Archive for the ‘Informazione’ Category

Il più grande crimine-saggio di Paolo Barnard

04/10/2010

Questo è il primo dei sei video che riassumono il saggio IL PIU’ GRANDE CRIMINE di Paolo Barnard. A questo link trovate invece il saggio in Pdf:

http://www.paolobarnard.info/docs/Il_Piu_Grande_Crimine.pdf

Una volta letto il saggio, o visto il video, la vostra vita e il vostro modo di giudicare la storia e il mondo, cambieranno radicalmente…..

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Il Vaticano fa male alla salute

16/07/2010

radio_vaticana

Per le morti sospette di Cesano c’è un colpevole. La perizia ha stabilito che esiste una relazione significativa tra le leucemie e i linfomi che hanno colpito i bambini di Cesano e le onde elettromagnetiche di Radio Vaticana. Anni durissimi di battaglia nei quali il Vaticano ha invocato il principio dell’extraterritorialità per sfuggire alla giustizia. Mai un cenno di pietà per quelle morti bianche. Lo stesso indecente riserbo, che non stupisce più, con cui hanno coperto misfatti, abusi e pedofilia sui giovanissimi.

La protesta degli abitanti di Cesano inizia fin dal 1999. Non si parla solo d’interferenze sui segnali radio-televisivi: il rosario s’infilava nei citofoni o nei rasoi elettrici, come in ogni presa elettrica delle case. Molestie per chi non voleva sentire la messa via radio, che ora diventano ufficialmente danni e rischio di malattia.

La battaglia legale da principio fu bloccata per questioni giurisdizionali legate ai Patti Lateranensi, ma nel 2003 fu la Corte di Cassazione a riavviare il tutto portando alle prime sentenze simboliche.  Poi, sulle morti di una decina di bambini, s’ipotizzò il reato di omicidio colposo e si giunse alla perizia del Prof. Micheli, commissionata dal Gip Zaira Secchi. Roberto Tucci, Pasquale Borgomeo e Costantino Pacifici, i primi responsabili dell’emittente della Santa Sede indagati. I primi due graziati dalla prescrizione, mentre Pacifici assolto in primo grado.

Silenzio sui quotidiani cattolici, mentre il Direttore dell’emittente, Federico Lombardi, annuncia che Radio Vaticana preparerà la sua difesa con i propri consulenti e si dice stupito, dal momento che sono sempre state rispettate le indicazioni internazionali e la normativa italiana.

Le morti dei bambini della zona di Cesano superano di 3 volte i dati della Capitale e il rischio è stato aumentato anche dalla presenza delle antenne di MariTele. I piccoli che hanno vissuto per almeno 10 anni nel raggio di 6-12 km, hanno un rischio molto più grande di ammalarsi e l’incidenza numericamente significativa di una certa tipologia di tumori infantili e di morti  nella zona è spiegabile proprio dalla presenza di questi impianti. Trecento pagine per dimostrarlo. E del resto: è normale sentire la radio quando inserisce la spina del rasoio nella presa elettrica, o quando si risponde al citofono della porta di casa?

Il Vaticano nel corso di questi anni ha sempre confermato di aver rispettato scrupolosamente le normative legate al decreto ministeriale 381 e alle indicazioni dell’ ICNIRP (International Commission on Not-Ionizing Radiation Protection), grazie anche ai lavori e agli studi di una Commissione bilaterale con gli organi dello Stato italiano deputati a questo monitoraggio. Quindi, verrebbe da dire, che è normale sentire la radio dentro le mura di casa e che l’incidenza delle morti infantili o degli ammalati di tumore è una pura casualità o un’invenzione.

Perché mai nel 2001 furono ridotte allora le emissioni delle antenne? Radio Vaticana ha proseguito indisturbata a trasmettere onde di veleno, blindandosi dietro all’art. 11 del Trattato del 1929, in base al quale “gli enti centrali della Chiesa Cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano” che, va ricordato, nel 1951 ha ufficialmente approvato e riconosciuto il Centro Trasmittente di Santa Maria di Galeria, dimostrando poca prudenza per i malcapitati cittadini delle zone incriminate.

Non è un bel momento per la Chiesa di Roma. Le vittime, collezionate da più parti nel corso degli anni, finalmente non lasciano più scampo alla vergogna dei mezzucci, dei silenzi e dell’extra legem invocata dei prelati. In attesa di quella divina, pare arrivato il momento della giustizia terrena.

