Camerun, gli effetti collaterali del biocombustibile

I paesi del continente africano convertono l’agricoltura all’olio di palma

Infuria in questi giorni la polemica a Bruxelles sull’effettiva compatibilità ed efficienza dei biocarburanti, soprattutto quelli derivati da mais e da semi oleosi. La discussione si è accesa inoltre tra chi sostiene che il biofuel da olio di palma dovrebbe essere incentivato con nuovi provvedimenti e chi invece sostiene che tali misure danneggerebbero le produzioni dell’Unione Europea. L’unica cosa certa è che l’obiettivo di Bruxelles del 10 percento di consumo di combustibili da fonti rinnovabili dovrà essere in buona parte garantito dai biocarburanti.

Il punto di vista dell’Africa Viaggiando da nord a sud, il Camerun è uno dei paesi dell’Africa centrale più legati all’agricoltura. Le coltivazioni di palma, dalla quale si estrae l’olio destinato al biodiesel, occupano oggi qualcosa come 140 mila ettari di superficie. Il governo camerunense nel 2001 ha lanciato il progetto “Palmier à huile” al fine di sviluppare la coltivazione di palma e la produzione di olio per il nascente mercato “bio”, provocando così la deforestazione di 30 mila ettari di foresta. L’attuale obiettivo del governo, con l’aiuto del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, è di aumentare in breve termine di altri 50 mila ettari le piantagioni di palma da olio. Parte della materia prima viene trasformata dall’industria locale e la restante parte viene esportata principalmente verso Nigeria, Francia, Italia, Malaysia e Indonesia. Tuttavia, questo piano di sviluppo della palma da olio, sta causando notevoli ripercussioni nella selva camerunense, affliggendo la popolazione che dipende da essa. I principali effetti di questa politica sono il taglio delle foreste per la sostituzione con le palme e gli incendi forestali, a scopo speculativo. L’intervento delle aziende interessate alla coltivazione della pianta sta generando conflitti con la popolazione, soprattutto per gli accordi basati su promesse poi rivelatesi false, e con le comunità locali, escluse dal processo decisionale in merito al territorio in cui vivono. Tra le principali accuse vi sono la violazione dei diritti consuetudinari, il tentativo di impiantare senza autorizzazione governativa, gli indennizzi mai pagati e le promesse mai mantenute relative a un vero sviluppo locale. Argomenti purtroppo già noti quando si tratta di risorse naturali di paesi in via di sviluppo e di interventi del Fondo monetario internazionale.
Testimonianze della regione del Kribi, raccolte dal Centre Tricontinental, descrivono che gli abitanti della regione sono stati fortemente colpiti dalla diminuzione della selva e delle risorse in essa disponibili, a causa dell’aumento delle piantagioni di palma. Gli stessi abitanti denunciano che il loro modo di vivere tradizionale è diventato impossibile, pur non beneficiando dei vantaggi di questa nuova economia, in quanto le aziende non impiegano manodopera locale. E’ inoltre molto alto il sospetto che i prodotti chimici impiegati nella zona stiano inquinando i corsi d’acqua, provocando infermità quali colera, febbre tifoidea e dissenteria.

La situazione in Uganda. Dal 2006, una compagnia kenyota sta facendo pressioni presso il ministero dell’ambiente per impiantare una coltivazione di palma in una riserva forestale protetta. L’azione di lobbyng aveva per oggetto la zona di Bugala Island nel Lago Vittoria, ma ha incontrato resistenza per il timore dei funzionari dei danni derivanti dalla deforestazione, dal rischio sedimentazione e dalla perdita della biodiversità. Tentando di aggirare il problema la Bidco, questo il nome dell’azienda, ha richiesto al ministero lo sfruttamento del terreno adibito a prateria, all’interno della riserva, adiacente alle zone già concesse all’azienda per la coltivazione di palma. La società è partner del governo ugandese nel progetto di sviluppo della produzione dell’olio, ma il tutto è subordinato all’approvazione del ministero dell’ambiente. Dei 10 mila ettari necessari alla coltivazione, la Bidco ne ha sinora ottenuti 8 mila. Il ministro dell’ambiente ugandese ha espresso preoccupazione nei confronti della proposta. Tuttavia, sulla controversa vicenda pesa l’accordo preliminare tra la società il governo, il cui mancato rispetto potrebbe avere forti implicazioni legali ed economiche per quest’ultimo. Di fronte a questo terzo tentativo di sboccare la situazione da parte di Bidco, che ha già iniziato l’abbattimento della foresta nella zona concessa, aumenta il dilemma del governo, in bilico tra sviluppo economico, tutela ambientale e pressioni internazionali per combattere il cambiamento climatico.

Alessandro Ingaraia

tratto da http://peacereporter.net

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