Archive for the ‘Ambiente’ Category

“Non volete smettere di consumare? Tranquilli, sarà la realtà che vi costringerà a farlo”

19/04/2010

SempereJoaquín Semprere è professore di Sociologia all’Università di Barcellona e autore di diverse opere sull’esplosione consumista, l’esaurimento dei combustibili non rinnovabili e la crisi ecologica. I suoi terreni di ricerca preferiti si accentrano sulle necessità umane e ambientali. Ha partecipato alla Settimana Galiziana di Filosofia 2010 con un intervento sulla decrescita. “Quando le banche o i finanzieri parlano di crescita”, spiega il sociologo, “questo non ha niente a che vedere con il progresso umano, con i bisogni reali, ma con un unico concetto: aumentare, aumentare, aumentare sempre il volume dell’economia”

Anche senza sapere bene perché si aumenta
Esatto. Sta qui la grande domanda: Perché? È normale se uno è povero incrementare e migliorare la sua alimentazione, il suo spazio vitale, le sue comodità, ma se si pensa che questo possa crescere indefinitamente la cosa assume un significato diverso.
Avendo un tetto e mangiando tre volte al giorno, perché crescere ancora?
È proprio questa la domanda che non solo indica la logica ma che oggi assume caratteristiche nuove perché il dato è che la popolazione mondiale in soli 200 anni si è moltiplicata per sette, il peso ecologico si è moltiplicato molto di più (c’è chi dice per cinquanta o sessanta) e l’impatto dell’uomo sulla superficie della terra, sulla biosfera, è ormai fuori dal normale e stiamo arrivando al limite. In realtà ci sono ricercatori che avvertono seriamente che siamo già arrivati al limite e questa domanda che Lei pone assume un valore qualitativamente diverso, un valore di sopravvivenza della specie.
La soluzione è la decrescita o è solo un concetto di moda?
Non mi piace molto la parola decrescita per descrivere quello che si dovrebbe ricercare, mi soddisfa di più l’espressione “un’economia ecologicamente sostenibile”.
Come arrivarci?
Per certi aspetti è vero che effettivamente ci sarà da decrescere, soprattutto nei Paesi più ricchi dove chiaramente abbiamo passato i limiti e consumiamo troppo e in modo superfluo e stiamo minando le basi naturali della vita per le generazioni future e anche per le generazioni presenti dei Paesi più poveri. E pertanto qui si che ci sarà da decrescere ma altrove no, altrove si dovrà crescere come per esempio nelle energie rinnovabili o nel Terzo Mondo e anche qui ci sono settori poveri che hanno la necessità di aumentare il loro livello di vita. Per cui credo che se si parla tanto di decrescita è per un fatto di moda. Qualcuno (qualcuno importante) ha lanciato l’idea molti anni fa, è stato un economista che è uno dei padri dell’economia ecologica, e poi il tema è stato ripreso in questi ultimi dieci anni, soprattutto in Francia e in Italia ed effettivamente decrescita è un termine che ha fatto fortuna, ma in fondo credo che la maggioranza sia d’accordo che questa non è l’idea centrale, ma è l’economia sostenibile.
Fermarsi?
Fermarsi, sì, prima si parlava anche di crescita zero o di stato stazionario dell’economia, che sarebbe così. La cosa curiosa del concetto di decrescita è il suo impatto pubblicitario: volete la crescita? Allora non solo proponiamo la crescita zero ma la decrescita.
Questo tipo di misure lo vedremo o non c’è alcun rimedio?
Qui bisogna vedere da diversi punti di vista: uno è che alcuni di coloro che parlano di decrescita lo vedono come un programma di vita e di azione, e a me pare positivo che ci sia un programma di azione. Ma si può guardare da un altro punto di vista: la realtà stessa ci imporrà il razionamento, ci provocherà dei collassi, un caso chiarissimo è quello del petrolio, che finirà e tutti lo sanno anche se nessuno lo dice e in effetti c’è chi sostiene che già attualmente siamo entrati nella fase di declino e può darsi davvero che sia così. Come si dice: non vuoi farla finita con il consumo, smettere di consumare? Tranquillo che sarà la realtà a costringerti, te lo imporrà. E se non ci sarà gente che farà questo discorso della decrescita, della crescita zero, della frugalità, se nessuno ci penserà né lo divulgherà, continueremo con gli stessi miti che è possibile continuare a crescere e invece bisogna farla finita con questo.
E cosa vi aspettate che succeda allora? Più guerre tanto per cominciare?
Se succede questo potrebbero esserci conseguenze politiche molto sgradevoli o molto disastrose: per cominciare leader populisti che promettano mari e monti, il messaggio “non vi preoccupate, ci penso io”. E come ci penserà? Ci sono varie maniere perché il mondo è molto grande ed è ripartito in modo molto diseguale, e può darsi che una parte dell’umanità, quella che ha più soldi, tecnologia ed armi, si imponga agli altri, allora potremmo entare in un’epoca di disordini, guerre e di avventure imperialiste. Abbiamo di fronte il caso dell’Iraq e nulla ci garantisce che non ci saranno altri casi simili in futuro. Quello che penso in generale è che andremo, più che ad una riduzione volontaria del consumo, a una frugalità imposta dalla realtà stessa e che se non ci saranno porgrammi di azione individuale, collettiva e anche politica per amministrare adeguatamente questa scarsità di risorse che ci troveremo addosso, se non ci sarà razionalità su questo punto e spirito di solidarietà potremmo entrare in una fase regressiva di decadenza della civiltà, di disgregazione sociale e di conflittualità all’interno e all’esterno dei Paesi.