Rosa Ana de Santis

“Non volete smettere di consumare? Tranquilli, sarà la realtà che vi costringerà a farlo”

19/04/2010

SempereJoaquín Semprere è professore di Sociologia all’Università di Barcellona e autore di diverse opere sull’esplosione consumista, l’esaurimento dei combustibili non rinnovabili e la crisi ecologica. I suoi terreni di ricerca preferiti si accentrano sulle necessità umane e ambientali. Ha partecipato alla Settimana Galiziana di Filosofia 2010 con un intervento sulla decrescita. “Quando le banche o i finanzieri parlano di crescita”, spiega il sociologo, “questo non ha niente a che vedere con il progresso umano, con i bisogni reali, ma con un unico concetto: aumentare, aumentare, aumentare sempre il volume dell’economia”

Anche senza sapere bene perché si aumenta
Esatto. Sta qui la grande domanda: Perché? È normale se uno è povero incrementare e migliorare la sua alimentazione, il suo spazio vitale, le sue comodità, ma se si pensa che questo possa crescere indefinitamente la cosa assume un significato diverso.
Avendo un tetto e mangiando tre volte al giorno, perché crescere ancora?
È proprio questa la domanda che non solo indica la logica ma che oggi assume caratteristiche nuove perché il dato è che la popolazione mondiale in soli 200 anni si è moltiplicata per sette, il peso ecologico si è moltiplicato molto di più (c’è chi dice per cinquanta o sessanta) e l’impatto dell’uomo sulla superficie della terra, sulla biosfera, è ormai fuori dal normale e stiamo arrivando al limite. In realtà ci sono ricercatori che avvertono seriamente che siamo già arrivati al limite e questa domanda che Lei pone assume un valore qualitativamente diverso, un valore di sopravvivenza della specie.
La soluzione è la decrescita o è solo un concetto di moda?
Non mi piace molto la parola decrescita per descrivere quello che si dovrebbe ricercare, mi soddisfa di più l’espressione “un’economia ecologicamente sostenibile”.
Come arrivarci?
Per certi aspetti è vero che effettivamente ci sarà da decrescere, soprattutto nei Paesi più ricchi dove chiaramente abbiamo passato i limiti e consumiamo troppo e in modo superfluo e stiamo minando le basi naturali della vita per le generazioni future e anche per le generazioni presenti dei Paesi più poveri. E pertanto qui si che ci sarà da decrescere ma altrove no, altrove si dovrà crescere come per esempio nelle energie rinnovabili o nel Terzo Mondo e anche qui ci sono settori poveri che hanno la necessità di aumentare il loro livello di vita. Per cui credo che se si parla tanto di decrescita è per un fatto di moda. Qualcuno (qualcuno importante) ha lanciato l’idea molti anni fa, è stato un economista che è uno dei padri dell’economia ecologica, e poi il tema è stato ripreso in questi ultimi dieci anni, soprattutto in Francia e in Italia ed effettivamente decrescita è un termine che ha fatto fortuna, ma in fondo credo che la maggioranza sia d’accordo che questa non è l’idea centrale, ma è l’economia sostenibile.
Fermarsi?
Fermarsi, sì, prima si parlava anche di crescita zero o di stato stazionario dell’economia, che sarebbe così. La cosa curiosa del concetto di decrescita è il suo impatto pubblicitario: volete la crescita? Allora non solo proponiamo la crescita zero ma la decrescita.
Questo tipo di misure lo vedremo o non c’è alcun rimedio?
Qui bisogna vedere da diversi punti di vista: uno è che alcuni di coloro che parlano di decrescita lo vedono come un programma di vita e di azione, e a me pare positivo che ci sia un programma di azione. Ma si può guardare da un altro punto di vista: la realtà stessa ci imporrà il razionamento, ci provocherà dei collassi, un caso chiarissimo è quello del petrolio, che finirà e tutti lo sanno anche se nessuno lo dice e in effetti c’è chi sostiene che già attualmente siamo entrati nella fase di declino e può darsi davvero che sia così. Come si dice: non vuoi farla finita con il consumo, smettere di consumare? Tranquillo che sarà la realtà a costringerti, te lo imporrà. E se non ci sarà gente che farà questo discorso della decrescita, della crescita zero, della frugalità, se nessuno ci penserà né lo divulgherà, continueremo con gli stessi miti che è possibile continuare a crescere e invece bisogna farla finita con questo.
E cosa vi aspettate che succeda allora? Più guerre tanto per cominciare?
Se succede questo potrebbero esserci conseguenze politiche molto sgradevoli o molto disastrose: per cominciare leader populisti che promettano mari e monti, il messaggio “non vi preoccupate, ci penso io”. E come ci penserà? Ci sono varie maniere perché il mondo è molto grande ed è ripartito in modo molto diseguale, e può darsi che una parte dell’umanità, quella che ha più soldi, tecnologia ed armi, si imponga agli altri, allora potremmo entare in un’epoca di disordini, guerre e di avventure imperialiste. Abbiamo di fronte il caso dell’Iraq e nulla ci garantisce che non ci saranno altri casi simili in futuro. Quello che penso in generale è che andremo, più che ad una riduzione volontaria del consumo, a una frugalità imposta dalla realtà stessa e che se non ci saranno porgrammi di azione individuale, collettiva e anche politica per amministrare adeguatamente questa scarsità di risorse che ci troveremo addosso, se non ci sarà razionalità su questo punto e spirito di solidarietà potremmo entrare in una fase regressiva di decadenza della civiltà, di disgregazione sociale e di conflittualità all’interno e all’esterno dei Paesi.

