Sul congresso della CGIL

XVI CONGRESSO CGIL:
MANOVRE DI APPARATO E POSIZIONI DI CLASSE
Mentre persiste la più grave crisi economica mondiale del capitalismo dal 1929, le cui conseguenze sono
interamente riversate sulle spalle dei lavoratori sotto forma di licenziamenti, riduzioni di salario, attacco
ai diritti, mentre si abbattono sugli operai accordi separati e truffe inqualificabili volti a salvaguardare
interessi e privilegi di una minoranza di parassiti, la CGIL va a Congresso. Cosa emerge dalle mozioni
presentate? Quali prospettive si delineano per il maggiore sindacato italiano?
La mozione “I diritti e il lavoro oltre la crisi”
La mozione di Epifani, appoggiata dall’area “Lavoro Società”, è un’espressione organica della politica
social-liberista. Essa è volta ad un obiettivo strategico: riavviare un ciclo di sviluppo che “non abbia le
contraddizioni e gli squilibri di quello precedente”. Questo obiettivo oltre ad essere una pia illusione, date
le caratteristiche economiche dell’imperialismo, si basa sul falso presupposto che il capitalismo italiano
abbia davanti a se una nuova fase di espansione.
Per far risalire la china alle imprese, legando i lavoratori più strettamente alle loro sorti, si propone
dunque un “Progetto paese” basato su un “nuovo modello di sviluppo”. Vale a dire l’ammodernamento
del sistema di sfruttamento, in un contesto in cui l’intervento statale volto ad assicurare il massimo
profitto ai monopoli trovi maggior spazio ed assieme ad esso si confermi il ruolo della burocrazia
sindacale.
Dentro tale progetto, secondo la vecchia politica dei due tempi, si avrebbe una riduzione delle abissali
disuguaglianze economiche e sociali, una redistribuzione del reddito e un sistema di welfare state
complementare alla privatizzazione dei servizi e delle pensioni.
Se la macchina ripartirà (e per farla ripartire saranno necessari ulteriori sacrifici), ci dicono gli estensori
del documento, si potrà mettere un freno al peggioramento delle condizioni di vita ed ottenere aumenti
salariali, che in ogni caso dovranno sempre essere una variabile dipendente dall’aumento dei profitti, della
“competitività” nazionale e aziendale.
Le politiche contrattuali e le alleanze con gli altri sindacati sono funzionali a questa strategia borgheseriformista,
fondata su presupposti (più competitività e più flessibilità uguale più salario e più diritti) che la
realtà degli ultimi decenni ha smentito in modo categorico.
La linea che viene definita in questo documento, ed ancor più la pratica sindacale seguita, dimostrano che
i vertici della Confederazione – nonostante la formale opposizione alle politiche dell’attuale governo e di
alcuni settori della Confindustria – non si sono allontanati un millimetro dal solco della subordinazione
del lavoro al capitale.
Come abbiamo visto negli ultimi mesi, la loro traiettoria consiste nel fare una politica di carattere
emendativo agli accordi separati, nell’assoggettare un passo alla volta la contrattazione alle esigenze e ai
vincoli imposti dagli industriali (come dimostrano tutti i contratti firmati, tranne quello dei
metalmeccanici). Detto in altre parole: Epifani e soci vogliono far ingoiare ai lavoratori il nuovo modello
contrattuale un ente bilaterale alla volta, un CCNL alla volta.
Non a caso i vertici della CGIL hanno avviato la mobilitazione solo dopo l’accordo separato del 22
gennaio e non prima, senza nemmeno mettere in piedi le iniziative necessarie per ostacolarlo realmente
(nonostante i capitalisti fossero divisi sul da farsi). Non a caso si sono ben guardati di proclamare – e
perfino di discutere – lo sciopero generale nazionale. Non a caso la Marcegaglia si rivolge esplicitamente
a loro, li ringrazia persino, quando “firmano accordi innovativi” mantenendo la pace sociale.
E su questa strada che vogliono continuare, accettando i nuovi rapporti sindacali basati sulla “complicità”,
mantenendo il controllo sui lavoratori, l’apparato elefantiaco, le segreterie, le strutture, i fondi pensione
integrativi, ed avvicinandosi sempre più al modello proposto da CISL e UIL.
