Archive for the ‘Nel mondo’ Category

Il più grande crimine-saggio di Paolo Barnard

04/10/2010

Questo è il primo dei sei video che riassumono il saggio IL PIU’ GRANDE CRIMINE di Paolo Barnard. A questo link trovate invece il saggio in Pdf:

http://www.paolobarnard.info/docs/Il_Piu_Grande_Crimine.pdf

Una volta letto il saggio, o visto il video, la vostra vita e il vostro modo di giudicare la storia e il mondo, cambieranno radicalmente…..

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Un esempio del criminale saccheggio dell’Africa da parte del capitalismo occidentale

04/05/2010

Com’è possibile che in un Paese con l’ottava riserva di petrolio nel mondo, la settima per il gas naturale ed enormi giacimenti di carbone, ferro ed uranio, la maggioranza della popolazione possa vivere in una situazione di povertà permanente e in molti casi estrema? Oltretutto se si considera che il 91% del suo territorio è considerato produttivo e uno dei più fertili della Terra.

nigeria_oleodottoLa Nigeria, situata nel golfo di Guinea, costituisce lo Stato più popolato di tutta l’Africa, con più di 140 milioni di abitanti.

Per secoli ha sofferto il colonialismo da parte delle nazioni europee, specialmente della Gran Bretagna, le quali si sono dedicate a sfruttare impunemente non solo le sue abbondanti ricchezze naturali, ma anche gli esseri umani che ci vivevano, mandandoli nel continente americano come manodopera schiava.

Nel 1960 la Nigeria ottenne l’indipendenza, un’indipendenza puramente formale, perché da allora è stata governata da diverse giunte militari e governi dittatoriali al servizio dell’occidente. La causa non è altro che il controllo delle grandi riserve di idrocarburi esistenti.

Nel 1958, ancora sotto il protettorato britannico, fu scoperta quella che oggi rappresenta l’ottava riserva di petrolio più grande del mondo, oltre che una delle maggiori fonti di gas naturale. Per questo da allora, nonostante la dichiarazione di indipendenza, le multinazionali petrolífere, in maggioranza anglo-europee, stanno imponendo al Paese africano una forma di colonialismo ancora più selvaggia della precedente, trincerandosi dietro le ingiuste leggi del libero mercato e finanziando governi dittatoriali, con i quali (tramite una sinistra alleanza) spartiscono le enormi ricchezze del Paese, mentre fanno sprofondare la maggior parte della popolazione nella più assoluta miseria. Bisogna considerare che il 57% dei nigeriani vivono sotto la soglia della povertà. Dal 1960 quasi non ci sono state elezioni rappresentative, e le poche tenutesi sono state messe in dubbio da diversi organismi internazionali. La repressione politica e il terrorismo di Stato sono state una costante in questo sfortunato Paese per frenare le ansie di giustizia sociale che scaldano il cuore del popolo nigeriano.

Dalla scoperta delle riserve petrolifere ad oggi le più grandi multinazionali del petrolio si sono dedicate all’estrazione degli idrocarburi e ad allestire migliaia di chilometri di oleodotti per trasportarli, senza nessun tipo di preoccupazione per il benessere del popolo nigeriano o per la salute dell’ambiente, provocando una devastazione umana e ambientale senza precedenti, causata dalla combustione del gas, dai residui del petrolio e dalle rotture degli oleodotti. Questi residui comprendono più di 1,5 milioni di tonnellate di petrolio, cosa che equivale a un disastro come quello della petroliera Exxon-Valdez ogni anno per 50 anni. Questo ha avuto conseguenze drammatiche: fiumi inquinati e senza pesci; piogge acide che danneggiavano i raccolti, rovinavano la flora e la fauna e avvelenavano la popolazione, distruggendo completamente un modo di vivere; un’atmosfera tossica causa di tumori, malformazioni dei neonati, malattie respiratorie. Conseguenze che si sono aggravate per più di 50 anni. Nel corso della storia, prima e dopo la dichiarazione di indipendenza, il popolo nigeriano ha messo in atto diverse forme di lotta per la libertà e l’indipendenza reale, lotte soffocate nel sangue dai diversi governi dittatoriali, con l’impagabile appoggio militare ed economico delle multinazionali e dei governi anglo-europei. Un esempio è il colonnello Pablo Okuntimo, capo della Forza Congiunta Militare e di Polizia negli anni ‘90, noto per la sua corruzione e il suo interminabile elenco di violazioni dei diritti umani, che disse di essere stato pagato e diretto dalla Shell.

Nnimmo Bassey, direttore esecutivo della Environmental Rights Action, è stato chiamato come accusatore l’anno scorso a deporre di fronte a un sottocomitato USA per i diritti umani e la legalità. “La Chevron fornisce regolarmente alloggio e alimenti alle forze di sicurezza, compreso l’esercito, la marina e la polizia, e li paga più del governo”, ha affermato. Il personale della Chevron ha informato che “dirigeva” o “supervisionava” forze di sicurezza della Nigeria. La Chevron ha provveduto al trasporto dei militari e poliziotti “con navi ed elicotteri noleggiati dalla compagnia”.

La repressione si è portata via centinaia di migliaia di vite, ha provocato il trasferimento coatto e l’emigrazione di milioni di persone, e ha instaurato un autentico Stato di terrore, tutto ciò perché il petrolio continui a ingrassare il meccanismo capitalista, in modo che le abitudini consumiste dei Paesi industrializzati non si fermino e un pugno di psicopatici possa continuare a riempirsi le tasche grazie al dolore e alle sofferenze di popoli come quello nigeriano.

A questo sanguinoso saccheggio si dovrebbe aggiungere un debito estero impossibile da pagare, un’altra forma di rapina, perché dopo aver spremuto fino all’ultima goccia le sue ricchezze i governi occidentali, con un cinismo che rasenta l’oscenità, offrono prestiti ad alti interessi, che anno dopo anno aumentano, in modo che si può arrivare al paradosso, come accade in molti dei Paesi soggiogati dal debito estero, che pur avendo già pagato la quantità iniziale fino a 2 o 3 volte, devono continuare a pagare per anni a causa degli interessi esorbitanti che produce il debito.

Tutto questo rappresenta una drammatica realtà che, vigliaccamente, è stata occultata e silenziata dai grandi media occidentali, sempre ben disposti a criticare governi come quelli della Bolivia o del Venezuela per la nazionalizzazione degli idrocarburi. Una misura che se fosse stata attuata in Nigeria, e in altri posti del continente africano, avrebbe fatto sì che le ricchezze naturali fossero andate a proprio beneficio, invece di essere rubate dalle multinazionali  petrolifere, come stanno facendo in Iraq o Afghanistan tramite la guerra, passo ulteriore utilizzato da questi mafiosi quando la corruzione o il colpo di Stato falliscono.

Fuente: http://antimperialista.blogia.com/2010/042101-nigeria-un-ejemplo-del-criminal-saqueo-de-africa-por-el-capitalismo-occidental..php

Evo Morales, i polli transgenici, l’omosessualità e i sicari della disinformazione

29/04/2010
moralesIl presidente boliviano Evo Morales, il “narcoindio fuori di testa”, per dirla alla Oscar Giannino, l’avrebbe fatta grossa. Nel suo ruralismo fondamentalista avrebbe affermato, in sede della “Conferenza Mondiale dei popoli sul cambiamento climatico” tenutasi a Cochabamba, che l’omosessualità e la calvizie dipendono dai polli transgenici.