Fonte: http://www.farodevigo.es/portada-pontevedra/2010/04/11/quiere-parar-consumir-tranquilo-obligara-realidad/428073.html

Zygmunt Bauman: Sul capitalismo come “sistema parassita”

16/01/2010

Come il recente “tsunami finanziario” ha dimostrato a milioni di persone che credevano ai mercati capitalisti e alla banca capitalista come metodi ovvi per risolvere con successo dei problemi, il capitalismo si è specializzato nella creazione di problemi, non nella loro risoluzione.

Come i sistemi dei numeri naturali del famoso teorema di Kurt Gödel, il capitalismo non può essere al tempo stesso coerente e completo. Se è coerente con i suoi stessi principi,  sorgono problemi che non può affrontare; e se cerca di risolverli, non può farlo senza cadere nella mancanza di coerenza con le sue stesse premesse. Molto prima che Gödel scrivesse il suo teorema, Rosa Luxemburg pubblicò il suo studio sull'”accumulazione capitalista” nel quale ipotizzava che il capitalismo non può sopravvivere senza economie “non capitaliste”; può funzionare secondo i suoi principi solo se esistono “territori vergini” aperti all’espansione e allo sfruttamento, anche se quando li conquista a fini di sfruttamento, il capitalismo li priva della loro verginità precapitalista e in questo modo esaurisce le riserve che lo nutrono. In buona misura è come un serpente che si divora la coda: in un primo momento il cibo abbonda, ma presto si fa sempre più difficile da ingoiare, e poco dopo non rimane nulla da mangiare e neanche chi lo mangi…

Il capitalismo è in essenza un sistema parassita. Come tutti i parassiti, può prosperare per un po’ se incontra l’organismo ancora non sfruttato di cui possa alimentarsi, ma non può farlo senza danneggiare l’ospite né senza distruggere, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o perfino della sua stessa sopravvivenza.

Rosa Luxemburg, che scrisse in un’era di imperialismo rampante e conquista territoriale, non poteva prevedere che le terre premoderne di continenti esotici non erano gli unici possibili  “ospiti” di cui il capitalismo poteva alimentarsi per prolungare la sua vita e iniziare successivi cicli di prosperità. Il capitalismo rivelò da allora il suo sorprendente ingegno per ricercare e trovare nuove specie di ospiti ogni volta che la specie precedentemente sfruttata si debilitava. Una volte annesse tutte le terre vergini “precapitaliste”, il capitalismo inventò la “verginità secondaria”. Milioni di uomini e donne che si dedicavano a risparmiare anziché vivere di credito furono trasformati con astuzia in uno di questi territori vergini non ancora sfruttati.

L’introduzione delle carte di credito fu l’indizio di quello che si avvicinava. Le carte di credito avevano fatto irruzione nel mercato con una consegna eloquente e seduttrice: “eliminare l’attesa per concretizzare il desiderio”. Si desidera qualcosa ma non si è risparmiato a sufficienza per pagarlo? Bene, ai vecchi tempi, che per fortuna ormai sono passati, si doveva rimandare le soddisfazioni (questo rimando, secondo Max Weber, uno dei padri della sociologia moderna, era il principio che rese possibile l’avvento del capitalismo moderno): stringere la cinghia, negarsi altri piaceri, spendere in modo prudente e frugale e risparmiare il denaro che si poteva mettere da parte con la speranza che con la dovuta attenzione e pazienza si sarebbe messo insieme quanto sufficiente per concretizzare i sogni.

Grazie a Dio e alla benevolenza delle banche, non è più così. Con una carta di credito, quest’ordine si può invertire: godi ora, paghi dopo! La carta di credito ci dà la libertà di gestire le proprie soddisfazioni, di ottenere le cose quando le vogliamo, non quando ce le guadagniamo e possiamo pagarle.

Per evitare di ridurre l’effetto delle carte di credito e del credito facile a un semplice guadagno straordinario per coloro che prestano, il debito doveva (e lo fece con grande velocità!) trasformarsi in un surplus permanente di generazione di guadagno. Non può pagare il suo debito? Non si preoccupi: a differenza dei vecchi sinistri prestatori, ansiosi di recuperare alla scadenza fissata in anticipo quello che avevano prestato, noi, i moderni prestatori amichevoli, non chiediamo il rimborso del nostro denaro ma le offriamo di darle ancora credito per restituire il debito precedente e rimanere con un po’ di denaro in più (vale a dire, debito) per pagare nuovi piaceri. Siamo le banche a cui piace dire “sì”. Le banche amichevoli. Le banche sorridenti, come affermava una delle pubblicità più ingegnose.