La mozione “La CGIL che vogliamo”
A leggere la cosiddetta mozione “alternativa” si capisce subito che è un documento eterogeneo, che
riflette un accordo tra aree differenti: dalla maggioranza della FIOM, alla Rete 28 Aprile, ai segretari ed
alla burocrazia di altre categorie che hanno sempre sostenuto la concertazione sindacale e sono stati legati
al carro dei “governi amici”. Alcuni di loro hanno addirittura criticato Epifani da destra. Per cui una prima
domanda si pone: è possibile sostenere al Congresso i funzionari sindacali che tanti pessimi accordi hanno
fatto ingoiare ai lavoratori, contro i quali gli elementi più combattivi e coscienti del proletariato si sono
battuti?
Nel documento l’analisi della crisi economica in atto si riduce alla crisi di un “modello di sviluppo”. Si
continua a raccontare la favola dei due capitalismi, quello buono e quello malato, per salvare il sistema di
sfruttamento. La stessa lettura del declino della borghesia italiana è fuorviante: la società è bloccata
perché la classe dirigente “è vecchia”, non perché esprime gli interessi dei monopoli capitalistici.
Il contenuto essenziale di questo documento sta nella “nuova politica redistributiva dei redditi”, vecchio
cavallo di battaglia socialdemocratico che oggi non può essere altro che spartizione di miseria e di
ingiustizia, nella riproposizione degli strumenti di controllo e “regolatori del mercato”, nel
“multilateralismo imperialista”, nella “democrazia economica” dei grandi gruppi. In sostanza un tentativo
di restituire credibilità al capitalismo e alle istituzioni borghesi.
Con questa politica si cerca ancora una volta di addormentare la classe operaia, di spargere nelle sue fila
ulteriori illusioni, di deviarla dai suoi interessi di classe.
L’esigenza di “forte discontinuità” che è indicata nella mozione si risolve in una serie di punti e obiettivi
minimali, rispetto ai quali salta agli occhi la totale assenza del modo in cui si vogliono raggiungere, con
quali forme e metodi di lotta.
La stessa affermazione sul superamento della concertazione (dopo averla difesa per lunghi anni firmando
contratti a perdere) è debolissima; il punto è che ad affossarla sono stati i padroni, per cui il problema
caso mai è “come” bloccare il nuovo modello contrattuale neo-corporativo, “come” affermare gli interessi
dei lavoratori nel nuovo contesto. E su tale questione, fondamentale per la classe operaia, buio assoluto.
Per quanto riguarda la vita interna del sindacato si critica “l’eccessiva burocratizzazione” (sic!). Il vero
obiettivo in questo caso è garantire, con la giustificazione del “ricambio generazionale”, i posti ad una
burocrazia un po’ più giovane e di “sinistra”.
La richiesta di democrazia sindacale va a cadere nella proposta delle primarie nel sindacato. La stessa
proposta sui referendum vincolanti, tanto sbandierata, è fiacca (visto il modo in cui vengono gestiti e le
sconfitte accettate senza batter ciglio), nonché pregiudizievole del ruolo delle assemblee operaie.
Persino sulla questione del ritiro delle truppe dall’Afghanistan i proponenti non sono in grado di chiedere
il ritiro immediato, dimostrando di essere nello stesso sacco del pacifismo piccolo-borghese.
Significativo è che nel testo di questa mozione (come in quella di Epifani) la classe operaia sia
letteralmente sparita, al punto da non menzionarla mai, ad ulteriore riprova della subalternità all’ideologia
borghese.
Le classi sociali, nominate una sola volta di sfuggita, secondo i firmatari della seconda mozione, si
distinguono in “basse e media”. La lotta di classe viene sostituita dal “vissuto”. Qualsiasi onesto
sociologo borghese avrebbe saputo far di meglio!
Insomma, un’analisi sballata e una linea perdente – figlia della socialdemocrazia di “sinistra” – che si
dimostra incapace di invertire la rotta e di lottare efficacemente per rovesciare la crisi sulle spalle di chi
l’ha causata.
La cosiddetta mozione alternativa non offre alcuna prospettiva di organizzazione all’opposizione
sindacale di classe in CGIL, neppure quella della costituzione di un’area programmatica comune dei
proponenti. Essa scadrà con il Congresso e la coalizione di burocrati sindacali che l’ha promossa si
sfascerà il giorno dopo (se non il giorno prima), lasciando i lavoratori al punto di partenza.
Tiriamo le somme e prendiamo posizione
Nelle due mozioni del congresso CGIL non sono presenti gli interessi fondamentali e sostanziali della
classe operaia.