Apriti cielo, destra e sinistra si sono unite nella lotta contro il troglodita boliviano. Le associazioni gay d’un lampo dimenticano il cardinal Bertone per scagliarsi contro il presidente boliviano. Ma sarà andata proprio come la raccontano? Cronaca dell’ultimo caso di diffamazione a mezzo stampa di un leader del sud del mondo calunniato sistematicamente dai media del nord.

Dall’ABC di Madrid, il quotidiano monarchico spagnolo che darebbe ragione al cardinal Bertone perfino se proponesse di fucilare gli omosessuali, giù giù fino all’ultimo circolo gay di periferia di Europa, dalla Stampa di Torino, che virgoletta una dichiarazione completamente inventata, attribuendola a Morales “Se mangi Ogm diventi gay” fino a Gay.it, tutti sono insorti contro quel cavernicolo del presidente boliviano Evo Morales. Appena più accorto è l’ineffabile Rocco Cotroneo, che sul “Corriere della Sera” virgoletta infedelmente Morales ma poi ci spiega che quel virgolettato taroccato è solo la sua interpretazione autentica del senso del discorso di Morales.

Cosa ha detto di così terribile Evo Morales, nell’ambito di un incontro molto importante e del quale i media si sono interessati solo come occasione di diffamazione? Evo, nell’ambito di una serie di esempi banali sui guasti che l’attuale modello di sviluppo apporterebbe, ha citato, tra l’altro, la Coca-Cola che sarebbe in grado di stappare un bagno otturato, i transgenici colpevoli di causare la calvizie e i polli strafatti di ormoni che sarebbero causa di disfunzioni sessuali per gli uomini. Non un gran discorso, ma Evo non è Rita Levi Montalcini, né la Bolivia è un paese all’avanguardia nelle scienze biotecnologiche.  Testualmente Evo dice: “Il pollo che mangiamo è pieno di ormoni femminili. Perciò quando gli uomini mangiano questi polli possono avere delle deviazioni nel loro essere uomini”.

Tutto qui: scientificamente fondata o infondata che sia, l’affermazione del leader contadino e indigeno boliviano è un passaggio di un lungo discorso nel quale in nessun momento parla di omosessualità. Inoltre il presidente boliviano, la lingua madre del quale è l’aymara, che in spagnolo si esprime con un linguaggio per nulla forbito e che non ha mai fatto in passato dichiarazioni che potessero essere considerate omofobiche, appare chiaramente riferirsi, a meno che non si stia cercando artatamente lo scandalo, a disfunzioni, problemi erettili o simili, che effettivamente molteplici studi scientifici collegano all’assunzione di carni con ormoni. Perché le organizzazioni omosessuali si sentono chiamate in causa da una dichiarazione così banale e che non parla di loro? Perché centinaia di giornali nel mondo manipolano le parole di Evo per far credere che abbia parlato di omosessualità? Perché per Evo Morales si possono mettere tra virgolette parole mai dette?

Ai media poco importa di quello che Evo ha realmente detto, peraltro facilmente disponibile su youtube. Importa cosa mettere in bocca ad Evo Morales per denigrarlo. Ed ecco così la menzogna della Stampa, “Se mangi Ogm diventi gay”, quella di gay.it che virgoletta: “Gli ormoni nei polli fanno diventare omosessuali”, o i grandi disinformatori di El País di Madrid che titola a tutta pagina: “Evo Morales vincola i transgenici all’omosessualità” per poi (politicamente corretti?) imboccare ad associazioni gay spagnole il compito di dare del barbaro ad Evo e completare l’operazione di sicariato mediatico facendo concludere “tali affermazioni sono ancora più inaccettabili perché pronunciate da un governante che si definisce progressista e di sinistra”. Peccato che, semplicemente, Evo non abbia mai detto ciò ma tutto serve per raggiungere l’obbiettivo dell’intera operazione: fare in modo che chi da sinistra guarda con simpatia a Evo Morales possa dissociarsene.

Ricordiamo che “virgolettato”, in termini giornalistici (Cfr. Devoto-Oli) vuol dire “Riportato fedelmente, parola per parola; testuale”. Vuol dire in pratica che un giornalista, usando le virgolette, si prende la responsabilità di testimoniare che quello che ha detto tizio è riportato alla lettera, perché ascoltato con le proprie orecchie o ampiamente verificato. Se virgoletta qualcosa che non è mai stato detto sta mancando a un preciso dovere professionale. E’ ben difficile, o foriero di guai anche giudiziari, virgolettare il falso per Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema o anche per Tony Blair o George Bush. Ma virgolettare il falso, aggravare, distorcere, far dire qualcosa di ridicolo o inaccettabile che non è mai stato detto, addirittura ribaltare dichiarazioni, è titolo di merito per la stampa italiana ed europea quando si parla di dirigenti politici latinoamericani, Evo Morales,  Hugo Chávez o Pepe Mujica.

Falsificare le dichiarazioni (Cfr. l’archivio di questo sito), è una delle maniere preferite per i disinformatori di professione per innescare l’ennesima campagna di diffamazione orchestrata contro un dirigente politico latinoamericano. Sembra di ritornare a quando nel gennaio 2006 il presidente venezuelano Hugo Chávez fu tenuto per settimane sulla graticola per presunte dichiarazioni antisemite, anche quelle rivelatesi completamente inventate, come fu successivamente testimoniato tra l’altro (nel silenzio dei media che avevano diffamato Chávez) da diverse associazioni ebraiche venezuelane e statunitensi.

La calunnia, il virgolettato falsificato su Evo Morales omofobico,  infesteranno la Rete per secoli e ancora una volta sarà impossibile al presidente boliviano (gli ambasciatori del quale non hanno un budget per sostenere cause per diffamazione) esercitare un elementare diritto di rettifica. Tutto però serve a denigrare i dirigenti politici integrazionisti latinoamericani ed occultare le loro proposte e realizzazioni. Qualcuno di voi ha sentito parlare in positivo delle proposte di Evo Morales a Cochabamba per salvare il pianeta? Anche noi, per occuparci della diffamazione orchestrata dai media, dovremmo occuparcene un’altra volta.

di Gennaro Carotenuto http://www.gennarocarotenuto.it

per Latinoamerica http://www.giannimina-latinoamerica.it

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

Il Niger e lo sfruttamento

26/04/2010

Non solo risorse e occupazione, in Niger le miniere di uranio gestite da Areva stanno provocando gravi danni ambientali ed economici, come denuncia Greenpeace.

niger_veleniAd Akokan, in Niger, non conviene respirare a cuor leggero ed è meglio evitare di bere acqua. In realtà, forse sarebbe bene anche non passeggiare per le strade. Akokan è una città tossica, un piccolo villaggio in cui si respira, si beve e si cammina sul veleno. E’ questa l’altra faccia della medaglia di quelle miniere di uranio gestite da Areva, che avrebbero dovuto fare da volano all’economia del Paese e invece si sono trasformate in un boccone avvelenato, nel vero senso della parola.