La trappola del credito

Quello che nessuna pubblicità dichiarava apertamente era che in realtà le banche non volevano che i loro debitori rimborsassero i prestiti. Se i debitori restituissero con puntualità quanto prestato, non sarebbero più debitori. È il loro debito (l’interesse mensile che si paga su di esso) ciò che i moderni prestatori amichevoli (e di notevole sagacia) decisero e ottennero di riformulare come fonte principale del loro ininterrotto guadagno. I clienti che restituiscono con rapidità il denaro che hanno richiesto sono l’incubo dei prestatori. La gente che rifiuta di spendere denaro che non ha guadagnato e si astiene dal chiederlo in prestito non risulta utile ai prestatori, e così neppure le persone che (per motivi di prudenza o per un antiquato senso dell’onore) si affrettano a pagare i loro debiti per tempo. Per i  profitti loro e dei loro azionisti le banche e i fornitori di carte di credito dipendono ora da un “servizio” ininterrotto di debiti e non dal rapido rimborso degli stessi. Per quanto li riguarda,  un “debitore ideale” è quello che non rimborsa mai del tutto il credito. Si pagano delle multe se si vuole rimborsare la totalità di un credito ipotecario prima della scadenza concordata… Fino alla recente “crisi del credito”, le banche e gli emissori di carte di credito si mostravano più che disponibili a offrire nuovi prestiti a debitori insolventi per coprire gli interessi non pagati dei debiti precedenti. Una delle principali compagnie di carte di credito della Gran Bretagna ha rifiutato poco tempo fa di rinnovare le carte dei clienti che pagavano la totalità dei loro debiti ogni mese e pertanto non incorrevano in alcun interesse sanzionatorio.

Per riassumere, la “crisi del credito” non è stata il risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è stato un risultato del tutto prevedibile, anche se inatteso, il frutto del loro notevole successo: successo nel senso di trasformare l’enorme maggioranza degli uomini e delle donne, vecchi e giovani, in un esercito di debitori. Hanno ottenuto quello che volevano: un esercito di eterni debitori, l’autoperpetuazione della situazione di  “indebitamento”, mentre si cercano altri debiti come l’unica istanza realista di risparmio a partire dai debiti in cui già si è incorsi.

Entrare in questa situazione è stato più facile che mai prima nella storia dell’umanità, mentre uscirne non è mai stato così difficile. Sono già stati tentati, sedotti e indebitati tutti coloro che potevano diventare debitori, così come milioni di altri che non si poteva né doveva incitare a chiedere prestiti.

Come in tutte le mutazioni precedenti del capitalismo, anche questa volta lo Stato ha assistito alla creazione di nuovi terreni fertili per lo sfruttamento capitalista: fu su iniziativa del presidente Clinton che si introdussero negli Stati Uniti le ipoteche subprime auspicate dal governo per offrire credito per l’acquisto di case a persone che non avevano mezzi per rimborsare questi prestiti, e per trasformare così in debitori settori della popolazione che fino a quel momento erano stati inaccessibili allo sfruttamento mediante il credito…

Comunque, così come la scomparsa della gente scalza significa problemi per l’industria delle calzature, la scomparsa della gente non indebitata annuncia un disastro per il settore del credito. La famosa predizione di Rosa Luxemburg si è realizzata ancora una volta: un’altra volta il capitalismo è stato pericolosamente vicino al suicido arrivando ad esaurire la riserva di nuovi territori vergini per lo sfruttamento…

Finora, la reazione alla “crisi del credito”, per quanto impressionante e perfino rivoluzionaria possa sembrare una volta processata nei titoli dei media e nelle dichiarazioni dei politici, è stata “aumentare la dose”, con la vana speranza che le possibilità rivitalizzanti di guadagno e consumo di questa tappa non si siano esaurite completamente: un tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di far sì che i loro debitori tornino a essere degni di credito, in modo che l’affare di prestare e prendere in prestito, di diventare debitori e  rimanere tali, possa ritornare ad essere “abituale”.

Lo Stato benefattore per i ricchi (che, a differenza del suo omonimo per i poveri non ha mai visto mettere in discussione la sua razionalità, e ancor meno interrotte le sue operazioni) è tornato nelle saloni da esposizione dopo aver abbandonato le dependence di servizio nelle quali erano stati temporaneamente relegati i suoi uffici per evitare paragoni invidiosi.

Quello che le banche non riuscivano a ottenere -per mezzo delle loro abituali tattiche di tentazione e seduzione- lo ha fatto lo Stato mediante l’applicazione della sua capacità coercitiva, obbligando la popolazione a incorrere collettivamente in debiti di proporzioni senza precedenti: gravando/ipotecando il livello di vita di generazioni che ancora non erano nate…

I muscoli dello Stato, che da molto tempo non venivano usati per questi scopi, sono tornati a flettersi in pubblico, stavolta al fine di continuare un gioco nel quale i partecipanti mostrano di provare indignazione per questa flessione, ma di ritenerla inevitabile; un gioco che, curiosamente, non può sopportare che lo Stato usi i muscoli ma non può sopravvivere se non lo fa.