La mozione del segretario uscente esprime il tentativo dei vertici CGIL di apportare delle “correzioni”
alla politica seguita dal governo Berlusconi e di riaccreditarsi quali interlocutori privilegiati dei padroni e
di future maggioranze politiche.
La mozione “alternativa” esprime alcune contraddizioni esistenti dentro settori di burocrazia sindacale,
specie quella che più avverte la pressione della classe operaia, e pertanto è costretta a “ripensare” alcune
posizioni. Ma in sostanza punta a garantire una migliore collocazione nell’apparato e a fungere da
copertura alle nefaste scelte politiche della maggioranza epifaniana. Non si intravede in questa mozione
una svolta politica e organizzativa di classe.
Certamente nelle due mozioni vi sono proposte e tattiche diversificate, ma sulle scelte strategiche non ci
sono differenze rilevanti. Esse non si basano su genuini contenuti di classe, perciò non è possibile offrir
loro alcun consenso, nemmeno in modo “critico” o con emendamenti.
Dobbiamo quindi criticarle apertamente, senza cadere nella trappola del “meno peggio” o nelle logiche di
apparato che stanno dietro le mozioni.
Il fatto che esistano due documenti tuttavia apre degli spazi per un dibattito approfondito e per
l’espressione di autentiche posizioni di classe e rivoluzionarie.
Invitiamo perciò i lavoratori e i pensionati iscritti alla CGIL a partecipare in massa alle assemblee
congressuali di base, per:
– portare la discussione sui problemi concreti della classe operaia e degli altri lavoratori, sulle loro
principali rivendicazioni immediate;
– presentare ordini del giorno a sostegno delle lotte operaie in corso, per il collegamento e l’unità dal
basso, contro l’offensiva capitalista e la reazione politica;
– affermare la necessità dello sciopero generale contro il governo Berlusconi;
– sostenere la necessità del fronte unico dal basso, della democrazia proletaria in tutte le tappe della lotta e
di un sindacato che basi la sua linea sulla difesa intransigente degli interessi degli sfruttati;
– rafforzare la solidarietà internazionalista.
Questo lavoro di sviluppo della lotta e dell’unità dei lavoratori sfruttati contro le conseguenze della crisi
capitalistica è molto più importante del voto ai due documenti e degli stessi esiti del Congresso.
Dobbiamo approfittare delle assemblee per trasformarle da momento di conta fra mozioni fasulle a
momento di unità, di organizzazione e di lotta della classe operaia.
Prendiamo in parola quello che gli stessi dirigenti sindacali ci vengono a raccontare, sfidiamoli sul loro
stesso terreno: dite di volere la difesa del CCNL, aumenti salariali, la salvaguardia dell’occupazione, la
fine del precariato, la riduzione del carico fiscale, pensioni decenti? Ebbene su questi temi dobbiamo
organizzare subito le agitazioni, senza attendere le decisioni dall’alto, ma realizzando sul terreno pratico,
attraverso le azioni politiche e le rivendicazioni economiche, quello che affermano a parole.
Per quanto riguarda il ruolo della FIOM in questo contesto: siamo sempre e comunque dalla parte degli
operai che lottano per i loro interessi e diritti, contro gli accordi separati, per aumenti salariali e una reale
democrazia sindacale. Perciò abbiamo sostenuto e sosterremo le mobilitazioni e gli scioperi promossi
dalla FIOM, che rappresenta la categoria più combattiva in Italia e riveste un’importante funzione nella
tenuta e nell’organizzazione delle lotte. Perciò continueremo a denunciare tutti i tentativi per isolarla sul
piano sindacale e politico, messi in atto anche nello stesso apparato CGIL.
Ma sappiamo anche che per battere i piani padronali, per unificare i lavoratori, per affermare una
prospettiva di trasformazione sociale, occorre ben altra linea e ben altro livello di iniziativa rispetto quelli
della mozione “alternativa”, che non corrisponde nemmeno al livello di risposta che i settori più avanzati
del movimento operaio e sindacale hanno messo in campo.
In ciò dobbiamo essere intransigenti, perché non è possibile sostenere documenti che chiedono un
cambiamento non sulla base di posizioni di classe, ma sulla base di tatticismi e manovre di cordata, così
come non è possibile fornire ossigeno a progetti politici che puntano a liquidare ogni ipotesi di
trasformazione rivoluzionaria dell’esistente.
