Questioni di metodo e questioni strategiche

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Visioni del Mondo
Scritto da Moreno Pasquinelli

Considerazioni teoriche sulla crisi, le contraddizioni che porta in prima linea e sul campo di battaglia

Che cos’è e come si fa oggi l’analisi della situazione sociale

La critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione. Essa non è un coltello anatomico, è un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, che essa non vuole confutare bensì annientare
K.Marx

Lenin, convinto assertore della primazia della politica come arte della trasformazione sociale, insegnava che se il partito rivoluzionario vuole che la sua azione dia dei frutti, quest’ultima deve sempre essere ancorata alla “analisi concreta della situazione concreta”. Una volta fatta quest’analisi su essa era  tenuto a scommettere senza esitazione. Nel vortice del 1917 Lenin precisava che non ci si doveva “lasciar guidare dallo stato d’animo delle masse, che è instabile e non può essere calcolato”, bensì “dall’analisi obiettiva e dalla valutazione della rivoluzione”.

Quest’appello alla concretezza, così peculiare del Lenin politico, poggiava tuttavia su tre postulati teorici: (1) la certezza categorica dell’inevitabilità del socialismo, (2) la funzione rivoluzionaria della classe operaia, (3) la convinzione che si era entrati nella fase finale della guerra di classe.
E’ appoggiandosi ad essi che si spiega l’imprescindibilità del Partito politico per Lenin, concepito come il mezzo con cui la classe acquista consapevolezza della propria missione storica ed infine come l’ostetrica che avrebbe assicurato che il parto storico del socialismo sarebbe andato a buon fine.

Il richiamo leniniano “all’analisi concreta della situazione concreta”, era si di chiara marca empiristica, ma adagiato su rassicuranti postulati teorici, così che si trattava di scovare nel mondo fenomenico i segni, la conferma di quei postulati e della direzione di marcia della storia.
Noi siamo oggi in una situazione radicalmente diversa. Non solo perché la formazione sociale che chiamiamo capitalismo è profondamente mutata, perché quei postulati si sono dimostrati fallaci. Non è vero che il socialismo sia ineluttabile, non è vero che la classe operaia abbia congenita una missione salvifica universale, né siamo in alcuna fase finale della vita del capitalismo. Sappiamo infine che il ruolo del partito politico nella trasformazione sociale è ben più grande che non quello di una levatrice. Esso non è nemmeno soltanto l’avanguardia o la guida: è il reagente che innesca, date certe condizioni oggettive, quella gigantesca reazione chimica che chiamiamo Rivoluzione e per mezzo della quale la trasformazione sociale è possibile.

Cosa ne consegue? Che siamo tenuti a compiere “l’analisi concreta della situazione concreta” senza mai smarrire né la nostra visione del mondo né i fini che ci poniamo, che costituiscono l’ordito della nostra teoria politica. E’da questa teoria che infatti ricaviamo il metodo d’indagine che usiamo, un metodo, quello nostro, che non si da quindi le arie, che non proclama di essere “obbiettivo” o “neutrale”.
Questa crisi qui

Da parte nostra, dobbiamo portare interamente alla luce del giorno il vecchio mondo e creare positivamente il nuovo mondo. Quanto più a lungo gli eventi lasceranno tempo per riflettere all’umanità che pensa e tempo per riunirsi all’umanità che soffre, tanto più perfetto verrà al mondo il frutto che il presente porta in grembo”.
K. Marx

I fatti, si dice, hanno la testa dura, ma questo non vuol dire che i “fatti” in quanto tali sia univoci, che parlino da soli. Attraverso la prassi i “fatti” servono per verificare la validità della teoria, ma questa non dipende da quelli. Essi sono molto spesso opachi, ambigui, polisemici. Risultati sporchi del marasma sociale, vanno interpretati, decodificati, poiché essi stessi altamente contraddittori.  Una linea politica viene dunque a dipendere non tanto dai cosiddetti “fatti”, ma da come essi vengono interpretati, allo stesso modo che il risultato di un’operazione scientifica dipende anzitutto dalle procedure utilizzate.