Villaggi tossici. Le accuse al colosso francese, leader nel settore dell’energia nucleare, sono elencate, nero su bianco, in un dossier pubblicato il 30 marzo da Greenpeace, redatto in base ai dati ottenuti dalle ispezioni effettuate lo scorso novembre. Un rapporto che smentisce le dichiarazioni della società pubblica. Areva, già chiamata in causa nel 2007, si era impegnata a bonificare i territori in cui sorgono le miniere di uranio che ha in concessione. Secondo i tecnici della Ong ambientalista, però, quelle bonifiche non hanno mai avuto luogo e il risultato è che nelle città minerarie di Akokan e Arlit, a circa 850 chilometri a nordest della capitale Niamey, 80 mila persone vivono esposte a forti dosi di radioattività, causata dall’estrazione dell’uranio, minerale necessario come combustibile per la produzione di energia nucleare ed impiegato grezzo nella costruzione di armi atomiche.
Ad Akokan è stato registrata nell’aria una concentrazione di radon, un gas naturale tossico, 500 volte superiore a quella normale. Ma qui sono contaminate anche le strade, perché costruite con pietre ottenuto dallo scarto radioattivo della produzione mineraria.
Ad Arlit, invece, quattro campioni su cinque hanno certificato la pericolosità dell’acqua, con livelli di tossicità oltre i limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della Sanità.
Secondo Rianna Teule, una delle menti della campagna di Greenpeace in ambito nucleare, “chiunque trascorresse anche meno di un’ora al giorno in questi posti, sarebbe esposto ad una quantità di radiazioni superiore a quella annuale, fissata come limite dalla International Commission on Radiological Protection, riconosciuta per legge in diversi Paesi”. Semplificando, in quei distretti è pericoloso fermarsi persino per meno di un’ora al giorno, figurarsi viverci.
Né l’attività estrattiva minaccia solo la salute degli abitanti delle aree minerarie. E’ in pericolo, infatti, anche l’economia locale che, soprattutto nel nord-est del Paese poggia ancora sulla pastorizia. Le miniere, che per funzionare hanno bisogno d’acqua, assorbono le già esigue risorse idriche. Per questo, nella regione di Agadez è a rischio la sopravvivenza dei Tuareg, dei Kounta e dei Fula, così come quella di altre popolazioni nomadi che vivono di pastorizia.

La scommessa nigerina. Il Niger, però, uno dei Paesi più poveri del mondo, all’ultimo posto per i parametri fissati dallo Human Development Index, ha scommesso sull’estrazione dell’uranio e in particolare su Areva che, presente con le sue due sussidiarie, Somair e Cominak, è il più importante partner commerciale e la più grande fonte occupazionale dello stato africano, dal quale ricava oltre la metà della sua produzione di uranio. Per il governo nigerino, insomma, le miniere sono una risorsa preziosa e non conviene stare troppo a sottilizzare: una eccessiva fermezza nei confronti delle compagnie straniere in tema di difesa dell’ambiente e della salute della propria popolazione, potrebbe provocare una fuga delle società minerarie verso altri lidi. Proprio quel che il Niger teme come il peggiore dei mali, visto che solo nel 2009 ha autorizzato l’avvio di 139 progetti di ricerca per l’individuazione di nuovi siti a compagnie canadesi, cinesi e australiane. Di sicuro c’è che una terza importante miniera vedrà la luce tra il 2013 e il 2014, a Imouraren, per il quale Areva avrebbe previsto un investimento di quasi due milioni di dollari. Un giacimento enorme – uno dei più grandi bacini uraniferi del mondo, si legge sul sito della compagnia francese che nel 2009 è salita al primo posto tra i produttori di uranio – che potrebbe restare produttivo per oltre 35 anni.
Ma il Niger è in buona compagnia.

Il trend africano. L’intero continente africano, più in generale, può vantare un’imponente ricchezza del sottosuolo, su cui siedono governi deboli e facilmente corruttibili. Un binomio che fa gola a chi ha capitali da investire
Si trovano in Africa, ad esempio, due delle quattro nuove miniere di uranio aperte tra il 2006 ed il 2009: Langer Heinrich, in Namibia, e Kayelekera, in Malawi.
Il 20 per cento circa della produzione mondiale di uranio nel 2008 proveniva dall’Africa, in particolare da Namibia, Niger e Sudafrica, ma in futuro la cifra è destinata a crescere, dal momento che nei prossimi anni nuovi impianti minerari saranno aperti nella Repubblica Centrafricana, in Namibia e in Botswana, dove negli ultimi anni sono state concesse 138 licenze esplorative, 112 delle quali nell’area del Central Kalahari Game Reserve, dove vivevano i Boscimani, prima che il governo li espellesse, nel 2002. Erano d’intralcio al progresso.
Tre Paesi in cui Areva è presente, così come in Mozambico, attraverso la sua sussidiaria Uramin, società britannico-canadese acquisita nel 2007, un consistente pacchetto delle cui azioni (il 49 per cento) è stato poi rivenduto alla cinese Cgnpc. Se si considera che il colosso francese ha miniere anche in Namibia e Gabon e che conduce esplorazioni o si accinge a farlo in Algeria, Ciad, Congo e Libia si comprende quale sia la sua forza in Africa, continente dove sta scoppiando la febbra mineraria.
L’ultima arrivata è la Tanzania, con due importanti depositi di ossido di uranio individuati nel centro e nel sud del Paese, per un peso pari a oltre 25 mila tonnellate, vale a dire 2,2 miliardi di dollari, su cui metteranno le mani le australiane Mantra Resources e Uranex Resources.

Alberto Tundo

tratto da http://it.peacereporter.net

Il petrolio sta finendo: parola del Pentagono

19/04/2010
petrolio_tubatureUn importante report del Pentagono, e precisamente dell’American Joint Forces Command, esamina il Peak Oil facendo nome e cognome e giunge a conclusioni assai serie.

A pagina 24, un boxino che titola proprio “Peak Oil” recita:

Come mostra il grafico, il petrolio dovrà continuare a soddisfare la gran parte della domanda di energia fino al 2030. Anche assumendo lo scenario più ottimistico di crescita della produzione attraverso nuove tecnologie di estrazione, lo sviluppo di oli non convenzionali e le nuove scoperte, la produzione petrolifera sarà drasticamente sotto pressione per raggiungere la futura domanda di 118 milioni di barili al giorno.

A pagina 29 il drammatico riassunto della questione, che pare scritto dall’ASPO:

Per generare l’energia richiesta da qui al 2030, il mondo dovrà trovare altri 1,4 miliardi di barili all’anno per vent’anni. (…) Il ritmo di nuove scoperte seguito negli scorsi due decenni (escluso forse il Brasile) lascia poco spazio all’ottimismo di chi pensa che in futuro si troveranno nuovi giacimenti. Al presente, gli investimenti stanno appena aumentando, con il risultato che la produzione raggiungerà un prolungato plateau. (…) Nel 2012, la produzione in eccesso sparirà completamente, e nel 2015 mancherà un 10% di output per soddisfare la domanda.