Fonte: http://www.farodevigo.es/portada-pontevedra/2010/04/11/quiere-parar-consumir-tranquilo-obligara-realidad/428073.html

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Camerun, gli effetti collaterali del biocombustibile

19/02/2010

I paesi del continente africano convertono l’agricoltura all’olio di palma

Infuria in questi giorni la polemica a Bruxelles sull’effettiva compatibilità ed efficienza dei biocarburanti, soprattutto quelli derivati da mais e da semi oleosi. La discussione si è accesa inoltre tra chi sostiene che il biofuel da olio di palma dovrebbe essere incentivato con nuovi provvedimenti e chi invece sostiene che tali misure danneggerebbero le produzioni dell’Unione Europea. L’unica cosa certa è che l’obiettivo di Bruxelles del 10 percento di consumo di combustibili da fonti rinnovabili dovrà essere in buona parte garantito dai biocarburanti.

Il punto di vista dell’Africa Viaggiando da nord a sud, il Camerun è uno dei paesi dell’Africa centrale più legati all’agricoltura. Le coltivazioni di palma, dalla quale si estrae l’olio destinato al biodiesel, occupano oggi qualcosa come 140 mila ettari di superficie. Il governo camerunense nel 2001 ha lanciato il progetto “Palmier à huile” al fine di sviluppare la coltivazione di palma e la produzione di olio per il nascente mercato “bio”, provocando così la deforestazione di 30 mila ettari di foresta. L’attuale obiettivo del governo, con l’aiuto del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, è di aumentare in breve termine di altri 50 mila ettari le piantagioni di palma da olio. Parte della materia prima viene trasformata dall’industria locale e la restante parte viene esportata principalmente verso Nigeria, Francia, Italia, Malaysia e Indonesia. Tuttavia, questo piano di sviluppo della palma da olio, sta causando notevoli ripercussioni nella selva camerunense, affliggendo la popolazione che dipende da essa. I principali effetti di questa politica sono il taglio delle foreste per la sostituzione con le palme e gli incendi forestali, a scopo speculativo. L’intervento delle aziende interessate alla coltivazione della pianta sta generando conflitti con la popolazione, soprattutto per gli accordi basati su promesse poi rivelatesi false, e con le comunità locali, escluse dal processo decisionale in merito al territorio in cui vivono. Tra le principali accuse vi sono la violazione dei diritti consuetudinari, il tentativo di impiantare senza autorizzazione governativa, gli indennizzi mai pagati e le promesse mai mantenute relative a un vero sviluppo locale. Argomenti purtroppo già noti quando si tratta di risorse naturali di paesi in via di sviluppo e di interventi del Fondo monetario internazionale.
Testimonianze della regione del Kribi, raccolte dal Centre Tricontinental, descrivono che gli abitanti della regione sono stati fortemente colpiti dalla diminuzione della selva e delle risorse in essa disponibili, a causa dell’aumento delle piantagioni di palma. Gli stessi abitanti denunciano che il loro modo di vivere tradizionale è diventato impossibile, pur non beneficiando dei vantaggi di questa nuova economia, in quanto le aziende non impiegano manodopera locale. E’ inoltre molto alto il sospetto che i prodotti chimici impiegati nella zona stiano inquinando i corsi d’acqua, provocando infermità quali colera, febbre tifoidea e dissenteria.