Che siamo dentro una crisi profonda del sistema capitalistico è un fatto, ma un fatto che non ci dice niente di per sé. Occorre spiegare non solo la portata ma la natura di questa crisi, indicare per quali vie il sistema potrebbe o no uscirne. O se ci sono vie d’uscita anti-sistemiche. Su questo abbiamo già detto la nostra. Si tratta di una crisi storico-sistemica, non di una mera recessione, destinata a causare un declino del capitalismo occidentale, a gettarlo in un periodo storico di convulsioni sociali e politiche  acutissime. Non siamo quindi in presenza soltanto di una grande crisi di sovrapproduzione, siamo in presenza di un collasso del modus vivendi ed essendi del capitalismo occidentale. Sta andando in pezzi il modello sistemico, l’architettura stessa del capitalismo occidentale.

«La crisi storico-sistemica di questo centro imperialistico di gravità non significa che il modo capitalistico di produzione in quanto tale abbia detto l’ultima parola, che sia entrato nella fase “finale” o della “agonia mortale”. Ciò che è al tramonto è piuttosto il modello economico, sociale e politico capitalistico affermatosi dal dopoguerra in avanti in tutto l’Occidente, la forma storicamente determinata di capitalismo che ha avuto l’egemonia e il sopravvento a scala mondiale. Sta morendo quella formazione sociale denominata “società opulenta” fondata sul consumismo compulsivo delle larghe masse come motore dello “sviluppo”, contraddistinta dalla trasformazione del proletariato in “nuova classe media”, dalla giugulazione finanziaria e dal saccheggio delle periferie, da quell’accumulazione gigantesca di super-profitti che ha dato i natali al cosiddetto turbo-capitalismo. La “società opulenta” e il turbo-capitalismo agonizzano a causa del loro stesso sviluppo ipertrofico».

Può venirne fuori il sistema? Certo che può venirne fuori, ma a tre  condizioni: dovrà anzitutto tenere testa alle tremende turbolenze interne che lo faranno tremare da cima a fondo, dovrà resistere alle micidiali pressioni che gli verranno dall’esterno, e per riuscirci dovrà in corso d’opera rifondare se stesso, ristrutturarsi completamente. L’esito viene a dipendere dunque da quello della lotta tra le forze antagonistiche, tra chi vuole conservare e chi vuole rovesciare il sistema.

Tuttavia, come ogni crisi storico-sistemica, anche questa è destinata, come minimo, a produrre due effetti.
Il primo consiste nello sconvolgimento dell’ordinamento sociale  e, contestualmente, della composizione sia della classe dominante che di quella dominata. E’ un fatto che ogni crisi economico-sociale profonda riconfigura a fondo anzitutto il proletariato, indebolendo la posizione predominante dell’aristocrazia operaia e spingendo su gli strati pauperizzati – non lo sviluppo ma la crisi dello sviluppo genera la spinta sovversiva in seno alla società.
Di conseguenza, seppure in modo non lineare, la crisi risveglia i popoli e le classi dal loro torpore, poiché, come da noi affermato «… seppure non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si decidono, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole».

Ma non si passa però dalla catalessia al moto impetuoso d’un balzo, il corpo sociale dovrà patire un periodo di spasmi e contorsioni, che sarà tanto doloroso tanto più a lungo è stato immobile.
Eraclito non Hegel

Gli operai europei dovranno attraversare quindici, venti, cinquanta anni di guerre civili e internazionali, non solo per trasformare la situazione ma per trasformare anzitutto se stessi.”
K.Marx

E qui siamo ad un nodo cruciale dal cui scioglimento dipendono i criteri basilari dell’azione politica rivoluzionaria. Sappiamo che non può esservi azione politica giusta sulla base di un’analisi errata. L’azione rivoluzionaria è cioè preceduta dall’analisi rivoluzionaria, che consiste in primo luogo nel riconoscimento delle contraddizioni sistemiche, nell’assegnazione a queste ultime di un rango, nel disvelamento dei loro aspetti primari o secondari.