E’ il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e non mi pare ci sia altro da aggiungere alla loro perfetta disamina della situazione. Certo, c’è sempre Repubblica a dire che è tutta una sciocchezza, e chi è in fin dei conti il Pentagono per smentire Repubblica?

tratto da http://petrolio.blogosfere.it

Diritti umani in America Latina: due pesi e due misure

12/04/2010

america_latina_pugnoIl titolo dell’articolo si riferisce allo strabismo conservatore mostrato dai maggiori media del paese nella copertura delle violazioni dei diritti umani in America Latina. Il lettore immagini se quest’anno a Cuba si fosse  scoperta una fossa comune dove giacessero più di 2000 persone giustiziate dall’Esercito Cubano negli ultimi  anni, e che uno dei cubani che avessero denunciato le scomparse e le esecuzioni di queste persone fosse stato anch’egli assassinato dall’Esercito. La mobilitazione mediatica da parte dei maggiori mezzi di informazione sarebbe stata enorme. E più di un governo, oltre a denunciare il governo cubano, avrebbe rotto le relazioni diplomatiche con quel Paese. E, come no, il Parlamento Europeo (con una maggioranza conservatrice e liberale)  avrebbe approvato una risoluzione di condanna, interrompendo qualsiasi relazione diplomatica e commerciale con quel Paese. E, probabilmente, avrebbero proposto il Premio Nobel per la Pace alla memoria al cittadino  assassinato dall’Esercito. Il governo federale USA avrebbe potenziato la valanga mediatica, politica ed economica contro il governo cubano, accentuando ulteriormente il blocco economico. E, come no, la stampa più diffusa in Spagna avrebbe criticato, ancora una volta, molti intellettuali di sinistra per la loro mancanza di entusiasmo nella denuncia del fatto.

Bene, i 2.000 omicidi di persone scomparse esistono e anche la persona che li ha denunciati e che è stato assassinato pure lui dall’esercito. L’unica differenza è che il Paese non è Cuba, ma la Colombia. In quel Paese una fossa comune è stata trovata quest’anno, casualmente, vicino alla base militare colombiana situata nel  municipio de La Macarena, nel Dipartimento del Meta, a sud della capitale, Bogotá. La fossa è stata scoperta quando gli abitanti della zona si sono resi conto che molte persone si ammalavano bevendo l’acqua delle sorgenti nel bosco, che era stata contaminata, per cui si è scoperto in seguito che c’erano dei cadaveri sepolti  in quella fossa comune. L’unico segnale era una bandiera con le date della sepoltura: 2002-2009. La conseguente investigazione ha rivelato che c’erano più di 2.000 persone sotterrate lì. L’esercito colombiano ha ammesso la sua responsabilità, indicando che erano guerriglieri catturati o morti in combattimento. Ma, non ha spiegato perché erano stati sepolti segretamente e senza seguire le minima regola richiesta per la registrazione dei morti.

In realtà il caso era molto simile a un altro precedente -il caso dei “falsi positivi”- in cui altre 2.000 persone erano state assassinate dall’esercito, presentandole falsamente come guerriglieri, mentre fu dimostrato che non lo erano. Il sindacalista Johnny Hurtado, e Presidente del Comitato per i Diritti Umani Venezuelano, che aveva denunciato la scoperta, aveva dichiarato a una delegazione di membri del Parlamento della Gran Bretagna, in visita in Colombia, che gli assassinati sotterrati nella fossa comune de La Macarena non erano guerriglieri, ma persone che erano scomparsi e che non avevano nessun legame con la guerriglia (le cui azioni criticò e denunciò). Il governo e le forze armate stavano utilizzando -secondo lui- la controguerriglia per eliminare fisicamente tutti i loro oppositori, presentandoli come guerriglieri. E in certe occasioni non erano neanche  oppositori. Ma l’esercito li ammazzava per indicarli come guerriglieri allo scopo di dimostrare la sua “efficienza”. Il 15 marzo di quest’anno fu assassinato Johnny Hurtado, mentre soldati dell’odiata e temuta Brigata mobile nº 7 pattugliavano l’area dove viveva. Diventò così il numero 7 dei sindacalisti assassinati nei primi mesi del 2010 in quel Paese (nel 2009 sono stati 39).

Tutti questi omicidi hanno avuto luogo durante il mandato del Presidente Uribe e del suo Ministro della difesa Juan Manuel Santos (il candidato alla successione di Uribe come Presidente della Colombia). E nonostante le loro smentite, è altamente improbabile che non fossero a conoscenza di questi fatti, perché l’Esercito ha difeso tali azioni “come atti della necessaria lotta contro la guerriglia”. La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, tuttavia, ha chiesto che venga fatta un’indagine sulle violazioni dei diritti umani in quel Paese, definita come “sistematica e largamente estesa”, considerandola un “crimine contro l’umanità”.

Di fronte a questa terribile situazione c’è stato un silenzio assordante da parte dei presunti difensori dei diritti umani. Il Parlamento Europeo non ha detto nulla, il Governo Obama (le cui forze armate facevano da consulenti ai militari colombiani nella base de La Macarena) riattiverà il Trattato bilaterale USA-Colombia (che aveva stipulato il Presidente Bush con il Presidente Uribe). E i media più diffusi, presunti difensori dei diritti umani, sono rimasti in generale silenziosi su questo caso. A dire il vero in Spagna il Presidente Uribe e il suo governo hanno avuto buonissima stampa. Diversi tra i rotocalchi di maggior diffusione hanno pubblicato interviste molto favorevoli al Presidente Uribe e al suo successore. E i presunti grandi difensori della libertà -compreso Mario Vargas Llosa- sono rimasti in assoluto silenzio. Superfluo dire che i portavoce di quel governo, aiutati dai media che gli offriranno una grande cassa di risonanza, negheranno questi fatti. Mentre quelli che si autodefiniscono difensori dei diritti umani e che continuamente muovono critiche (alcune delle quali giustificate) a Cuba, continueranno a ignorare le orribili violazioni di tali diritti in altri Paesi, i cui governi sono considerati amici, trasformando in farsa il loro presunto impegno per i diritti umani.

Vicenç Navarro (*)

Público

(*) Professore di Scienze Politiche e Politiche Pubbliche dell’Università Pompeu Fabra e Professore di Politiche Pubbliche della Johns Hopkins University

Fonte http://www.rebelion.org/noticia.php?id=103768

Chomsky: “La Base di Guantánamo viene utilizzata per creare altri terroristi”

22/03/2010

chomsky2Il New York Times ha definito Chomsky come forse “il più importante intellettuale vivente oggi”. Tuttavia le sue opinioni si ascoltano di rado nei mass-media. La trasmissione di Democracy Now! di lunedì scorso era destinata al linguista e dissidente di fama mondiale Noam Chomsky. In una lunga conversazione pubblica con lui nella Harvard Memorial Church a Cambridge, Massachusetts, Chomsky parla della politica estera e della politica di sicurezza nazionale del presidente Obama, degli insegnamenti della guerra del Vietnam, e del suo attivismo.

“Uno non può impegnarsi a metà su questo tipo di cose”, afferma Chomsky. “O lo si fa seriamente, e uno si impegna seriamente, oppure vai a una manifestazione e te ne torni a casa e ti dimentichi di tutto, torni al tuo lavoro e non succede nulla. Le cose accadono solo quando c’è un lavoro veramente dedicato e diligente”.

AMY GOODMAN: Cominciamo oggi con un estratto del più recente discorso di Chomsky, uno sguardo critico verso l’impulso che sta dando l’amministrazione Obama all’aumento delle sanzioni contro l’Iran.

NOAM CHOMSKY: La difesa del presidente Lula a favore dell’Iran in relazione all’uso delle tecnologie nucleari è stata vista dai mass media come una forma di paradosso. Perché non sta con il resto della comunità internazionale, con il resto del mondo? Questa domanda tocca un punto fondamentale di quella che è la cultura dell’imperialismo. Chi è la comunità internazionale? Perché se si guarda bene risulta che la comunità internazionale è Washington e quelli che vogliono esistere devono essere d’accordo con questa logica. Il resto non è parte del mondo. Sono una specie di opposizione.