La situazione in Uganda. Dal 2006, una compagnia kenyota sta facendo pressioni presso il ministero dell’ambiente per impiantare una coltivazione di palma in una riserva forestale protetta. L’azione di lobbyng aveva per oggetto la zona di Bugala Island nel Lago Vittoria, ma ha incontrato resistenza per il timore dei funzionari dei danni derivanti dalla deforestazione, dal rischio sedimentazione e dalla perdita della biodiversità. Tentando di aggirare il problema la Bidco, questo il nome dell’azienda, ha richiesto al ministero lo sfruttamento del terreno adibito a prateria, all’interno della riserva, adiacente alle zone già concesse all’azienda per la coltivazione di palma. La società è partner del governo ugandese nel progetto di sviluppo della produzione dell’olio, ma il tutto è subordinato all’approvazione del ministero dell’ambiente. Dei 10 mila ettari necessari alla coltivazione, la Bidco ne ha sinora ottenuti 8 mila. Il ministro dell’ambiente ugandese ha espresso preoccupazione nei confronti della proposta. Tuttavia, sulla controversa vicenda pesa l’accordo preliminare tra la società il governo, il cui mancato rispetto potrebbe avere forti implicazioni legali ed economiche per quest’ultimo. Di fronte a questo terzo tentativo di sboccare la situazione da parte di Bidco, che ha già iniziato l’abbattimento della foresta nella zona concessa, aumenta il dilemma del governo, in bilico tra sviluppo economico, tutela ambientale e pressioni internazionali per combattere il cambiamento climatico.

Alessandro Ingaraia

tratto da http://peacereporter.net

Fidel Castro: “La verità su quel che è avvenuto durante il Vertice”

27/12/2009

Ai giovani interessa, più che a tutti gli altri, il futuro.

Poco tempo fa si discuteva sul tipo di società in cui vivremo. Oggi si discute se la società umana sopravviverà.

Non si tratta di frasi drammatiche. Ci si deve abituare ai fatti reali. L’ultima cosa che gli esseri umani possono perdere è la speranza.

Con la verità nella mano, uomini e donne di ogni età, soprattutto i giovani, hanno sferrato nel Vertice una battaglia esemplare, offrendo al mondo una grande lezione.

Ora la cosa principale è far conoscere a Cuba, e nel mondo, quello che è avvenuto a Copenaghen.

La verità ha una forza che supera l’intelligenza mediatizzata e molte volte disinformata di coloro che hanno nelle mani i destini del mondo.

Se nella capitale danese si è ottenuta una cosa importante, è che attraverso i media di massa, l’opinione mondiale ha potuto osservare il caos politico creato,  il trattamento umiliante inflitto ai Capi di Stato e di Governo, ai ministri e alle migliaia di rappresentanti dei movimenti sociali e delle istituzioni che, pieni d’illusioni e di speranze hanno raggiunto il Vertice di Copenaghen.

La brutale repressione contro i manifestanti pacifici, da parte della forza pubblica, ricordava la condotta della truppe d’assalto dei nazisti, quando occuparono la vicina Danimarca nell’aprile del 1940.

Quel che nessuno si poteva immaginare è che questo 18 dicembre del 2009, l’ultimo giorno del Vertice, questo sarebbe stato sospeso dal governo danese – alleato della NATO e associato al massacro in Afganistan – per consegnare la sala principale della Conferenza al Presidente Obama, dove lui e un gruppo scelto di invitati – 16 in totale – avevano il diritto esclusivo di parlare.

Obama ha pronunciato un discorso pieno d’inganno e ambiguità, demagogico, che non include nessun impegno vincolante e ignora l’accordo cornice di Kioto.

Poi se n’è andato dalla sala, dopo aver ascoltato alcuni oratori. Tra gli invitati ad usare la parola c’erano i paesi più industrializzati, vari delle economie emergenti ed alcuni tra i più poveri del pianeta. I leaders  ed i rappresentanti  degli altri 170 paesi avevano solo il diritto d’ascoltare.

Alla fine del discorso dei 16 prescelti Evo Morales, con tutta l’autorità della sua origine di indio aymara, recentemente eletto Presidente con il 65% dei voti e l’appoggio di due terzi della Camera e del Senato della Bolivia, ha chiesto la parola.

Il Presidente della Danimarca ha dovuto – non aveva alternative – concederla, di fronte alla richiesta delle altre delegazioni. Quando Evo ha concluso le sue sagge e profonde frari, il danese ha dovuto cedere la parola a Hugo Chávez.

I due discorsi passeranno alla storia come esempi di discorsi brevi ed opportuni. Compiuto in modo eccellente il loro compito, i due sono partiti verso i rispettivi paesi.