Ora, un centinaio di anni dopo che Rosa Luxemburg fece conoscere il suo pensiero,  sappiamo che la forza del capitalismo sta nel suo sorprendente ingegno per cercare e  trovare nuove specie di ospiti ogni volta che la specie precedentemente sfruttata è troppo debilitata o muore, così come nella speditezza e la velocità virulente con le quali si adatta alle idiosincrasie delle sue nuove prede. Nel numero di novembre 2008 di The New York Review of Books (nell’articolo “La crisi e che fare per affrontarla”), l’intelligente analista e maestro dell’arte del marketing George Soros ha presentato l’itinerario delle imprese capitaliste come una successione di “bolle” di dimensioni che eccedevano di molto la loro capacità e esplodevano rapidamente una volta che si raggiungeva il limite della loro resistenza.

La “crisi del credito” non segna la fine del capitalismo; solo l’esaurimento di uno dei suoi  successivi pascoli… La ricerca di un nuovo prato comincerà subito, come nel passato, stimolata dallo Stato capitalista mediante la mobilitazione compulsiva di risorse pubbliche  (per mezzo di imposte anziché tramite una seduzione di mercato che si trova temporaneamente fuori servizio). Verranno cercate nuove “terre vergini” e si cercherà a destra e sinistra di aprirle allo sfruttamento finché le loro possibilità di aumentare i guadagni di azionisti e gli stipendi dei dirigenti a loro volta si esauriscano.

Come sempre (come nel XX secolo abbiamo appreso anche a partire da una lunga serie di scoperte matematiche da Henri Poincaré a Edward Lorenz) il minimo passo di lato può portare in un precipizio e finire in un disastro. Perfino i più piccoli progressi possono scatenare inondazioni e finire in un diluvio…

Gli annunci di un’altra “scoperta” di un’isola sconosciuta attirano moltitudini di avventurieri che eccedono di molto le dimensioni del territorio vergine, moltitudini che in un batter d‘occhio dovrebbero tornare di corsa alle loro imbarcazioni per fuggire dall’imminente  disastro, sperando contro ogni speranza che le imbarcazioni siano sempre lì, intatte, protette…

La grande domanda è in quale momento la lista delle terre disponibili per una “verginizzazione secondaria” si esaurirà, e le esplorazioni, per quanto più frenetiche e ingegnose siano, smetteranno di generare respiro temporaneo. I mercati, che sono dominati  dalla “mentalità cacciatrice” liquida moderna che ha sostituito l’atteggiamento premoderno di  guardaboschi e la classica posizione moderna di giardiniere, sicuramente non si disturberanno a porsi questa domanda, dato che vivono passando da un’allegra battuta di caccia all’altra, come un’altra opportunità di rimandare, non importa quanto brevemente né a che prezzo, il momento nel quale si scopra la verità.

Non abbiamo ancora iniziato a pensare seriamente alla sostenibilità della nostra società che va avanti a credito e consumo. “Il ritorno alla normalità” comporta un ritorno a strade pessime e sempre pericolose. L’intenzione di farlo è allarmante: indica che né la gente che dirige le istituzioni finanziarie, né i nostri governi, sono arrivati al fondo del problema con le loro diagnosi, e ancor meno con le loro azioni.

Parafrasando Héctor Sants, il direttore dell’Autorità per i Servizi Finanziari, che poco tempo fa ha confessato l’esistenza di “modelli di impresa poco attrezzati per sopravvivere allo stress (…), cosa che lamentiamo”, Simon Jenkins, un analista di The Guardian di straordinaria acutezza, ha osservato che “è stato come se un pilota protestasse perché il suo aereo vola bene ad eccezione dei motori”.

Zygmunt Bauman e Clarín, 2009.

Io sono strano? beh…no, però…..

17/11/2009

Riporto un post interessante, dal blog di Beppe Grillo, il quale ( credo) rappresenti il mio pensiero.

