretrati come nuove potenze economiche ha contribuito ad inceppare i meccanismi del sistema imperialistico, che ora è costretto a rimangiarsi tutto quanto aveva concesso ai popoli occidentali, facendoli lavorare come forzati per salari di fame, quindi generando un esercito industriale di riserva di proporzioni massicce. E’questo che condurrà all’esacerbazione dei conflitti sociali interni.

Sono componibili questi conflitti? Solo se l’imperialismo riuscisse in tempi stretti a ripristinare il proprio incontrastato dominio economico, cioè vincendo le Resistenze dei popoli e delle nazioni oppresse e risospingendo paesi come la Cina, l’India o il Brasile in uno stato di minorità. Ma questo è teoricamente possibile, con o senza Obama, solo riconquistando con la forza le sue posizioni perdute.

E qui veniamo alla seconda contraddizione principale, quella esterna, tra l’imperialismo e i popoli che, sia essi seguendo una via capitalistica o socialista al proprio sviluppo, sono obbligati a sganciarsi dalla morsa occidentale.

Se è facile affermare che occorre agire su queste due contraddizioni principali, non sarà invece agevole la vittoria sul Capitale imperialistico. E perché non lo sarà? Perché la vittoria viene a dipendere da due necessità scottanti: la saldatura dei salariati occidentali coi popoli che resistono, come pure una relazione non antagonistica con quei paesi come la Cina la cui avanzata contribuisce, se non altro come un katekhon, come una forza frenante del nostro nemico principale.

Oggi sia la saldatura coi popoli che resistono che un rapporto positivo con la Cina e i “paesi emergenti” appaiono ardui, visto che le masse occidentali sono, pur passivamente, intruppate dal capitale nella “guerra imperialista di civiltà”.
Molta strada dovrà essere percorsa, e forse molto sangue scorrere, prima che la Santa alleanza che lega borghesi e proletari si spezzi.

Una Repubblica fondata sul ricatto, chiarimenti vicenda Marrazzo

02/11/2009

Cari lettori, divertiamoci a smontare un sondaggio

01/11/2009

Tratto dal sito del Forum Palestina

di Pino Cabras*

Apparentemente, il pubblico del Tg1, il notiziario più importante della Tv italiana,  assolve Israele per i fatti di Gaza. Così almeno secondo un sondaggio presente sul sito web della Rai. Come mai? Sulla strage di Gaza e i suoi morti a migliaia, il Tg1 continua imperterrito a reggere una sua versione, quella che a suo tempo forniva il suo corrispondente “embedded” Claudio Pagliara.

La recente relazione sull’operazione Piombo Fuso redatta dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, il cosiddetto Rapporto Goldstone – che registra invece gravissime violazioni del diritto bellico da parte di Israele – non ha avuto nessun rilievo nelle cronache del Tg1. Negli stessi giorni in cui usciva questo rapporto, Pagliara si dilungava a descrivere una polemica in seno alla società israeliana sulla censura a una pubblicità che mostrava una modella troppo discinta. Notizia prioritaria, evidentemente. Utilissima a nascondere riflessioni imbarazzanti sulle colpe dei governi di Gerusalemme. Riflettori sulle cose che non contano. Sul resto (e che resto, trattandosi di stragi), silenzio, buio e ignoranza, ottimo materiale per il mondo dei sondaggi.

Com’è articolato dunque il sondaggio del Tg1? La domanda è secca:

“Secondo voi chi ha violato il diritto internazionale nella guerra a Gaza?” Quattro le possibili risposte: 1) Israele, con le bombe al fosforo in centri urbani; 2) Hamas usando civili, donne e bambini, come scudi umani; 3) Tutti e due i contendenti; 4) Nessuno dei due.

Lo direste? Oltre l’ottanta per cento risponde Hamas. E mostra di credere a una bufala ampiamente smontata come quella degli scudi umani.

Ora, questo tipo di sondaggi è uno dei flagelli della nostra epoca. Non hanno basi scientifiche, non nascono da un campione rappresentativo, non c’è nessun lavoro di segmentazione (età, residenza, professione, istruzione, e così via) che li possa rendere minimamente attendibili. Quindi non è attendibile nemmeno questo sondaggio, neanche un po’. Di solito i risultati di questi abomini statistici vengono tirati per i capelli in modo da giustificare questa o quella posizione politica. Se esiste una certa capacità di mobilitazione militare per vincere la “guerra della percezione” (e Israele questa capacità la coltiva con grandi risorse), possiamo immaginare una certa capacità di intervenire anche sui sondaggi. Ti organizzi meglio del Nemico, e vinci la guerra dell’egemonia governando bene una valanga di clic. Israele considera questo tipo di armi, il fosforo cerebrale, altrettanto importante quanto il suo micidiale fosforo bianco. E’ un sofisticato pattugliamento del web. Anzi, una militarizzazione che non deve mai far mancare una cascata di commenti ovunque si mettano in discussione le verità di Stato di Israele: uno Stato ipermilitarizzato che non se ne sta mica fermo ai tempi e ai metodi della Prussia.