Ma Obama, che  non aveva parlato nel Foro, non aveva ancora compiuto il suo ruolo nel paese sede del Vertice.

Nella notte del 17 e sino all’alba del 18, il primo ministro della Danimarca ed altri rappresentanti degli Stati Uniti si erano riuniti con il Presidente della Commissione Europea e i leaders dei 27 paesi, per proporre, a nome di Obama, un progetto d’accordo alla cui elaborazione non ha partecipato nessuno dei restanti leaders del resto del mondo.

Era un’iniziativa antidemocratica e virtualmente clandestina, che ignorava le migliaia di rappresentanti dei movimenti sociali, le istituzioni scientifiche, religiose e gli altri invitati al Vertice.

Durante tutta la notte di giovedì 18 e sino alle 3 della mattina del 19, quando già molti Capi di Stato erano andati via, i rappresentanti dei paesi sono stati ad aspettare il re-inizio delle sessioni e la chiusura dell’incontro.

Il 18, per tutto il giorno, Obama ha tenuto riunioni e conferenze stampa, come hanno fatto i leaders dell’Europa. Poi se ne sono andati.

Allora è successo un fatto insolito alle tre di mattina del 19. Il primo ministro della Danimarca ha convocato una riunione per la chiusura del Vertice.

Restavano in rappresentanza dei loro paesi, ministri, funzionari, ambasciatori e personale tecnico.

È stata una battaglia sbalorditiva quella sferrata in questa mattina del 19 da un gruppo di rappresentanti di paesi del Terzo Mondo, che hanno impugnato  il tentativo di Obama e dei più ricchi del pianeta, di presentare come un accordo per consenso del Vertice, il documento imposto dagli Stati Uniti.

La rappresentante del Venezuela, Claudia Salerno, con energia impressionante, ha mostrato la sua mano destra sanguinante per la forza con cui ha picchiato la tavola per poter esercitare il suo diritto alla parola. Il tono della sua voce e la dignità dei suoi argomenti non si potranno dimenticare.

Il ministro degli Esteri di Cuba ha pronunciato un energico  discorso di circa mille parole, dal quale ho scelto alcuni paragrafi che desidero includere in questa Riflessione:

“ Il documento che non esisteva, come Lei ha detto  varie volte, Signor Presidente, ora appare (…) abbiamo visto versioni che circolano in maniera surrettizia e che si discutono in piccoli conciliaboli segreti…”

“…Lamento profondamente la maniera in cui lei ha condotto questa Conferenza.”

“…Cuba considera estremamente insufficiente e inammissibile il testo di questo progetto apocrifo. La meta di 2 gradi centigradi è inaccettabile e avrebbe conseguenze catastrofiche incalcolabili…”

“Il documento che Lei disgraziatamente presenta non presenta alcun impegno di riduzione delle emissioni dei gas con effetto serra.”

“Conosco le versioni precedenti che a loro volta,  attraverso procedimenti discutibili e clandestini, sono state negoziate in circoli chiusi…”

“Il documento che Lei presenta adesso, omette precisamente le già magre e insufficienti frasi chiave che quella versione conteneva”.

“…Per Cuba, è incompatibile con il criterio scientifico universalmente riconosciuto, che considera urgente e indispensabile assicurare livelli di riduzione di almeno il 45% delle emissioni per l’anno 2020, e non inferiori all’80% – 90% della riduzione  per il 2050”.

“Tutte le discussioni sulla continuazione dei negoziati per adottare nel futuro accordi di riduzione delle emissioni, devono includere inevitabilmente il concetto della vigenza del Protocollo di Kioto. Il Suo ruolo, Signor  Presidente, è il certificato  di morte del protocollo di Kioto, che la mia delegazione non accetta”.

“La delegazione cubana desidera porre l’accento sull’importanza del principio delle ‘responsabilità comuni ma differenziate’ come concetto centrale del futuro processo dei negoziati. Il suo pezzo di carta non dice una parola su questo”.

“Questo progetto di dichiarazione omette l’impegno concreto dei finanziamenti e dei trasferimenti delle tecnologie verso i paesi in via di sviluppo, come parte del compimento degli obblighi contratti dai paesi ricchi nella Convenzione cornice delle Nazioni Unite sul Cambio Climatico (…) I paesi sviluppati che impongono i loro interessi con questo documento, Signor Presidente, evadono qualsiasi impegno concreto”.