Le prospettive del lavoro nei sindacati di massa
Il Congresso della CGIL avviene in un momento straordinario per i problemi che si pongono alle grandi
masse lavoratrici, alle prese con una crisi capitalista di enormi dimensioni, le cui conseguenze sono
devastanti e segneranno a lungo i rapporti di classe a livello nazionale e internazionale.
Una fase storica si sta chiudendo: quella dello sviluppo pacifico, del riformismo, delle concessioni
economiche, cui è corrisposto un certo modello di sindacato che è entrato in una crisi irreversibile, con
tutto la sua “politica dei redditi”, la concertazione, ecc. ecc.
In tale contesto la stessa CGIL, il più grande organismo di massa esistente in Italia (circa 2,7 milioni di
iscritti fra i lavoratori attivi e circa 3 milioni fra i pensionati), rischia di implodere, tanto più se la
burocrazia che la domina adotterà una posizione reazionaria, corporativa, di difesa dei propri privilegi e
di compressione delle istanze di lotta e democratiche che i lavoratori sollecitano.
Le questioni di fondo che abbiamo davanti oggi sono: qual è il sindacato di cui abbiamo bisogno, quali
devono essere le sue basi di classe, la sua forma organizzativa, i suoi valori fondanti, la sua linea, il suo
programma? Senza fornire una risposta chiara a tali quesiti, senza costruire nella pratica di lotta le
risposte necessarie, tutti i problemi esistenti si aggraveranno.
Certamente l’acuirsi della crisi capitalista e l’accentuazione della offensiva borghese approfondiscono i
contrasti sociali ed ampliano il fronte della lotta di classe. Ciò si rifletterà in maniera più evidente anche
dentro i sindacati confederali come la CGIL, che non potranno essere stabilizzati permanentemente.
Dunque si produrrà una modificazione dei rapporti fra base operaia e vertici collaborazionisti,
aumenteranno le opportunità per svolgere un proficuo lavoro al loro interno, per quanto complicato sia,
per conquistare la massa degli iscritti e scalzare l’influenza della burocrazia sindacale riformista.
Pur ponendoci il compito di formare un sindacato di classe, rivoluzionario, che possa servire da momento
organizzatore, unificatore e di sviluppo delle lotte operaie in direzione di una società senza sfruttamento,
non si deve assolutamente abbandonare il lavoro nei sindacati di massa esistenti, perché ciò favorirebbe i
boss sindacali.
Al contrario, dobbiamo lavorarci per raggruppare gli elementi combattivi che vogliono lottare contro il
capitalismo e i sui agenti, accelerando la loro radicalizzazione e promuovendo una forte opposizione
sindacale di classe organizzata, che si deve combinare e saldare con quella esistente nei sindacati extraconfederali
sulla base di un solo programma classista, un solo orientamento politico rivoluzionario e della
necessaria unità di azione. Altrettanto importante è il lavoro per unire i non organizzati in appositi
organismi di lotta (comitati, consigli), eletti nelle assemblee e non subordinati agli apparati sindacali.
Non ci illudiamo sulla possibilità di conquista per via “statutaria” del sindacato e tanto meno pensiamo
sia possibile “correggere” la linea dei vertici sindacali.
Il nostro intento è quello di contribuire a fare chiarezza fra le masse lavoratrici, conquistarle ad una linea
e ad un’azione di classe, smascherare e combattere il ruolo dei burocrati e degli agenti del capitalismo, per
aprire la strada ad un autentico sindacato di classe, del tutto indipendente dalla borghesia e dai suoi
valletti, che miri all’emancipazione politica e sociale degli sfruttati.
Questo lavoro – che non può non avere una dimensione organizzata dentro la stessa CGIL – deve essere
soprattutto volto ad offrire luce e respiro alla lotta economica legandola strettamente alla lotta politica,
alla lotta per il socialismo, poiché il ruolo della classe operaia non è di partecipare come “socio di
minoranza” in qualche governo borghese, non è quello di rimanere alla coda dei riformisti, ma di dar vita
alla grande impresa rivoluzionaria che abolirà questo sistema di sfruttamento, di oppressione e di rapina.
Tali compiti sono essenziali per il nostro futuro e vanno compresi all’interno di un’attività sistematica
volta alla ricostruzione di un autentico partito comunista, quale partito di avanguardia della classe
operaia, basato sul marxismo-leninismo. Senza questo partito, senza rompere con l’opportunismo in tutte
le sue forme, non sarà possibile risalire la china, non sarà possibile avere un vero sindacato di classe e
tanto meno costruire una società diversa e migliore.

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