Riassumendo. Ad oggi il sondaggio è in tutta evidenza inattendibile e con risultati condizionati. Al momento in cui scrivo, Hamas viene additata dall’83% degli intervenuti come il principale responsabile delle violazioni del diritto internazionale a Gaza.

Potrebbe essere interessante per tutti voi intervenire e manipolare ulteriormente il risultato. Qualsiasi cifra esca fuori fra un giorno o due (sempre che nel frattempo il sondaggio non venga chiuso) non avrà ovviamente nessuna rappresentatività. Però potete lo stesso divertirvi a vedere quanto sono ridicoli i sondaggi.

Il link al sondaggio del Tg1:

http://www.sondaggi.rai.it/index.php?sid=39195

* direttore di Megachip
CLICCA QUI per leggere il documento direttamente sul sito

Chi è Bersani….storie di Coop, vecchi schemi e “strane” frequentazioni

26/10/2009
bersani.jpg
Vi riporto di seguito questo articolo tratto da senzasoste.it
La vittoria di Bersani alle primarie del PD non va letta secondo l’interpretazione diffusa da due riflessi condizionati. Il primo è quello che vuole la fine della strategia bipolarista del partito democratico, con un sistema all’inglese che avrebbe dovuto favorire una sorta di New Labour di originaria matrice democristano-piccista, mentre il secondo è quello che interpreta questo voto come una risposta “di sinistra” al conflitto politico interno al PD.
Intendiamoci, entrambi i riflessi condizionati contengono un granello di verità: prima di tutto infatti il PD adesso tenderà verso un genere di alleanze simili ma non identiche al quelle dell’ulivo di Prodi sapendo che per andare al governo è impensabile vampirizzare elettori e ceto politico di altre aree culturali. Poi, e questo è altrettanto vero, la mobilitazione dell’ex elettorato Ds è stata decisiva per spostare l’ago delle preferenze nel PD verso Bersani. Si intravede infatti in questa vittoria un desiderio di una politica di sinistra e persino, in lontananza, del Pci che naturalmente è destinata a rimanere inevasa.
Ma chi è Pierluigi Bersani? E quale tipo di cartello elettorale rappresenta? Per rispondere a queste domande non basta affermare la verità e cioè che Bersani è stato eletto come espressione del notabilato PD che fa capo a D’Alema. Andiamo più a fondo: dal punto di vista della comprensione della morfologia della società italiana Bersani è un convinto reazionario.
Basti dire che, con sicurezza e ostentato orgoglio, ha detto di capirci poco di Internet e di usarla pochissimo. Chi fa politica, e si vuol radicare nella società, nel 2010 con questo approccio cognitivo è destinato ad essere un rudere che può fare solo danni a sè stesso e agli altri.
Dei danni che Bersani può fare a sè stesso francamente c’importa poco, per non dire che li invochiamo tutti, ma di quelli che può fare alla società italiana si: coesione e cooperazione sociale nelle nostre societàhanno bisogno di una politica avanzata delle tecnologie della comunicazione che la stessa società utilizza quotidianamente. Non aspettatele da Bersani e dalla banda D’Alema che, nel pieno della prima rivoluzione di Internet, vendette Telecom a Colaninno privatizzando le connessioni della rete creando le condizioni infrastrutturali e culturali per il ritardo attuale dell’uso e della produzione di ricchezza tramite questi strumenti.
La concezione dell’economia di Bersani è poi una sorta di liberismo mistico espressa nel linguaggio della massaia. Da ministro dello sviluppo economico, e prima ancora da presidente della regione Emilia, Bersani ha espresso un’idea elementare ma difesa con l’ottusità tipica dell’ex funzionario Pci che vuole privatizzazioni, “efficienza” e produzione di ricchezza come un dogma indiscutibile e infallibile. Insomma, la solita mano invisibile e provvidenziale che dovrebbe trasferire ricchezza al privato per creare magicamente benessere per tutti.
Una concezione che ha prodotto distruzione di ricchezza, ed evaporazione del benessere, in tutte le società occidentali e la cui eco del fallimento non è giunta ancora agli orecchi degli ex-Pci.