Un altro gruppo che non è parte del mondo è la popolazione degli Stati Uniti. Nei sondaggi più recenti, di circa due anni fa, la maggioranza degli statunitensi erano d’accordo sul fatto che l’Iran avesse il diritto di sviluppare  l’energia nucleare, ma naturalmente non le armi nucleari. In pratica questo sondaggio dimostrò che le opinioni degli statunitensi su questo argomento erano quasi identiche a quelle degli iraniani per molti aspetti.

Nessuno che abbia un minimo di buonsenso vuole che l’Iran o chiunque altro sviluppi armi nucleari. Pertanto su questo sono tutti d’accordo. E in realtà c’è molto conflitto sui temi della proliferazione delle armi nucleari. Non è uno scherzo. La visione di Obama include la forza, si basa sulla necessità di porre fine alle armi nucleari e a ridurre e possibilmente eliminarle. Bene, questa è la visione, e nella pratica?

Sulla politica estera del presidente Obama

Quando si insediò alla Casa Bianca o quando fu eletto, credo che fu Condoleezza Rice a prevedere che la politica estera di Obama sarebbe stata una continuazione del Secondo mandato di Bush, che eliminando figure come Wolfowitz e Rumsfeld si era orientato su una rotta più o meno centrista. Si parlava più di negoziare e meno di aggredire. Una politica più cortese rispetto agli alleati. Pertanto un atteggiamento più accettabile, ma essenzialmente non c’erano stati cambiamenti. La previsione era che tutto questo sarebbe proseguito e la mia opinione è che sia stato fondamentalmente così.

Sul movimento anti-guerra negli USA…

La mia opinione, e non è maggioritaria, è che il movimento sia più forte ora che negli anni ‘60. Nel 1968-‘69 fu molto forte il movimento contro la Guerra del Vietnam. Ma bisogna ricordare che questa guerra era cominciata nel 1962 e in quel momento erano già morte circa 60.000 o 80.000 persone sotto il regime fantoccio degli USA. Solo nel 1962 Kennedy dichiarò la guerra aperta, inviando le forze aeree nordamericane perché cominciassero a bombardare il Vietnam del Sud. A quell’epoca le proteste stavano a zero.

Se si paragona all’Iraq non possiamo dimenticare che le manifestazioni erano cominciate anche prima dell’invasione. La Guerra degli USA in Iraq è stata orrenda, probabilmente avrà ucciso un milione o più di persone, ha distrutto il Paese, si è prodotta una distruzione culturale orribile. Ma avrebbe potuto andar peggio. Non è paragonabile a quello che gli USA hanno fatto in Vietnam. Non c’è stata saturazione di B-52 con bombe chimiche e altro. E credo che questo sia dovuto effettivamente alle manifestazioni realizzate dal movimento anti-guerra. La popolazione di qui si è civilizzata di più. Diciamo che questa è stata una delle tristi lezioni degli anni ‘60.

Su Guantánamo …

Se vuoi far parte del mondo civilizzato e vuoi ridurre le richieste del movimento estremista arabo, giudicali in  un tribunale civile. […] Già il fatto che stiano a Guantánamo è inaudito. In primo luogo, che cos’è Guantánamo? È un territorio che è stato rapinato a Cuba un secolo fa a mano armata. Dissero “dateci Guantánamo o preparatevi”. Cuba era sotto occupazione militare. Lo chiamano “trattato”, ma sai com’è… E il trattato di Guantánamo, se lo vogliamo chiamare così, ha permesso l’installazione di una base della Marina. Ma come sapete non è per questo che la usano.

E’ stata usata per imprigionare i rifugiati haitiani, quelli che fuggivano dai regimi dittatoriali appoggiati dagli USA. Arrivano lì perché il governo nordamericano non gli concede l’asilo politico con la motivazione che sono  solo rifugiati economici. I guardacoste cercano di fermarli, e se qualcuno passa allora li inviano a Guantánamo. Ora sapete che uso fanno della base.

In realtà la Base di Guantánamo si usa per creare terroristi. Non è un’opinione mia, ma quella dei principali interroganti degli USA, come Matthew Alexander, che ha scritto un articolo su questo. Ha detto che è la maniera perfetta per creare un terrorista. Ispira il terrorismo da ogni parte e trasforma molte persone in terroristi. La maggioranza dei quelli che stanno a Guantánamo sono bambini di 15 anni che i marines hanno trovato con un fucile in mano quando le truppe USA hanno invaso i loro Paesi, e beh, cosa si aspettavano?

Amy Goodman

Democracy Now!

Frammenti dell’intervista concessa a Democracy Now! il 15 marzo 2010, tratto da http://www.rebelion.org

Fonte: http://www.democracynow.org/2010/3/15/noam_chomsky_on_obamas_foreign_policy

Naomi Klein: il cemento armato dei socialisti cileni

22/03/2010

cile_terremotoDa quando la deregulation ha causato un collasso economico di portata mondiale nel settembre 2008 e tutti si sono di nuovo convertiti al keynesismo, non è semplice essere un seguace fanatico dell’economista Milton Friedman. È così ampiamente screditato il brand dei fondamentalisti del libero mercato che i suoi seguaci  cercano sempre più disperatamente di attribuirsi vittorie ideologiche anche se per niente convincenti.

Abbiamo un esempio particolarmente sgradevole a portata di mano. Solo due giorni dopo che il Cile era stato colpito da un devastante terremoto, l’opinionista del Wall Street Journal Bret Stephens informava i suoi lettori che “sicuramente lo spirito…” di Milton Friedman ”…aleggiava protettivo sul Cile” perché, ”grazie in gran parte a lui, il Paese ha resistito a una tragedia che in ogni altro posto sarebbe stata un’apocalisse… Non è un caso che i cileni vivessero in case di mattoni -e gli haitiani in case di paglia- quando è arrivato il lupo per cercare di buttarle giù soffiando”.

Secondo Stephens le radicali politiche di libero mercato prescritte al dittatore Augusto Pinochet da Milton Friedman e dai suoi tristemente famosi “Chicago Boys” sono la ragione per cui il Cile sarebbe una nazione prospera con “una delle più rigorose normative edilizie del mondo”.

Questa teoria ha un problema piuttosto grosso. La normativa edilizia antisismica, predisposta per resistere ai terremoti, è stata promulgata nel 1972. Quell’anno ha un significato enorme perché è l’anno che precede l’arrivo al potere di Pinochet con un sanguinoso golpe sostenuto dagli Stati Uniti. Questo significa che la persona che merita l’elogio per la legge non è Friedman, o Pinochet, ma Salvador Allende, presidente socialista democraticamente eletto del Cile. (A dire la verità molti cileni meritano l’elogio poiché le leggi furono la risposta a una lunga storia di terremoti, e la prima legge fu promulgata nel 1930).