La crisi storico-sistemica, non quindi una mera perturbazione del ciclo economico, ha questo di peculiare, che porta alla ribalta il conflitto sociale come fattore saliente, pone fine alla pace tra le classi e tra i popoli, così che anche i più ostinati debbono accettare ciò che affermava il grande Eraclito, che «La lotta è la regola del mondo e la guerra è la comune generatrice e signora di tutte le cose».

Dialettica è dunque la nostra visione del mondo, dialettici il nostro metodo e la nostra analisi, poiché il divenire storico sociale è quella forza propulsiva che origina dai contrasti, dalle opposizioni, dai conflitti, dalla discordia. Con due precisazioni necessarie. La prima è che l’assolutezza dei contrasti soggiace anch’essa al mutamento, per cui possono esservi fasi, situazioni, in cui i conflitti possono placarsi o inabissarsi nelle viscere della società, e altre in cui erompono con forza distruttiva. La seconda è che se l’armonia tra opposte forze si da solo in forme provvisorie ed effimere, quindi per loro natura instabili, ciò implica che una conciliazione, una pacificazione, una sintesi non possono sopraffare il contrasto. Per dirla con George Sand: “Il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla. Così, inesorabilmente, è posto il problema”.
Eraclito quindi, non Hegel: gli opposti sono bensì inseparabili l’uno all’altro, ma mai conciliati; il loro stato di belligeranza è permanente, l’uno deve infine trionfare sull’altro, rivoluzione sociale e politica o controrivoluzione, solo così una nuova opposizione prenderà vita. E le anime belle che fanno spallucce, che vorrebbero cercare un rifugio, una scappatoia a questa regola inesorabile della dialettica storica sappiano che il potere sistemico ha solo un modo per sfuggire alle sue contraddizioni interne, la guerra.

Le due contraddizioni principali

«La storia è radicale e percorre parecchie fasi, quando deve seppellire una figura vecchia. (…) L’arma della critica non può certamente sostituire la critica della armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse»
K. Marx

Ogni crisi storico-sistemica, imprimendo un’accelerazione ai fenomeni sociali, scombussola il rango ingessato delle contraddizioni, ridislocandole, spostando dietro quelle che erano primarie e facendo diventare primarie quelle che erano prima latenti. Qual è la contraddizione principale, e quali le secondarie che questa crisi storico-sistemica porta alla ribalta?

Prima di dare una risposta occorre allargare lo sguardo e collocare questa crisi nel contesto in cui effettivamente si trova. Cosa scopriamo? Che essa si è fatta avanti mentre più acuta che mai è diventata l’opposizione tra un modo di produzione che per sua natura tende allo sviluppo smisurato e i limiti fisici che l’eco-sistema pone a questo sviluppo medesimo. Il modo capitalistico di produzione, a causa della sua prodigiosa espansione, è entrato in un conflitto insanabile con il mondo: la natura del capitalismo si pone contro la natura naturale, le leggi del primo contro quelle della seconda.

Abbiamo così un paradosso: che i rivoluzionari, in quanto tenuti  anzitutto a difendere quella natura naturale senza la quale nessun discorso di liberazione avrebbe senso logico e storico, debbono sapere di essere diventati conservatori. Detto altrimenti siamo dentro ad un cambio di paradigma, ovvero l’abbandono irreversibile del mito del progresso per cui ogni avanzata del capitalismo era considerata un passo avanti verso il socialismo. E’ vero invece il contrario: ogni passo avanti del capitalismo sulla sua propria strada è un avvicinarsi non solo alla barbarie sociale ma all’abisso di civiltà. Il convoglio dell’umanità, col Capitale alla guida, sta procedendo contro mano. Occorre fermarlo per poter poi invertire la rotta.