“Quello che Lei, Signor Presidente, chiama un ‘gruppo di leaders rappresentativi’, è per me una grande violazione del principio d’uguaglianza sovrana che è consacrata nella Carta delle Nazioni Unite…”

“Signor Presidente, sollecito formalmente che questa dichiarazione sia raccolta nella relazione finale sui lavori di questa deplorevole e vergognosa 15ª Conferenza delle Parti”.

Sono state concesse solo alcune ore ai rappresentanti degli Stati per emettere opinioni e questo ha portato a situazioni complicate, vergognose e sgradevoli.

C’è stato poi un lungo dibattito nel quale le delgazioni dei paesi ricchi hanno esercitato forti pressioni per far sì che la Conferenza adottasse questo documento come risultato finale delle deliberazioni.

Un piccolo numero di paesi ha insistito con fermezza sulle serie omissioni e ambiguità del documento sostenuto dagli Stati Uniti ed in particolare sull’assenza d’impegno da parte dei paesi sviluppati sulla riduzione delle emissioni di carbonio ed i finanziamenti  per adottare misure di mitigazione e adattamenti per i paesi del Sud.

Dopo una lunga e  tesissima discussione, è prevalsa la posizione dei paesi  dell’ALBA e del Sudan, come presidente del gruppo dei 77 sul documento dichiarato inaccettabile e  non adottabile per la Conferenza.

Di fronte all’evidente mancanza di consenso, la Conferenza si è limitata ‘a prendere nota’  dell’esistenza di questo documento, come della posizione di un gruppo di circa 25 paesi.

Dopo questa decisione adottata alle 10.30 – ora della Danimarca – Bruno Rodríguez, dopo aver discusso con altri rappresentanti dell’ALBA e, amichevolmente, con il Segretario della ONU – al quale ha espresso la disposizione di continuare  a combattere assieme alle Nazioni Unite, per impedire le terribili conseguenze del cambio climatico  – è partito in compagnia del Vicepresidente cubano Esteban Lazo per Cuba, per partecipare alla riunione dell’Assemblea Nazionale, dando per terminato il suo compito.

A Copenaghen sono restati alcuni membri della delegazione e l’ambasciatore, per partecipare alle pratiche finali.

Nel pomeriggio di oggi hanno informato su quanto segue:

“Sia a coloro che hanno partecipato all’elaborazione del documento, come a  chi – come il Presidente degli Stati Uniti – aveva anticipato l’annuncio della sua  adozione per la Conferenza … dato che non potevano respingere la decisone di limitarsi  ‘a prendere nota’ del presunto accordo di Copenaghen, hanno tentato di proporre un procedimento per far sì che altri Paesi Parte, che non avevano partecipato alla discussione si sommassero, dichiarando la loro adesione e tentando cosi di dare un carattere legale al detto accordo, che di fatto potrebbe pregiudicare il risultato dei negoziati che dovranno continuare.

Questo tentativo ha ricevuto di nuovo la ferma opposizione di Cuba, Venezuela e Bolivia, che hanno avvisato che questo documento che la convenzione non aveva fatto suo, non ha carattere legale di sorta e che non esiste un documento delle Parti e non si possono stabilire regole per la sua presunta adozione…”

È in questo stato che sono terminate le sessioni di Copenaghen senza che si sia adottato il documento preparato surrettiziamente durante gli ultimi giorni, con una chiara conduzione ideologica dell’amministrazione nordamericana.  Domani l’attenzione si centrerà nell’Assemblea Nazionale.

Lazo, Bruno e il resto della delegazione giungeranno oggi a mezzanotte e il ministro degli esteri di Cuba potrà spiegare lunedì, con tutti i dettagli e la precisione necessaria, la verità di quel che è avvenuto nel Vertice.

Fidel Castro Ruz

– 19 Dicembre del 2009

Ore 20.17 (Traduzione Gioia Minuti)

tratto da http://www.granma.cu

I veleni a galla

17/11/2009

Inchiesta. La Athina trasportava solventi chimici, la Agios Panteleimon solfato d’ammonio, la Kaptan Manolis fertilizzanti. Sono 73 i relitti dei veleni rintracciati dal manifesto. Gli affondamenti sono avvenuti tutti tra il 1979 e il 2001. Uno scandalo internazionale.