Ma di sicuro di benessere per la Lega Coop, di cui è diretta espressione, Bersani ne ha creato. I decreti sulle “liberalizzazioni” dell’ultimo governo Prodi hanno permesso alle coop di operare in settori prima scoperti (farmacie, telefonini) e di allargare il fatturato per le grandi opere (la base di Vicenza per fare un esempio). Insomma, Bersani non solo è espressione di un potere arretrato che non conosce le esigenze della nuova società della comunicazione, che è ancora liberista nonostante che il mondo sia cambiato, ma è anche diretta emazione del mondo del mattone e della grande distribuzione “cooperativa” che ha disintegrato la forma, e la vita, delle città del centro di questo paese. Come risultato della mobilitazione “dal basso” degli elettori della sinistra del PD a caccia di un feticcio di progressismo non c’è male.
Ma siccome al peggio non c’è fine guardiamo a chi sta esultando per primo della vittoria di Bersani. La persona che è anche il logistico del main sponsor dalemiano di Bersani: ovvero Nicola Latorre. Chi è questo signore?
Ci dice poco la sua appartenenza alla corrente dalemiana e il fatto che sia stato sottosegretario ai lavori pubblici. Latorre è colui che è stato intercettato telefonicamente mentre parlava con Ricucci, il noto bancarottiere, per indirizzarlo sulla famosa operazione che doveva portare la Bnl in area allora ds e il Corsera sotto il controllo di Berlusconi. Che Latorre sia uomo di intese d’affari con il berlusconismo ce lo dimostra anche la vicenda del “pizzino”, passato in televisione a quello che avrebbe dovuto essere il suo avversario, che conteneva informazioni di aiuto per il proprio interlocutore del centrodestra.
Già, ma sapete cosa dice Dell’Utri del bersaniano Latorre? “è tra quelli che stimo di più”. E il bersaniano Latorre di Dell’Utri? “La mia impressione su di lui è estremamente positiva”. Tutto certificato dal Corriere della Sera, naturalmente: il logistico bersaniano-dalemiamo Latorre scambia affettuose parole di stima con il condannato per mafia Dell’Utri, autore di progammi televisivi paragolpisti con Gelli.
E di qui ci si addentra nella zona grigia di Bersani, quella che è stata decisiva nell’eleggerlo al congresso lanciandolo come capofila per le primarie. Quella che conta all’interno del partito, quella che l’elettore PD o non vede o se la vede la rimuove. La candidatura di Bersani è stata infatti lanciata in un partito che ha più iscritti (10.000) in una provincia ad altissima densità camorristica ovvero Caserta, la terra dei casalesi, che nell’intera provincia di Milano. Complessivamente il peso del tesseramento, quello che Bersani e D’Alema dicono di considerare come rapporto di potere primario all’interno del PD, della Campania è quasi il doppio di quello toscano (120.000 contro 73000). Dicono niente queste cifre nella terra degli scandali dei rifiuti, di Gomorra, di Mastella, della cementificazione selvaggia del territorio?
Dice niente il confronto di questo “radicamento” territoriale con le parole di intesa diplomatica di Latorre verso Dell’Utri? E l’accettazione di Bersani di Bassolino nella propria corrente non suggerisce nulla?
Per noi parlano le cifre: se Bersani e D’Alema valorizzano il partito degli iscritti piuttosto che quello degli elettori, come da loro più volte dichiarato, le due regioni che pesano nel PD sono Emilia-Romagna e Campania (140000 iscritti la prima e 20000 in meno la seconda). E così non è difficile capire Bersani: arretratezza culturale ammantata di buon senso emiliano, liberismo, Lega Coop (espressione della prima regione che conta nel PD), convivenza con la camorra (espressione della seconda regione che conta nel PD). E che il PD con la camorra ci conviva, per usare eufemismi, lo dimostra l’episodio di quel consigliere comunale del partito democratico ucciso per vicende di camorra da un altro iscritto al PD. Come la vogliamo chiamare questa storia, un incidente di frontiera?
Bersani è infine convinto di rappresentare in video l’immagine del buonsenso e della politica “del fare” rispetto al teatrino della politica. Indubbiamente con questa immagine, e con questa strategia, ha vinto le primarie. Ma, vista la capacità del centrodestra di fare marketing politico, corre seriamente il rischio che quelle all’interno del PD siano le uniche elezioni in cui si può proclamare vincitore.

per Senza Soste, Nique la police

26 ottobre 2009

Berlusconi e Dell’Utri, la mafia e la verità su Mills

24/10/2009

Palermo. Il pentito Gaspare Spatuzza ha rivelato ai magistrati di Palermo che la trattativa tra la mafia e lo Stato durò almeno fino al 2003-2004 e i referenti politici della mafia sarebbero stati Berlusconi e Dell’Utri.

