Chi è Bersani….storie di Coop, vecchi schemi e “strane” frequentazioni

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Vi riporto di seguito questo articolo tratto da senzasoste.it
La vittoria di Bersani alle primarie del PD non va letta secondo l’interpretazione diffusa da due riflessi condizionati. Il primo è quello che vuole la fine della strategia bipolarista del partito democratico, con un sistema all’inglese che avrebbe dovuto favorire una sorta di New Labour di originaria matrice democristano-piccista, mentre il secondo è quello che interpreta questo voto come una risposta “di sinistra” al conflitto politico interno al PD.
Intendiamoci, entrambi i riflessi condizionati contengono un granello di verità: prima di tutto infatti il PD adesso tenderà verso un genere di alleanze simili ma non identiche al quelle dell’ulivo di Prodi sapendo che per andare al governo è impensabile vampirizzare elettori e ceto politico di altre aree culturali. Poi, e questo è altrettanto vero, la mobilitazione dell’ex elettorato Ds è stata decisiva per spostare l’ago delle preferenze nel PD verso Bersani. Si intravede infatti in questa vittoria un desiderio di una politica di sinistra e persino, in lontananza, del Pci che naturalmente è destinata a rimanere inevasa.
Ma chi è Pierluigi Bersani? E quale tipo di cartello elettorale rappresenta? Per rispondere a queste domande non basta affermare la verità e cioè che Bersani è stato eletto come espressione del notabilato PD che fa capo a D’Alema. Andiamo più a fondo: dal punto di vista della comprensione della morfologia della società italiana Bersani è un convinto reazionario.
Basti dire che, con sicurezza e ostentato orgoglio, ha detto di capirci poco di Internet e di usarla pochissimo. Chi fa politica, e si vuol radicare nella società, nel 2010 con questo approccio cognitivo è destinato ad essere un rudere che può fare solo danni a sè stesso e agli altri.
Dei danni che Bersani può fare a sè stesso francamente c’importa poco, per non dire che li invochiamo tutti, ma di quelli che può fare alla società italiana si: coesione e cooperazione sociale nelle nostre societàhanno bisogno di una politica avanzata delle tecnologie della comunicazione che la stessa società utilizza quotidianamente. Non aspettatele da Bersani e dalla banda D’Alema che, nel pieno della prima rivoluzione di Internet, vendette Telecom a Colaninno privatizzando le connessioni della rete creando le condizioni infrastrutturali e culturali per il ritardo attuale dell’uso e della produzione di ricchezza tramite questi strumenti.
La concezione dell’economia di Bersani è poi una sorta di liberismo mistico espressa nel linguaggio della massaia. Da ministro dello sviluppo economico, e prima ancora da presidente della regione Emilia, Bersani ha espresso un’idea elementare ma difesa con l’ottusità tipica dell’ex funzionario Pci che vuole privatizzazioni, “efficienza” e produzione di ricchezza come un dogma indiscutibile e infallibile. Insomma, la solita mano invisibile e provvidenziale che dovrebbe trasferire ricchezza al privato per creare magicamente benessere per tutti.
Una concezione che ha prodotto distruzione di ricchezza, ed evaporazione del benessere, in tutte le società occidentali e la cui eco del fallimento non è giunta ancora agli orecchi degli ex-Pci.
Ma di sicuro di benessere per la Lega Coop, di cui è diretta espressione, Bersani ne ha creato. I decreti sulle “liberalizzazioni” dell’ultimo governo Prodi hanno permesso alle coop di operare in settori prima scoperti (farmacie, telefonini) e di allargare il fatturato per le grandi opere (la base di Vicenza per fare un esempio). Insomma, Bersani non solo è espressione di un potere arretrato che non conosce le esigenze della nuova società della comunicazione, che è ancora liberista nonostante che il mondo sia cambiato, ma è anche diretta emazione del mondo del mattone e della grande distribuzione “cooperativa” che ha disintegrato la forma, e la vita, delle città del centro di questo paese. Come risultato della mobilitazione “dal basso” degli elettori della sinistra del PD a caccia di un feticcio di progressismo non c’è male.
Ma siccome al peggio non c’è fine guardiamo a chi sta esultando per primo della vittoria di Bersani. La persona che è anche il logistico del main sponsor dalemiano di Bersani: ovvero Nicola Latorre. Chi è questo signore?
Ci dice poco la sua appartenenza alla corrente dalemiana e il fatto che sia stato sottosegretario ai lavori pubblici. Latorre è colui che è stato intercettato telefonicamente mentre parlava con Ricucci, il noto bancarottiere, per indirizzarlo sulla famosa operazione che doveva portare la Bnl in area allora ds e il Corsera sotto il controllo di Berlusconi. Che Latorre sia uomo di intese d’affari con il berlusconismo ce lo dimostra anche la vicenda del “pizzino”, passato in televisione a quello che avrebbe dovuto essere il suo avversario, che conteneva informazioni di aiuto per il proprio interlocutore del centrodestra.
Già, ma sapete cosa dice Dell’Utri del bersaniano Latorre? “è tra quelli che stimo di più”. E il bersaniano Latorre di Dell’Utri? “La mia impressione su di lui è estremamente positiva”. Tutto certificato dal Corriere della Sera, naturalmente: il logistico bersaniano-dalemiamo Latorre scambia affettuose parole di stima con il condannato per mafia Dell’Utri, autore di progammi televisivi paragolpisti con Gelli.
E di qui ci si addentra nella zona grigia di Bersani, quella che è stata decisiva nell’eleggerlo al congresso lanciandolo come capofila per le primarie. Quella che conta all’interno del partito, quella che l’elettore PD o non vede o se la vede la rimuove. La candidatura di Bersani è stata infatti lanciata in un partito che ha più iscritti (10.000) in una provincia ad altissima densità camorristica ovvero Caserta, la terra dei casalesi, che nell’intera provincia di Milano. Complessivamente il peso del tesseramento, quello che Bersani e D’Alema dicono di considerare come rapporto di potere primario all’interno del PD, della Campania è quasi il doppio di quello toscano (120.000 contro 73000). Dicono niente queste cifre nella terra degli scandali dei rifiuti, di Gomorra, di Mastella, della cementificazione selvaggia del territorio?
Dice niente il confronto di questo “radicamento” territoriale con le parole di intesa diplomatica di Latorre verso Dell’Utri? E l’accettazione di Bersani di Bassolino nella propria corrente non suggerisce nulla?
Per noi parlano le cifre: se Bersani e D’Alema valorizzano il partito degli iscritti piuttosto che quello degli elettori, come da loro più volte dichiarato, le due regioni che pesano nel PD sono Emilia-Romagna e Campania (140000 iscritti la prima e 20000 in meno la seconda). E così non è difficile capire Bersani: arretratezza culturale ammantata di buon senso emiliano, liberismo, Lega Coop (espressione della prima regione che conta nel PD), convivenza con la camorra (espressione della seconda regione che conta nel PD). E che il PD con la camorra ci conviva, per usare eufemismi, lo dimostra l’episodio di quel consigliere comunale del partito democratico ucciso per vicende di camorra da un altro iscritto al PD. Come la vogliamo chiamare questa storia, un incidente di frontiera?
Bersani è infine convinto di rappresentare in video l’immagine del buonsenso e della politica “del fare” rispetto al teatrino della politica. Indubbiamente con questa immagine, e con questa strategia, ha vinto le primarie. Ma, vista la capacità del centrodestra di fare marketing politico, corre seriamente il rischio che quelle all’interno del PD siano le uniche elezioni in cui si può proclamare vincitore.

per Senza Soste, Nique la police

26 ottobre 2009

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