Questo è necessario per comprendere qual è la contraddizione principale, poiché essa non è quella di tipo logico-metafisco indicata da Marx —tra le forze produttive che tendono ad uno sviluppo illimitato e i rapporti di produzione che agirebbero su di esse come una camicia di forza.
La contraddizione principale che questa crisi ripropone al centro della vicenda sociale, quella che riposiziona e si porta appresso quelle secondarie, è proprio l’opposizione reale e concreta, tra il Capitale, giunto al suo più alto grado di sviluppo, e le masse sterminate di proletari che sono la vera forza motrice che sta dietro alla sua potenza. Con questa specificazione marxiana: «Per “proletario” dal punto di vista economico non si deve intendere se non l’operaio salariato che produce e valorizza “capitale” ed è gettato sul lastrico non appena sia diventato superfluo per i bisogni di valorizzazione di “Monsieur le Capital”.»
Questo ha di bello questa crisi, che riconduce il capitalismo ai suoi fondamentali, che getta sul lastrico milioni di lavoratori, che innesca la tendenza alla pauperizzazione. Se è l’esistenza che determina la coscienza, la coscienza dovrà adeguarsi a questa nuove penosa dimensione dell’esistenza.

La crisi significa che il capitale occidentale deve spezzare l’equilibrio, il compromesso che esso aveva stipulato col lavoro salariato, ove il patto consisteva nello scambio tra la massima produttività concessa da quest’ultimo, e da cui dipende che il Capitale possa valorizzarsi, e il “benessere” che il Capitale aveva a sua volta concesso al lavoro salariato, e che è consistito nella devoluzione  ad esso di una parte del plusvalore. Questo patto storico è stato reso possibile grazie all’imperialismo che, come capirono presto i capitalisti inglesi, “… era la via per risolvere la questione sociale”, ovvero, grazie al saccheggio delle periferie, reperire la ricchezza supplementare necessaria per smorzare la lotta di classe, comprare l’acquiescenza dei propri salariati trasformandoli in aristocrazia del lavoro.

L’irriducibile Resistenza dei popoli del “terzo mondo” e l’irrompere sulla scena di paesi arretrati come nuove potenze economiche ha contribuito ad inceppare i meccanismi del sistema imperialistico, che ora è costretto a rimangiarsi tutto quanto aveva concesso ai popoli occidentali, facendoli lavorare come forzati per salari di fame, quindi generando un esercito industriale di riserva di proporzioni massicce. E’questo che condurrà all’esacerbazione dei conflitti sociali interni.

Sono componibili questi conflitti? Solo se l’imperialismo riuscisse in tempi stretti a ripristinare il proprio incontrastato dominio economico, cioè vincendo le Resistenze dei popoli e delle nazioni oppresse e risospingendo paesi come la Cina, l’India o il Brasile in uno stato di minorità. Ma questo è teoricamente possibile, con o senza Obama, solo riconquistando con la forza le sue posizioni perdute.

E qui veniamo alla seconda contraddizione principale, quella esterna, tra l’imperialismo e i popoli che, sia essi seguendo una via capitalistica o socialista al proprio sviluppo, sono obbligati a sganciarsi dalla morsa occidentale.

Se è facile affermare che occorre agire su queste due contraddizioni principali, non sarà invece agevole la vittoria sul Capitale imperialistico. E perché non lo sarà? Perché la vittoria viene a dipendere da due necessità scottanti: la saldatura dei salariati occidentali coi popoli che resistono, come pure una relazione non antagonistica con quei paesi come la Cina la cui avanzata contribuisce, se non altro come un katekhon, come una forza frenante del nostro nemico principale.

Oggi sia la saldatura coi popoli che resistono che un rapporto positivo con la Cina e i “paesi emergenti” appaiono ardui, visto che le masse occidentali sono, pur passivamente, intruppate dal capitale nella “guerra imperialista di civiltà”.
Molta strada dovrà essere percorsa, e forse molto sangue scorrere, prima che la Santa alleanza che lega borghesi e proletari si spezzi.

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