Alessandra Fava – Paolo Gerbaudo – Andrea Palladino per Il Manifesto

In fondo al mare italiano non ci sono solo centinaia di navi affondate. I nostri fondali hanno nascosto per almeno un ventennio verità che nessun governo vuole rivelare. È il nostro un paese non solo di navigatori, ma anche di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi molto segreti che pensano più alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della democrazia. Di governi impegnati – ora come nel passato – ad appoggiare accordi inconfessabili con paesi lontani, per esportare il peggior made in Italy, i rifiuti mortali della nostra industria. La storia delle navi dei veleni non è finita a Cetraro. Il caso non è chiuso, anzi, si è arricchito di nuove storie da raccontare, da passare alle generazioni più giovani. È una sorta di testimone che viene dal passato, una staffetta mantenuta in piedi dalla libertà di stampa e da quelle forze sociali che non accettano le verità di comodo. Oggi sono due mesi esatti dal ritrovamento di un relitto di una nave al largo di Cetraro, in Calabria. Il ministro Stefania Prestigiacomo ha voluto chiudere la vicenda con un sorriso, quasi ironico: quanto siete ingenui – raccontava il suo volto – avete abboccato, era solo un piroscafo affondato nel 1917. Rapida, definitiva la sua risposta. Ma dal fondo del mare la verità, a volte, torna a galla.

Settanta nomi
Questi due mesi hanno avuto il pregio di recuperare l’intera storia delle navi a perdere e delle rotte dei veleni. Sono riapparsi elenchi dimenticati, pezzi di inchieste archiviate, indagini realizzate da straordinari investigatori, come il capitano di vascello Natale De Grazia. Occorre, dunque, ripartire da questo materiale che era stato abbandonato per anni, dai nomi delle tante navi affondate in maniera sospetta, spesso con un carico dichiarato – ovvero assolutamente ufficiale – di sostanze tossiche. La Athina R., colata a picco nel 1981, trasportava solventi chimici; la Scaleni, affondata nel 1991, con nitrato d’ammonio; la Agios Panteleimon, affondata nel 1998, carica di solfato di ammonio; la Kaptan Manolis I, finita in fondo al mare a ovest della Sicilia, con un carico di fertilizzanti. E tante altre, i cui carichi spesso non erano dichiarati, oppure in apparenza sembravano contenere merci senza valore. Settanta navi, settanta storie, che il manifesto ha ricostruito, per avere un quadro complessivo della storia delle navi a perdere. Storie che da oggi sono consultabili liberamente e da tutti su un sito pensato per mantenere la memoria storica dell’intera vicenda.

Perché le navi?
Siamo stati abituati a considerare il traffico di rifiuti una attività soprattutto terrestre. La vicenda dei rifiuti dei casalesi – che iniziano ad occuparsi dello smaltimento criminale delle scorie in maniera industriale dal 1989 in poi – ha fatto conoscere l’impatto degli scarti dell’industria in Terra di lavoro, come era chiamata anticamente la provincia di Caserta. Un traffico con coperture politiche di alto livello, che – secondo la Dda di Napoli – avrebbe coinvolto anche il vice ministro dell’economia Cosentino, il cui arresto è stato chiesto l’altro ieri anche per vicende collegate al traffico di rifiuti. Il complesso sistema del traffico di rifiuti è flessibile, non lineare, capace di adattarsi ai cambiamenti delle normative, da una parte, e alle esigenze dell’industria dall’altra. Gli anni ’80 hanno rappresentato la prima fase, dove l’esportazione verso l’Africa e l’America Latina era la soluzione a portata di mano, silenziosa e conveniente. La necessità di avere una rete di armatori pronti a trasportare oltre il Mediterraneo migliaia di fusti velenosi fu la fortuna dei primi broker organizzati, di società con capitale italiano in grado di avere il contatto giusto. Nascono le rotte dei veleni, percorsi che iniziano in piccoli porti poco conosciuti e che terminano sulle spiagge africane, dove se muore qualcuno intossicato nessuno, nel mondo occidentale, se ne accorge. Ma c’è un filo che inevitabilmente riporta la traccia di quei rifiuti verso chi lo ha spediti.