Risulta significativo, inoltre, il fatto che la legge fu attuata in mezzo a un paralizzante embargo economico (“Fate gridare di dolore l’economia” famoso grugnito di Richard Nixon dopo che Allende vinse le elezioni del 1970). La normativa fu poi aggiornata negli anni Novanta, parecchio tempo dopo che Pinochet e i Chicago Boys avevano finalmente lasciato il potere e la democrazia era stata ripristinata. Una piccola questione: come scrive Paul Bruman, Friedman aveva una posizione ambigua sulle normative edilizie, poiché le vedeva come l’ennesimo attentato contro la libertà capitalista.

Quanto all’argomento secondo il quale le politiche di Friedman sarebbero la ragione per cui i cileni vivono in “case di pietra” e non di “paglia” è chiaro che Stephens non sa niente del Cile pre-golpe. Il Cile degli anni Sessanta aveva i migliori sistemi educativo e sanitario del continente e al tempo stesso un dinamico settore industriale e una classe media in rapida espansione. I cileni credevano nel loro sistema per cui elessero Allende per andare ancora più avanti con il progetto.

Dopo il golpe e la morte di Allende, Pinochet e i suoi Chicago Boys fecero tutto il possibile per smantellare il settore pubblico del Cile, mettendo all’asta imprese dello Stato e stracciando le regole finanziarie e commerciali. Si creò un’enorme ricchezza durante questo periodo, ma a un costo terribile: nei primi anni Ottanta le politiche, prescritte da Friedman, di Pinochet avevano provocato una rapida deindustrializzazione, un aumento di dieci volte della disoccupazione e la diffusione esplosiva di instabili baraccopoli. Portarono anche a una crisi di corruzione e a un debito così alto che nel 1982 Pinochet si vide costretto a licenziare i suoi consiglieri chiave dei Chicago Boys e a nazionalizzare diverse delle grandi istituzioni finanziarie deregolate  (Suona familiare?)

Fortunatamente i Chicago Boys non riuscirono a disfare tutte le conquiste di Allende. La compagnia nazionale del rame, Cudelco, rimase nelle mani dello Stato, generando ricchezza per le casse pubbliche e impedendo ai Chicago Boys di far esplodere del tutto l’economia cilena. Non arrivarono nemmeno a smantellare la severa normativa edilizia di Allende, un’ottica ideologica lungimirante di cui tutti dovremmo essergli grati.

Naomi Klein

http://www.naomiklein.org

Fonte: www.naomiklein.org/articles/2010/03/chiles-socialist-rebar

Scoperto il cadavere del militante Eta Jon Anza. Ma molte cose ancora non tornano

22/03/2010

Dopo l’annuncio della presenza di un corpo nella camera mortuaria di Toulouse, sono terminate le speculazioni, e la maggior parte dei mezzi di informazione spagnoli ha rotto un silenzio di quasi un anno per affermare che il corpo apparteneva al militante di Donostia, Jon Anza.
La prima notizia è stata appresa alle 18.45 nel notiziario del canale francese FR3. Citando “fonti non ufficiali”, France 3 ha riferito che Jon Anza arrivò a destinazione, Toulouse, il 18 aprile e una volta lì, ma undici giorni più tardi, undici giorni in cui nulla è stato detto, svenne e fu trasferito all’ospedale Purpan, dove rimase per una settimana prima di morire. Il corpo sarebbe stato portato all’obitorio, dove, sempre secondo il mezzo televisivo, “è stato identificato adesso.
Un dispaccio AFP, citando fonti vicine alle indagini di Bordeaux, ha indicato tuttavia che, senza ombra di dubbio, fu trovato morto per la strada senza che fosse identificato alla fine di aprile 2009.
Appresa la notizia, Gara si è messa in contatto con l’avvocato di famiglia, che ha mostrato il suo “stupore per la velocità insolita” con cui alcuni media hanno dato per scontato che fosse il corpo di Anza. L’avvocato Maritxu Paulus-Basurko ha confermato che ieri nel tardo pomeriggio, pochi minuti prima che la notizia approdasse in televisione, la polizia francese si è messa in contatto con la famiglia per avvertirla che aveva individuato un corpo nell’obitorio di Toulouse che poteva essere quello di Anza, che stavano facendo i rilievi del caso per determinare l’identità del cadavere ma che i risultati non sarebbero arrivati prima di stamani.
Ed è stato proprio Gara ad informare il fratello di Jon Anza, Koldo, pochi minuti prima che fosse la polizia giudiziaria ad informarlo direttamente.
Undici giorni e undici mesi
Secondo la versione data dalla polizia ai familiari, il 29 aprile 2009, undici giorni dopo la scomparsa di Jon Anza, i vigili del fuoco di Toulouse ricevettero una telefonata di segnalazione che una persona era stata gravemente ferita in strada, e che la stessa camminava disorientata con sintomi di infarto.
Dopo i tentativi di rianimazione, secondo la versione della polizia, i vigili del fuoco avrebbero portato quella persona all’ospedale Purpan, dove morì tredici giorni dopo, il 11 maggio. Secondo la polizia giudiziaria, il corpo trovato nella camera mortuaria a Tolosa undici mesi portava “un giubbotto di pelle nera, simile a quello Anza, le scarpe della stessa marca, due biglietti del treno e una cicatrice sulla testa.” Il rifugiato politico di Donostia davvero aveva una cicatrice in testa a seguito di un intervento chirurgico al quale fu sottoposto per la sua grave malattia. […]
Dati contrastanti
In poco meno di un’ora, vari mezzi di informazione spagnoli hanno diffuso la notizia, affermando con certezza che era il corpo di Jon Anza. Contraddicendosi però l’un l’altro su date, dettagli e tutto ciò che sarebbe accaduto dopo il presunto arrivo a Toulouse del militante nazionalista, avvenuto presumibilmente il 18 aprile. Il sito web di RTVE ha assicurato, alle 8 di ieri sera, senza citare le fonti, che il corpo di Anza “è rimasto nella camera mortuaria a Tolosa dal 11 maggio 2009” ed era stato identificato “dopo aver subito un controllo incrociato delle impronte digitali” che ne confermavano l’identità. TVE, la rete pubblica spagnola, sempre senza citare la fonte delle informazioni, ha aggiunto che “il 29 aprile 2009, alle ore 23, Jon Anza era apparso su una panchina di Toulouse dopo aver sofferto un attacco cardiaco e che “i servizi sanitari francesi lo attesero e lo ricoverarono in un ospedale, dove morì 13 giorni dopo, l’11 maggio”. La versione invece offerta alle 20,13 dall’agenzia Europa Press coincide sulle date con RTVE, questa volta citando “fonti di antiterrorismo”, aggiungendo che “nelle prossime ore si effettuerà l’autopsia e il test del DNA per avere la conferma definitiva”. Secondo l’agenzia, la notte del 29 aprile dello scorso anno Anza si trovava senza documenti, disorientato e con sintomi di infarto in un parco della città. Portato in ospedale dai servizi sanitari, morì 15 giorni dopo”. Aggiungendo inoltre che “le circostanze e le fonti citate escludono ogni ipotesi di morte violenta, come denunciato in questi ultimi mesi dalla Izquierda Abertzale (la sinistra indipendentista). […]
Se queste informazioni venissero confermate, il pubblico ministero di Bayonne che indagava sul caso dopo la denuncia fatta dalla famiglia Anza lo scorso 17 maggio avrà gravi difficoltà per spiegare la scoperta del corpo di Anza oggi, undici mesi dopo.