Ad informarlo del dialogo aperto tra pezzi delle istituzioni e mafiosi era stato, ha precisato, un boss palermitano di spicco, Giuseppe Graviano. Graviano, di cui Spatuzza era braccio destro, riferì in due occasioni dell’esistenza della trattativa al pentito.

La prima, dopo la strage di Firenze del ’93, in un colloquio che i due ebbero a Campofelice di Roccella. ”Voglio precisare – racconta Spatuzza in verbali depositati oggi al processo d’appello nei confronti del senatore Dell’Utri – che quell’incontro doveva essere finalizzato a programmare un attentato ai carabinieri da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla Sicilia. Graviano per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati.

In quel momento io compresi che c’era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva”. “Questa affermazione – ha aggiunto – mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica. Da quel momento io dovevo organizzare l’attentato ai carabinieri ed in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico”.
Il pentito si riferisce al progetto di attentato da fare fuori dallo stadio romano in cui sarebbero morti oltre 100 carabinieri, poi fallito.

Il secondo incontro tra Graviano e Spatuzza, in cui si sarebbe parlato di rapporti tra mafia e politica è del gennaio del ’94.
I due si vedono nel bar Doney, in via veneto a Roma. ”Graviano – racconta Spatuzza – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro ‘crasti’ (cornuti, ndr) dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri”.
“Io non conoscevo Berlusconi – aggiunge – e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome.
In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione ‘ci siamo messi il Paese nelle mani'”.

Dopo l’incontro Spatuzza ebbe il via libera per l’attentato all’Olimpico, che, secondo i pm, avrebbe dovuto riscaldare il clima della trattativa. L’attentato poi fallì e non si riprogrammò perché i Graviano vennero arrestati. La prova che la trattativa sarebbe proseguita fino al 2004 Spatuzza la evince da un colloquio avuto con Filippo Graviano, fratello di Giuseppe, nel 2004.

I due ebbero un incontro nel carcere di Tolmezzo, in cui erano detenuti. “Graviano mi disse – spiega – che si stava parlando di dissociazione, ma che noi non eravamo interessati. Nel 2004 ebbi un colloquio investigativo con Vigna, finalizzato alla mia collaborazione che, però, io esclusi. Tornato a Tolmezzo ne parlai con Graviano che mi disse: ‘se non arriva niente da dove deve arrivare e’ bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistratì”.
Secondo Spatuzza: “fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa. Questo il senso della frase di Graviano”.

Prima le banche, poi le imprese e poi……fine !

22/10/2009

“Il governo eliminarà l’Irap”.

Questa l’affermazione di oggi del nano Berlusconi.  Come era logico, infatti, ancora una volta si pensa ad altro invece che ai lavoratori:  le banche prendono per il culo promettono tante cose, una su tutte il congelamento dei mutui per un anno per chi ha perso il lavoro o è in cassa integrazione. Le banche fanno questa proposta poichè grandi proprietarie di beni immobili, di case, quindi se la gente non paga e succede ciò che abbiamo visto in america è la fine….

Aboliremo l’ici , disse il Berlusca prima di essere eletto nuovamente, lo ha fatto e subito dopo i comuni sono stati costrettia a tagliare numerosi servizi o ad aumentare le tasse, senza contare l’apporvazione del federalismo fiscale, cosa che appena entrerà a regime provocherà lo sfacelo di ogni tipo di bene sociale, di qualsiasi servizio PUBBLICO.  Chi sarà in difficoltà dovrà scegliere se aumentare vertiginosamente i costi, quindi più tasse per tutti ( ma non promettevano il contrario ?), oppure eliminare i servizi.

Oggi si parla di taglio dell’Irap ( (imposta regionale sulle attività produttive) senza considerare che per aiutare la gente servirebbe cambiare totalmente rotta, parlando di reddito di cittadinanza, di reddito di esistenza, di detassazione nei confronti dei lavoratori, non di banche ed imprese !