Le prime rotte dei trafficanti
Gibuti, Somalia, Venezuela e Romania. Poi Nigeria: sono queste le rotte preferite dai trafficanti di rifiuti tossici. Almeno fino al 1989, fino a quando una legislazione internazionale molto permissiva lo permetteva. È uno schema che si ripete come racconta la storia della Zanoobia: c’è un ammassatore autorizzato dalla regione di turno che raccoglie i rifiuti tossici; questa paga poi un’azienda che abbia accordi con un paese estero – un broker internazionale – per portare altrove i rifiuti. Passato il carico la prima azienda se ne può lavare le mani e soprattutto lo schema rende invisibili le industrie che avevano prodotto le scorie. Il broker a sua volta millanta impianti di depurazione all’estero che tutti sanno inesistenti. E così si riempiono campi, discariche, fiumi, deserti di paesi terzi. Il grande business ha il suo cuore dal biennio 1986-1987 fino alla grande crisi di navi rifiutate qui e là, di cui però la dormiente Italia capisce qualcosa sono nell’88 quando esplode il grande caso delle “navi dei veleni”. Migliaia di bidoni pieni di veleni iniziano a tornare nei nostri porti, rifiutati persino di paesi con regimi democratici precari. Si scatena un finimondo, la questione arriva in parlamento e l’allora ministro all’ambiente Giorgio Ruffolo riferiva serafico che la produzione di rifiuti tossici in Italia si aggirava probabilmente intorno ai 45 milioni di tonnellate, mentre i rifiuti tossici nocivi prodotti dalle industrie erano 5 milioni di tonnellate e «per quanto riguarda i rifiuti industriali noi valutiamo la capacità di smaltimento a meno di un quinto della quantità prodotta, cioè a circa il 15 per cento» di quei 5 milioni. L’esportazione, anche se Ruffolo non lo dice, diventava così un’ottima soluzione per tutti: per il governo, per le industrie, per i trafficanti e per quella rete di interessi indicibili che si andava creando.

I porti delle nebbie
Regola numero uno: cercare porti defilati, dove i controlli sono minori, dove si riesce a ungere qualche ruota e con pochi occhi indiscreti. Porti minori, come Chioggia o Marina di Carrara, da dove parte nel febbraio 1987 la Lynx – la nave che tenterà di far sparire i 10.500 fusti tornati poi in Italia con la Zanoobia. Porti che dovevano garantire discrezione e silenzio. Ma qualcosa all’inizio del 1987 s’inceppa. Riccardo Canesi, Antonella Cappè e Alberto Giorgio Dell’Amico della Lista verde di Carrara inviano il 6 febbraio 1987 una denuncia al pretore della loro città, al procuratore della repubblica dell’ufficio circondariale marittimo di Marina di Carrara e al Ministero dell’ambiente: «Al porto di Marina di Carrara, nella banchina di sud-ovest del molo di ponente sono depositati fusti contenenti sostanze non precisate collocati in pallets che emanano odori pestilenziali. A quanto ci risulta tali fusti (dei quali una parte è già stata caricata) dovrebbero contenere rifiuti tossici e nocivi (spediti dalla presunta ditta Gellyfax) e dovrebbero essere caricati sulla motonave Lynx (della compagnia Cargo Ship) battente bandiera maltese, in rada presso il porto di Marina di Carrara, con destinazione Gibuti (ex Somalia francese)». Il 10 febbraio anche il presidente della Regione Toscana Sergio Bartolini chiede con un telex l’intervento dei magistrati di Massa, Carrara, Genova e della capitaneria di porto di Marina di Carrara. Nessuno interviene, le denunce finiscono in cassetti ancora oggi chiusi. La nave Lynx parte l’11 febbraio con 2.147 tonnellate contro una portata di almeno 5 mila. «Avevamo delle dritte dall’ambiente del porto di Marina e da Legambiente lombarda – racconta oggi Canesi, che è stato anche capo della segreteria del ministro Edo Ronchi e ora è con gli ecologisti democratici – della Linx ricordo che i fusti erano piuttosto anonimi, risalimmo alla Jelly Wax perché era nelle polizze di carico e poi indagammo su Gibuti e Porto Cabello scoprendo che non c’era là nessun impianto di trattamento dei rifiuti». Impianti fantasma , esistenti solo sulla carta, che servivano a bypassare le pochissime norme internazionali esistenti. Bastava far risultare da qualche parte che in Africa c’era un impresa pronta a ricevere il carico e nessuno, in realtà, si metteva a controllare. «Chiamai anche il sostituto procuratore dell’epoca – continua Chianesi – che mi disse di lasciar perdere e far partire le navi. Se invece la magistratura avesse bloccato subito quelle partenza si sarebbero risparmiati miliardi di lire che servirono poi per far tornare quei carichi in Italia e bonificare quei rifiuti adeguatamente». La Lista verde all’epoca presentò anche altri esposti il 6 aprile 1987 per la nave Akbay; il 12 giugno 1987 per la Radhost e il 13 luglio 1987 per la Baru Luch e nuovamente li mandò al pretore di Carrara, al procuratore della Repubblica di Massa, all’ufficio marittimo di Marina di Massa al ministero per l’ambiente e questa volta anche all’Usl di Massa Carrara, alla provincia e al comune di Carrara. Nulla accade. I veleni poi in parte tornano in Italia, dove il governo dovrà spendere oltre 250 miliardi di lire per uno smaltimento di cui oggi non sappiamo nulla. Perché la fine del percorso non è ancora nota, visto che la Protezione civile prima e il Ministero dell’ambiente poi non sono ancora stati in grado di rispondere ad una semplice domanda de il manifesto: dove sono finiti i fusti delle navi dei veleni?