(traduzione di Tito Sommartino dal sito www.gara.net)



Le autorità di Israele sempre più preoccupate dalla campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS). Un interessante articolo di un giornale economico israeliano

08/02/2010

Ambasciatori israeliani: “gli investimenti economici sono essenziali anche per la sicurezza nazionale e nel campo politico”
Ambasciatori israeliani identificano la promozione delle relazioni economiche ai livelli più alti come un pilastro centrale del loro lavoro, che possono anche aiutare nel portare avanti le relazioni politiche. In un incontro con il giornale israeliano The Marker, hanno rotto il silenzio circa le campagne di boicottaggio delle merci provenienti da Israele, e parlano della lotta contro il boicottaggio.
Gli ambasciatori israeliani all’estero non vedono più lo sviluppo e il rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali con i paesi in cui sono rappresentanti come un obiettivo minore di quello di sviluppare e rafforzare le relazioni politiche. Al contrario, secondo loro, una combinazione di questi due obiettivi permette una maggiore efficienza nel raggiungimento degli obiettivi politici per i quali sono responsabili. L’interesse economico che si crea per la tecnologia israeliana, per esempio, li aiuta a mettere da parte gli appelli per il boicottaggio di Israele. Gli ambasciatori lavorano a stretto contatto con gli addetti commerciali del Ministero del Commercio, dell’Industria, del Lavoro e delle Finanze. Secondo loro, il contributo dell’ambasciatore è quello di aprire le porte ai più alti livelli, che gli addetti non raggiungono.
In molti paesi in cui esiste una stretta connessione tra i settori commerciali e di governo, come in Cina, un funzionario politico di alto livello coinvolto nella promozione delle imprese e doppiamente importante. Tuttavia, anche in stati competitivi come la Francia, in cui gli uomini d’affari vengono fotografati più spesso salendo sull’aereo del Presidente prima di un volo congiunto piuttosto che davanti alle loro fabbriche, l’ambasciatore ha un notevole peso nella promozione delle imprese.
In una recente riunione convocata da The Marker, i partecipanti comprendevano l’Ambasciatore in Gran Bretagna, Ron Prosor, l’Ambasciatore in Francia Daniel Shek, l’Ambasciatore di Colombia Meron Reuben, il Console Generale a Shanghai, Jackie Eldan, il Console Generale a Boston Nadav Tamir, il Console Generale a Mumbai Orna Sagiv, e il vice direttore generale degli Affari economici per il Ministero degli Esteri, Irit Ben Abba.
Nel giugno 2008, un incontro è stato condotto tra più di 100 alti funzionari della British Telecom e rappresentanti di 19 società start-up israeliane nel settore delle comunicazioni nel tentativo di creare partnership commerciali. “Ho aperto la porta al CEO della British Telecom, Iain Livingston”, ha detto l’ambasciatore Prosor. “Dopo l’incontro, le cose cominciarono decollare”, ha aggiunto, e non dimenticate di dare credito all’addetto commerciale di Londra, Gil Erez, “che fa un ottimo lavoro”.
E, infatti, questa settimana, la British Telecom ha firmato un accordo aziendale con il Responsabile Tecnico Scientifico del Ministero dell’Industria, del Commercio e del Lavoro, nel quale la British Telecom collaborerà con start-up israeliane con il finanziamento congiunto di entrambi le parti.
Per l’ambasciatore Prosor, il modello da imitare è Dick Cheney, Vice President statunitense sotto il presidente George W. Bush. “Dick Cheney chiamò Efraim Sneh, che a quel tempo era il Ministro dei Trasporti, e gli ha parlato dell’importanza dell’acquisto di aerei Boeing (realizzato negli Stati Uniti, ndr) e non Airbus (made in Francia, ndr). Sneh non aveva altra scelta e ha capito quale doveva essere la decisione”, ha detto l’ambasciatore Prosor.
“È da anni che sto cercando di recuperare da questa storia dell’Airbus”, ha dichiarato Shek, l’Ambasciatore in Francia. “Ho visto Martin Indyk, l’ex ambasciatore statunitense in Israele, lavorando per conto di società statunitensi per aprire le gare governative alle loro auto in Israele. Questo è il modello da seguire”, ha aggiunto. Shek ha anche un suggerimento pratico. Secondo lui, le rappresentanze all’estero costano e si può anche misurare il proprio successo quantitativamente in denaro che portano a un risultato di partnership commerciali. Secondo lui, le ambasciate devono coprire i costi del loro mantenimento in questo modo, e l’ambasciatore deve essere in prima file in quest’impresa.
Legislazione contro il boicottaggio
Il 2009 è stato caratterizzato da due crisi sul fronte diplomatico- economica israeliano. La crisi economica globale ha ridotto le esportazioni israeliane di circa il 20 per cento. Inoltre, a seguito dell’operazione “Piombo fuso” a Gaza all’inizio del 2009, e la mancanza di progressi nei negoziati politici, la pressione di gruppi filo-palestinesi sui consumatori in tutto il mondo a boicottare i prodotti israeliani è aumentata. Questa pressione è apparsa, tra altri luoghi, in Gran Bretagna, Sud Africa, Francia, Turchia, Dubai, negli Stati Uniti e la Malaysia.
Gli appelli per il boicottaggio dei consumatori si faceva su una larga gamma di beni, da cibi e bevande nei supermercati a sistemi di comunicazione della Motorola, da sistemi di sicurezza da Elbit Systems a diamanti dai negozi di lusso di Lev Leviev. Fino ad ora, e sotto la pressione degli industriali, le relazioni pubbliche israeliane hanno scelto di ignorare gli appelli per il boicottaggio, con il presupposto che è meglio non parlarne, in quanto qualsiasi pubblicità data alla campagna rischiava di aumentare il fenomeno. Su questo sfondo di negazione, la volontà di Shek e Prosor a parlare di come affrontare gli appelli a boicottare Israele è notevole.
Shek: “Parigi è una versione “light” confronto a Londra dal punto di vista delle richieste di boicottaggio, ma non si può dire che non ci siano tentativi di imporre un boicottaggio. In Francia si sono concentrati sulle questioni economiche, mentre a Londra il boicottaggio è anche accademico e culturale. In Francia è del tutto marginale da un punto di vista economico, anche se ha un impatto più che consistente sull’immagine. Ogni poche settimane dei prepotenti entrano nei supermercati, al fine di gettare le casse di avocado e gridare ai clienti di non acquistare beni israeliani. Queste azioni non compoteranno una diminuizione nel lavoro di Agrexco in Francia, ma potrebbe causare danni cumulativi all’immagine di Israele. Io percepisco il ruolo degli ambasciatori come quello di conservare un ambiente favorevole per gli industriali e gli esportatori. Questo dunque fornisce un ampio spettro di attività di pubbliche relazioni. In un paese in cui l’atmosfera generale nei confronti di Israele è positivo, gli esportatori hanno una migliore possibilità di successo. Pertanto, non trascuro le implicazioni, e abbiamo diverse azioni d’iniziativa che l’ambasciata coordina, ma non conduce.