Gli altri siamo noi. Siamo noi i diversi. Persone che quando dicono: “albero” intendono dire solo e proprio: “albero“. E quando dicono: “disonesto” vogliono dire solo e proprio: “disonesto“. Chiamiamo le cose, i delinquenti con il loro nome. Siamo noi: “The others“. Ci troviamo senza neppure sapere le ragioni alieni in una realtà separata, stranieri di QUESTA realtà. Loro, gli altri a noi, ci credono, ci vivono, ci stanno bene in questa Italia disperata e alla deriva. Gli è sufficiente pensarsi in Paradiso per negare l’Inferno. Noi, gli altri, non ci riusciamo. E’ più forte di noi. Rompiamo amicizie, legami familiari, rapporti di lavoro perché, pur con tutto l’autocontrollo di cui siamo capaci (che è molto poco), non riusciamo a stare zitti. Noi siamo altrove. Non possiamo vedere ciò che non esiste. Gli altri a noi invece possono, vogliono credere all’informazione che li lega al suolo. Sono dotati di super poteri all’incontrario e portano una corazza che non si può scalfire. Potrebbero volare, ma non sanno di avere le ali. Se gli altri siamo noi, gli altri a noi sono la maggioranza assoluta degli italiani. L’altro è infatti tale solo se è in minoranza, per questo è altro, per questo è un diverso. E’ minoranza di una maggioranza. La sua voce può sembrare sgradevole, ciò che dice antipatico. E’ un ufo sociale, un marziano. Uno che nega l’evidenza condivisa da tutti, che parla per partito preso. Chi è altro è un sopportato al pranzo della domenica, alle discussioni tra amici, alla macchinetta del caffè aziendale, nella sala d’aspetto del medico. Un rompicoglioni, un attaccabrighe, uno che mette in discussione i telegiornali, la Chiesa, il Governo. Uno che è altro si sente spesso un po’ solo. Sul Titanic vede l’iceberg dove gli altri a lui scorgono banchi di nebbia. Lo sconforto lo prende più per non essere creduto che per il fatto di finire contro una montagna di ghiaccio. Uno che è altro qualche volta vuole rientrare nel gruppo. Occuparsi delle solite cose per bene di nessuna importanza. Tirare a campare. La vita scorre e chi segue la corrente finisce sempre in qualche fogna. Ma questo lo viene a sapere solo dopo.

Storie di parà

16/11/2009

Una recluta entra in camerata. All’improvviso, e senza una ragione plausibile, gli anziani lo circondano. Dopo una breve discussione lo prendono a calci e pugni. Un colpo all’inguine, più violento degli altri, costa al ragazzo la perdita di un testicolo e due settimane di permanenza all’ospedale di Bologna. Il luogo dell’aggressione è la scuola dei paracadutisti di Pisa, meglio nota come campo d’addestramento della brigata Folgore.

La vicenda risale all’aprile del 1998, e si ricollega ad un episodio simile accaduto il mese prima nello stesso posto: un ragazzo che aveva rifiutato il “pizzo” di sigarette ai nonni viene costretto a bere un bicchiere di urina. I genitori denunciano il fatto e i due casi costano il posto al colonnello Enrico Nardi, comandante della Scuola di Paracadutismo Militare (Smipar).

Il ministro della Difesa Andreatta aveva annunciato un criterio chiaro ed inequivocabile, un automatismo: “Se le informazioni sui soprusi vengono da fonti diverse dai comandi, i comandanti verranno rimossi”.

Il generale Pierluigi Bortoloso, comandante della Regione Tosco-emiliana, ammette che “ci sono stati episodi di nonnismo a Pisa, cose non gravi, che succedono anche nelle scuole e nei collegi”, ma “l’Esercito ha sempre combattuto questo tipo di cose”.

La “linea dura” di Andreatta parte da un episodio accaduto ad Anzio: i nonni aggrediscono una recluta, la provocano ripetutamente: l’inseguimento si interrompe contro una vetrata. Davide Macera subisce un intervento all’addome per rimuovere le schegge dei vetri, ed il generale di brigata Granatiero viene rimosso.

Il telefono “grigio-verde” avviato da un paio di anni per iniziativa del senatore De Luca ha permesso di evidenziare svariati soprusi, che possono essere divisi nelle seguenti categorie: intimidazioni, taglieggiamenti sulle paghe, vessazioni psicologiche, atti di violenza fisica ed a sfondo sessuale.

Tra le denunce e le cronache dei quotidiani è possibile tracciare una panoramica significativa della quotidianità delle caserme: nella “Pisano” di Capo Teulada, vicino Cagliari, un soldato ha subito violenza sessuale da un commilitone ubriaco (ottobre 97); ad un altro hanno incendiato il materasso mentre dormiva (marzo 98); altre aggressioni ad Anzio e nelle caserme fiorentine “Perrotti” e “Gonzaga”, dove ha sede tra gli altri uno dei battaglioni della Folgore (aprile 98). Nello stesso periodo, quattro nonni accendono due candele ai piedi di un commilitone nella “Ruffo” di Roma, teatro nel ’95 della misteriosa morte di Claudio Leonardini, un granatiere volato giù da una terrazza della caserma. Il pm parlò di nonnismo e di omicidio preterintenzionale, chiese diversi anni di carcere per il comandante e per alcuni commilitoni, ma tutto finì in assoluzione.