L’elenco misterioso
Il 27 ottobre scorso, ventiquattro ore prima dell’annuncio sorridente del ministro Prestigiacomo, la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ci sono nove affondamenti fantasma, con coordinate conosciute ma senza un nome della nave. Tra questi c’è anche il relitto di Cetraro, che il giorno dopo verrà identificato come Catania. Ma c’è qualcosa che non torna in quell’elenco. Nella lista mancano però molte navi, il cui affondamento è noto e certo. La Capraia, la Orsay e la Maria Pia, ad esempio, risultano essere affondamenti sospetti – o almeno da verificare – secondo i dati dei Lloyd’s (le schede possono essere consultate sul sito infondoalmar.info). Altre navi potrebbero dunque mancare all’appello. E viene da chiedersi perché in commissione antimafia viene presentato un elenco incompleto? La nostra Marina non possiede tutti i dati? La vicenda di Cetraro e la gestione dell’informazione in questi ultimi mesi non fa che rilanciare i tantissimi dubbi e qualche legittimo sospetto.

Ripartire dal passato
Almeno settanta navi sospette sono sui fondali del mediterraneo, con coordinate note, con documentazione facilmente accessibile, con carichi spesso dichiaratamente tossici. Il ministro Prestigiacomo ha spiegato che non può seguire quello che raccontano i giornali, ma per andare a cercare una nave la notizia deve partire da una Procura. I dati che oggi presentiamo sulle settanta navi sono ufficiali, tratti dai registri navali, riscontrati uno per uno negli uffici dei Lloyd’s di Londra. In alcuni casi si tratta delle stesse navi che apparivano nelle mappe del faccendiere Giorgio Comerio, sequestrate nella sua casa di Garlasco. Sono nomi che il capitano di vascello De Grazia stava verificando, uno per uno.

Le rotte dei veleni proseguono
Le tante archiviazioni e la mancata volontà di andare a verificare i casi sospetti hanno trasformato il nostro paese in una specie di zona franca per i traffici dei rifiuti. Non solo a terra, ma secondo i racconti che arrivano da Livorno anche nei mari protetti, nei santuari ecologici. Come il manifesto ha raccontato nei giorni scorsi, appartenenti alla Ong tedesca Green Ocean hanno denunciato di aver visto la nave cargo Toscana buttare differenti oggetti in mare il 5 luglio scorso, tra cui diversi container, mentre erano sulla nave Thales impegnata nel progetto di ricerca ambientale “Plastic From Sea”. A sostegno della loro accusa, un container è stato poi ritrovato da una nave della Nato a 900 metri dalla posizione indicata dallo skipper della Thales, mentre i pescatori locali hanno trovato pesci morti nelle loro reti.  È una storia da approfondire prima di tutto per capire se i traffici clandestini coinvolgono ancora oggi il nostro paese. Anche in questo caso la documentazione in possesso dei Lloyds sulla nave oggetto della denuncia è il riferimento più certo da dove è possibile partire. Al momento del presunto scarico in mare la nave era in viaggio da Panama a Livorno. Prima di entrare nel Mediterraneo la nave aveva attraversato l’Atlantico dopo aver fatto tappa nei porti a Houston, in Cile e in Argentina. Elemento sospetto sono le numerose ispezioni subite dalla nave – ben 10 tra 2008 e 2009, di cui una mentre era in transito a Gibilterra. Secondo un’analista dei Lloyds di Londra, che vuole mantenere l’anonimato, questo numero di ispezioni è la spia che questa nave sarebbe chiacchierata e «viene tenuta sott’occhio». Al telefono la compagnia tedesca Bertling Reederei, con sede ad Amburgo, non ha nessuna voglia di parlare della denuncia e ancor meno di rispondere alle domande dei giornalisti. E Paul Thomson responsabile della flotta, compagnia tedesca proprietaria della nave Toscana, si è limitato a dire che non ha «nulla da dire riguardo a una storia tanto assurda». Che cosa trasportava il Toscana durante il viaggio verso Livorno? «Non sono tenuto a rispondere». E cosa ne pensa del container trovato a 900 metri dal punto segnalato dalla Thales? «No comment», e ha buttato giù il telefono irritato. In fondo al mar i veleni sono segreti da tenere ben chiusi.