“Per esempio, ci aiutano organizzazioni quali le camere di commercio e le organizzazioni di amicizia con Israele e non lasciano che queste azioni passino senza un risposta. Godiamo di un ambiente giuridico favorevole in quanto la Francia ha una severa legislazione contro il boicottaggio, e noi incoraggiamo le organizzazioni di citare in giudizio chi organizza il boicottaggio. Conduciamo attività politiche presso l’ambasciata direttamente con i ministri, le organizzazioni, gli studenti e i consumatori, che si stanno svegliando. Questo è stato fatto. In ogni caso, stiamo attenti a non spingere troppo, in quanto al momento la campagna non ha ancora ampia esposizione mediatica e io non voglio essere colui che fornisce una massa critica necessario per sfondare all’opinione pubblica generale.”
Prosor: “In Gran Bretagna, l’oggetto del boicottaggio accademico e culturale è stata espresso al Festival di Edimburgo, nel boicottaggio da parte dei sindacati e altri inviti a boicottare. Questo è un argomento molto importante, in quanto, dal mio punto di vista, è l’inizio di una valanga che deve essere fermata con azioni intelligenti e mirate prima che diventi troppo grande, senza fornire però, esposizione mediatica. Lo osserviamo nella sua interezza. Oggi il clima nei confronti di Israele in Gran Bretagna è tale che necessità di azioni dappertutto al fine di consentire un’atmosfera buona nella qual lavorare. C’è una relazione tra le buone relazioni economiche e l’impatto del boicottaggio. Vediamo le differenze in Galles e in Scozia. In Galles, attraverso un lavoro concentrato dell’ambasciata, siamo riusciti a creare la cooperazione nel settore delle apparecchiature mediche e del acqua tra israeliani e le imprese locali. È chiaro che quando ci si concentra su una zona con vantaggi economici e si creano le connessioni con l’industria israeliana, questioni periferiche hanno un minore impatto.
“A parte gli appelli al boicottaggio da parte di sindacati e di altri gruppi, in pratica non vi era alcun danno per le esportazioni israeliane. Ci sono appelli a boicottare Israele e ci sono azioni sporadiche, anche nei supermercati. Un mese fa, il governo britannico ha deciso di etichettare prodotti che vengono dagli insediamenti, e questa decisione non viene attuata. Le chiamate a boicottare la fabbrica Eden Water in Scozia (a partire dalla fine del 2008) non hanno in questa fase effettivamente danneggiato le vendite, e stiamo lavorando in modo che non ci siano effetti sulle vendite. Al momento, non vedo che il boicottaggio nuoce alle esportazioni israeliane, ma dobbiamo essere preparati”.
Tamir: “L’aspetto economico crea un discorso diverso da quello politico. Quando si organizzano eventi al MIT o Harvard su argomenti relativi alle innovazioni di Israele, si crea un discorso positivo su Israele, che spinge l’aspetto politico ai margini”.
Gli israeliani tornano
Tamir da Boston: “Abbiamo imparato che gli investimenti economici sono una componente centrale della sicurezza nazionale, con i quali dobbiamo trattare e che ci trasformano in protagonisti importanti nel campo politico. È possibile creare la sinergia tra tutti i campi, ma quello economico è centrale”.
“Per esempio, Edward Markey, deputato del Congresso statunitense che si concentra sulle questioni dell’ambiente e delle energie alternative, è una persona importante per i rappresentanti israeliani in campo politico. Con la mediazione dell’ambasciata, ha invitato Shai Agassi ad un’audizione nella sua commissione del Congresso. Ora aspettiamo che in futuro sarà più facile promuovere le questioni politiche con Markey.”
Ben Abba dal Ministero degli Esteri: “Se possibile, dobbiamo creare eventi o interesse nel mondo in prodotti israeliani unici. In Cina e in India questo sta funzionando bene. Dimostra come una massa critica viene creata che porta a dire «vogliamo quella tecnologia e non ci importa se viene da Israele». Questo è il nostro compito nel Ministero degli Esteri, promuovere le tecnologie più avanzate”.
Col senno di poi, mentre il 2009 ha visto cacciare la maggior parte degli investitori israeliani dall’India, è stato anche un momento in cui, attraverso agevolazioni fiscali, decine di israeliani, alcuni dei quali puittosto ricchi, sono tornati in Israele da Londra e da Shanghai. Quelli che sono tornati comprendono Saul Zakkai, Arnon Milchan, Sami Ofer, Shai Agassi, Yoav Gutsman e Teddy Sagi.
“Negli ultimi due anni, non ho visto nuovi investimenti israeliani in India”, ha detto Sagiv, Console Generale a Mumbai. “Al momento ci sono investimenti israeliani in India di circa 3 miliardi di dollari. I più importanti sono Moti Ziser in immobiliari, agricoltura e scienza della vita, e Meshulam Levinstein in immobiliari. Nei primi tre trimestri del 2009, c’è stato un calo di circa il 40 per cento delle esportazioni verso l’India e il 35 per cento delle importazioni da esso. L’anno scorso, abbiamo cercato di sostenere gli esportatori attraverso il programma Shavit (attuato da un istituto di esportazione con finanziamenti governativi). ”
Innovazione israeliana
Scambi con la Francia sono anche diminuiti – a un più moderato 20 per cento – ma allo stesso tempo l’interesse delle grandi aziende francesi di investire in Israele è cresciuto. “Ci sono nuove società francesi che sono interessate ad entrare in Israele, e questo trend lo noteremo nei prossimi due anni “, ha dichiarato Shek. “È iniziato con Renault. La Renault è estremamente orgogliosa del fatto che Israele sarà il primo paese in cui le sue auto elettriche saranno commercializzate. Inoltre, una società controllata dalla azienda elettrica francese, che si concentra sulle energie alternative, sta cominciando a competere in gare per il solare in Israele”.
I rapporti calorosi tra le comunità di scienze della vita di Israele e Boston si sono raffreddati durante la crisi economica e c’è stato un brusco calo in investimenti statunitensi in società israeliane, ma viene compensato da diverse direzioni. “Con noi, la questione è partenariati strategici e investimenti “, ha detto Tamir.” Nel 2009, una sostanziale riduzione degli investimenti è stata percepita, ma vi è un notevole interesse per l’innovazione israeliana, soprattutto nei settori in cui gli Stati Uniti mettono l’enfasi, come energie alternative, oltre alla sicurezza e alla scienza della vita”.
In Cina la crisi ha danneggiato il lavoro delle aziende israeliane nei settori dei microchip e dell’elettronica. Secondo Eldan, il Console Generale a Shanghai, anche se nella seconda metà del 2009 gli ordini importanti sono tornati, alcuni degli israeliani che hanno lasciato con la chiusura delle linee di produzione non sono tornati a Shanghai quando sono state riaperte.
Nel 2009, le società israeliane hanno iniziato a scoprire il mercato del Sud America e la Colombia. L’azienda Telrad ha inviato un rappresentante permanente in Colombia e la Merhav ha realizzato il più grande investimento – di US $250 milioni – nella attuazione di una fabbrica per la produzione di etanolo da zucchero con un partner brasiliano.
La caratteristica distintiva della comunità d’affari israeliana in Gran Bretagna è quella di “tornare a casa”. Secondo Prosor, la crisi economica, il cambiamento in materia fiscale britannico e il rapido cambiamento nelle politiche fiscali israeliane hanno portato ad “un esodo piuttosto massiccio” di alti funzionari del business che stanno tornando in Israele.
Questo articolo è apparso in The Marker mercoledì, 27 gennaio 2010.
Tradotto dall’ebraico dal Alternative Information Center (AIC).


Originale in inglese: http://www.alternativenews.org/english/2411- israeli-ambassadors-economic-investments-are-also-central-to- national-security-and-the-political-field-.html