Molte violenze sono segnalate tra gli alpini. Presso il reggimento di Borgo San Dalmazzo, un tenente di compagnia avrebbe detto ad un soldato “vuoi ballare ?”e quindi gli sparò al piede. Il prezzo dello “scherzo” fu un intervento chirurgico con innesto osseo. Nella caserma Maricentro di La Spezia un giovane cagliaritano, studente di ingegneria, è stato sottoposto a vessazioni di tutti i tipi, tra cui il gioco della moneta: fermare con la testa cento lire che scivolano lungo la parete. Uno degli aspetti più raccapriccianti sono i riti tribali, spesso a sfondo sessuale. In una caserma torinese un ragazzo è stato costretto a masturbarsi davanti a tutta la camerata, che urlava e gli sputava addosso.

Molte telefonate al numero “grigioverde” del senatore De Luca rimangono anonime e sono effettuate al termine del servizio, per evitare ritorsioni. Non solo da parte dei nonni, ma anche delle stesse strutture militari. Un giovane in servizio presso l’XI battaglione autocarri di Roma è oggetto di schiaffi, scherzi, sopraffazioni. Viene persino filmato con una telecamera portatile durante i soprusi. Alla fine, dopo il ricovero all’ospedale del Celio, il colpevole è lui: congedato come “soggetto a crisi d’ansia”. Non si tratta di un caso isolato. E i danni prodotti dalle violenze non si fermano alla data del congedo. Una donna di Pinerolo racconta del figlio congedato cinque anni fa “per motivi psicologici”: “Ancora oggi si sveglia la notte urlando che non vuole fare il militare”.

 

Le vittime delle caserme: alcuni tra gli episodi più gravi di violenza
marzo 95 Un giovane paracadutista si suicida a Chiavari in seguito alle sopraffazioni dei nonni.
luglio 95 Claudio Fausto Leonardini muore nella caserma “Ruffo” di Roma in circostanze misteriose, dopo un volo da una terrazza. Aveva denunciato le violenze su un collega ferito dai nonni. Il processo si è chiuso con una assoluzione generale.
marzo 97 Nella caserma “Medici” dei carabinieri di Milano alcuni ausiliari in congedo versano cera bollente sulla schiena di una recluta incappucciata. Tutti assolti dalla Procura militare di Torino.
maggio 97 Giovanni Catalano viene colpito con un pugno allo stomaco in una caserma di Bologna. Gli viene asportata la milza.
luglio 97 Un sottotenente viene ferito gravemente a Torino con cera fusa versata sulla schiena.
luglio 97 Giovanni Sannino viene torturato col tubo di un compressore nella caserma Lamarmora di Torino. L’aria compressa gli danneggia il retto e l’intestino. Gli viene asportato il colon.
agosto 98 In una caserma di Firenze un giovane è brutalmente percosso dagli anziani. Il soldato ha avuto la milza spappolata.
agosto 99 Emanuele Scieri muore in circostanze misteriose nella caserma Gamerra di Pisa.

 

Frecce mortali

07/11/2009

In questi giorni assistiamo con grande piacere ad un bombardamento mediatico senza eguali per ricordarci l’anniversario delle forze militari armate di invasione ( i militari) e la data in cui avremo i cosiddetti treni ad alta velocità.

Sempre negli stessi giorni è morto l’ennesimo lavoratore ( in genere ne muoiono 4 al giorno, come in guerra o peggio) alla stazione dei treni di Rifredi. La guerra poi, si sa, di morti ne fa molti anche se noi non siamo in grado di percepire oltre che conoscere il numero preciso, specie quando si tratta dei civili; dei militari ” caduti” sappiamo fin troppo. E così il caso vuole che proprio qualche giorno fa i nostri cacciabombardieri, in parte finanziati con i tagli a scuola e università, tornando da una esercitazione di bombardamento fatta negli USA, fossero pronti per la ” missione di pace” in Afghanistan, dove noi teoricamente siamo per costruire ospedali e scuole, ma ci andiamo per bombardare.

E’ tempo di svegliarsi da questo sonno orrendo ed omertoso. Occorre aprire gli occhi e collegare le varie situazioni con cui abbiamo quotidianamente a che fare: veniamo presi per il culo sempre e per ogni cosa. Siamo arrivati ad un punto tale che niente in questo paese di merda funziona più e la notizia della settimana sarebbe che arriveremo 15 minuti prima a Bologna grazie ai nuovi treni? Oppure si dovrebbe parlare di chi muore in guerra per colpa nostra ( maggiori esportatori al mondo di mine anti-uomo) e si fa ammazzare mentre lavora ?

Le morti bianche; i caduti di Kabul. Termini ormai ripetuti fino alla noia. Il bello è che, senza che nessuno se ne stia rendendo conto, la gente crede a tutto, sopporta oltre ogni limite le ingiustizie di oggi perchè la tv glielo dice o impone implicitamente, bonariamente.