Infine guardando ciò che è successo fino ad oggi, si potranno notare le tante, tantissime promesse del governo, ma i risultati confermano una totale assenza e lontananza dalle dinamiche REALI, dai problemi VERI della gente; per non parlare delle cosiddette “disgrazie” accadute fino ad oggi:  terremoto all’Aquila, i soldi arriveranno fra 24 anni ( ventiquattro anni );  “strage” di Viareggio, i soldi non bastano;  “fatalità” a Messina, nessun intervento sui dissesti idrogeologici.

Il governo del fare, non c’è che dire…..ma tutto tace, i problemi non esistono, gli scudi fiscali ci salveranno tutti. E i tagli a scuola, sanità e cultura ci renderanno forse più buoni, più tranquilli e magari ancora più fiduciosi.


Ricevo e pubblico

22/10/2009

Mercoledi 4 novembre 2009 giornata di mobilitazione nazionale per il ritiro dei soldati italiani da Kabul, e per rendere omaggio alle centinaia di migliaia di civili ignoti morti in  Iraq  e Afghanistan.

A Roma alle ore 15.00 manifestazione a Piazza Navona.

E bravo il Ministro della Guerra La Russa che è contento del ballottaggio in Afghanistan.
Ha aspettato un paio di giorni Ignazio La Russa per dettare alle agenzie di stampa la sua opinione
(la stessa, peraltro, di un’altro ministro- Frattini- agli Esteri) sull’esito delle elezioni in Afghanistan: il ritorno alle urne
per eleggere al ballottaggio il nuovo presidente afgano, fissato per il 7 novembre, è “una decisione saggia e giusta” ha dichiarato
il ministro, allineandosi alle posizioni della cosiddetta “comunità internazionale”.

Ci sono voluti due mesi per conoscere le percentuali di consenso andate a Karzai e allo sfidante Abdullah, e l’impressione è che non siano
stati i numeri e i voti a decidere, ma la necessità, in primo luogo dell’Amministrazione Obama, di non far vincere Karzai al primo turno,
poichè il presidente afgano è inviso ad una parte consistente del potere politico e militare in Usa e molti se ne vorrebbero sbarazzare.

I brogli acclarati (annullate un milione di schede su cinque milioni di votanti) hanno ancora di più screditato le elezioni in un paese
sotto occupazione militare da ormai otto anni, e rafforzato nell’opinione pubblica internazionale la convinzione della giustezza di porre
fine alla guerra.

Questa è la cosa saggi e giusta da fare, ministro La Russa!!

Rete nazionale “Disarmiamoli”

info@disarmiamoli.org
www.disarmiamoli.org

Tremonti e le allucinazioni comuniste

21/10/2009

tremortiGiulio Tremonti, ministro dell’economia affezionatissimo a tale carica, ha dichiarato ieri di essere favorevole al posto fisso per i lavoratori, in soldoni di essere quindi d’accordo che il precariato è il cancro di ogni paese. Strano vero? Beh si, in effetti. Conoscendo Tremonti vanno però ricordate anche le sue dichiarazioni in merito ai condoni e ai regali agli evasori, ma poi sappiamo benissimo che alla fine si torna sempre sui propri passi ( vedi scudo fiscale o , più propriamente, regalo alla mafia).

Il ministro, dunque, si è inimicato gran parte degli esponeti del governo, primo su tutti il nano Brunetta ( di cui abbiamo una diapositiva in basso), oltre alla Marcegaglia presidente di Confindustria e pupilla del premier, la quale dichiara che l’idea di Tremonti è impossibile, ormai non si può tornare più indietro.

Come dire che saremo destinati a morire di lavoro precario, a non andare in pensione e a doverci indebitare per il resto della nostra vita; c’è sempre l’alternativa: dormire sotto un ponte e chiedere l’elemosina.

Infine la CGIL si fa sotto con una “grinta” davvero notevole chiedendo disperatamente un incontro col governo per un tavolo di confronto sul tema del precariato. Davvero una gran prova di maturità per il più grande sindacato italiano ( composto per più della metà da pensionati ), proprio una dimostrazione di forza: come si può pensare di essere credibili se questi temi si ritirano fuori soltanto per caso, grazie alle farneticazioni di un ministro dell’economia in preda ad allucinazioni alquanto dubbie ? La CGIL crede sul serio che questa sia la strada giusta? Pensa che i lavoratori  di ogni settore la seguiranno continuando così? O forse paga di più la lotta incessante a difesa ( sul serio ) delle piccole aziende, dei precari e dei cassaintegrati come invece fa la FIOM ?!

Mah, speriamo bene, per adesso il quadro risulta  desolante in tutto e per tutto.