Forse, quando chi oggi è nel PD faceva il responsabile comunicazioni PCI, l’accordo con Craxi per dare rai tre ai comunisti e le concessioni al Berlusca non fu una grande trovata. A voi ogni ulteriore commento…

Google ci sta rendendo stupidi?

05/11/2009

“Google ci sta rendendo stupidi?”: questo il crudo titolo di un articolo del The Atlantic a firma di Nicholas G. Carr, classe 1959, scrittore, conferenziere e giornalista americano assai scettico sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità “interconnessa” attraverso la Rete delle Reti. Fate fatica a leggere un articolo particolarmente lungo? Riscontrate una certa tendenza a saltare da una fonte all’altra su Internet, senza focalizzare? Pieni di buoni propositi, mettete un “bookmark” su articoli corposi, sui quali poi difficilmente tornate? Allora è possibile che il vostro cervello si stia adattando a recepire dati ed informazioni nello stesso modo in cui essi vengono resi disponibili in Rete, cioè in modo ampio e superficiale. Carr usa una questa metafora: se il processo della conoscenza ai tempi delle fonti su carta era assimilabile ad una immersione in mare, oggi assomiglia molto più ad una corsa su uno scooter acquatico. Del resto, anche il profeta della comunicazione di massa Marshall Mac Luhan, già nei non sospetti anni Sessanta, aveva capito che i mass media non si limitano a veicolare l’informazione, ma plasmano i processi cognitivi: non c’è dunque da stupirsi se anche la nostra mente si sta “internettizzando”. Maryanne Wolf, psicologa alla Tuft University, esprime un concetto simile, sostenendo che non siamo tanto “quello” che leggiamo, ma “come” leggiamo. A differenza della parola, la lettura non è infatti una funzione istintiva per noi esseri umani: la nostra mente deve lavorare ai simboli per trasformarli in linguaggio comprensibile. Confrontandosi con modi diversi di rendere disponibili le informazioni, il nostro cervello è un organo estremamente flessibile e tende ad organizzarsi di conseguenza: studi recenti mostrano ad esempio che il modo in cui sono “cablati” neuroni del cervello di un cinese, abituato a ricavare significato dagli ideogrammi, è molto diverso, ad esempio, di quello in cui sono organizzati quelli rinchiusi nella scatola cranica di un occidentale, che spreme senso dalle parole.

Racconta Carr che quando il filosofo Friederich Nietsche, a causa dei gravi disturbi alla vista, decise di dotarsi di una macchina da scrivere, il suo stile cambiò drasticamente: come nota l’esperto di media tedesco Friederich Kittler, da quel momento la sua prosa passò “dall’argomentazione all’aforisma, dal pensiero al gioco di parole, dalla retorica allo stile telegrafico”. Secondo storici e sociologi, perfino l’invenzione dell’orologio meccanico ha finito per “dissociare il tempo dagli eventi umani e ha contribuito a generare il mito dell’esistenza di un mondo autonomo di sequenze misurabili tramite la matematica”; il tempo del sonno, quelli della veglia, del lavoro, del pasto, un tempo regolati dai fenomeni naturali, dal 1300 in poi sono stati scanditi da una macchina.

Dunque un cervello esposto in modo continuativo alla potenza magica e un po’ perversa della Rete comincerà a riorganizzare il proprio funzionamento in modo coerente al modello organizzativo prevalente su Internet, quello di Google, che ne rappresenta l’archetipo. Secondo il suo Amministratore Delegato, Eric Schmidt, Google Inc. è un’impresa fondata sul “concetto della scienza della misurazione” che si sta sforzando di “sistematizzare ogni cosa”. La società di Mountain View (California) declina così i suoi obiettivi strategici: “Organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili” e sviluppare un “motore di ricerca perfetto, definito dal cofondatore Larry Page come qualcosa che ‘capisce esattamente le richieste dell’utente e restituisce esattamente ciò che egli vuole’”.

In altre parole, per la Google Inc. “l’informazione è una specie di commodity, una risorsa utilitaristica che può essere sezionata ed analizzata con efficienza industriale”. Il pensiero sottostante è che l’intelligenza sia “il risultato di un processo meccanico, costituito da una serie di passaggi discreti che possono essere isolati, misurati, ottimizzati”. Secondo Carr, infatti, Google rappresenta il trionfo moderno dei principi di Friederick Winslow Taylor, che passò alla storia per aver tolto la pace agli operai della Midvale Steel di Philadelphia, presentandosi in fabbrica con un cronometro in mano e una massima inquietante nel cervello (“in passato veniva prima l’uomo, nel futuro il sistema verrà prima di ogni cosa”).

Anche se le considerazioni di Carr sono forse troppo pessimistiche – benché non manchino pensatori che hanno guardato con sospetto alla scrittura tout-court o alla stampa introdotta da Gutemberg, sono in effetti i libri che spesso ci salvano la via – esse meritano attenzione e rispetto, perché ci suggeriscono di non abbassare mai la guardia.