Il più grande crimine-saggio di Paolo Barnard

04/10/2010

Questo è il primo dei sei video che riassumono il saggio IL PIU’ GRANDE CRIMINE di Paolo Barnard. A questo link trovate invece il saggio in Pdf:

http://www.paolobarnard.info/docs/Il_Piu_Grande_Crimine.pdf

Una volta letto il saggio, o visto il video, la vostra vita e il vostro modo di giudicare la storia e il mondo, cambieranno radicalmente…..

Annunci

Il Vaticano fa male alla salute

16/07/2010

radio_vaticana

Per le morti sospette di Cesano c’è un colpevole. La perizia ha stabilito che esiste una relazione significativa tra le leucemie e i linfomi che hanno colpito i bambini di Cesano e le onde elettromagnetiche di Radio Vaticana. Anni durissimi di battaglia nei quali il Vaticano ha invocato il principio dell’extraterritorialità per sfuggire alla giustizia. Mai un cenno di pietà per quelle morti bianche. Lo stesso indecente riserbo, che non stupisce più, con cui hanno coperto misfatti, abusi e pedofilia sui giovanissimi.

La protesta degli abitanti di Cesano inizia fin dal 1999. Non si parla solo d’interferenze sui segnali radio-televisivi: il rosario s’infilava nei citofoni o nei rasoi elettrici, come in ogni presa elettrica delle case. Molestie per chi non voleva sentire la messa via radio, che ora diventano ufficialmente danni e rischio di malattia.

La battaglia legale da principio fu bloccata per questioni giurisdizionali legate ai Patti Lateranensi, ma nel 2003 fu la Corte di Cassazione a riavviare il tutto portando alle prime sentenze simboliche.  Poi, sulle morti di una decina di bambini, s’ipotizzò il reato di omicidio colposo e si giunse alla perizia del Prof. Micheli, commissionata dal Gip Zaira Secchi. Roberto Tucci, Pasquale Borgomeo e Costantino Pacifici, i primi responsabili dell’emittente della Santa Sede indagati. I primi due graziati dalla prescrizione, mentre Pacifici assolto in primo grado.

Silenzio sui quotidiani cattolici, mentre il Direttore dell’emittente, Federico Lombardi, annuncia che Radio Vaticana preparerà la sua difesa con i propri consulenti e si dice stupito, dal momento che sono sempre state rispettate le indicazioni internazionali e la normativa italiana.

Le morti dei bambini della zona di Cesano superano di 3 volte i dati della Capitale e il rischio è stato aumentato anche dalla presenza delle antenne di MariTele. I piccoli che hanno vissuto per almeno 10 anni nel raggio di 6-12 km, hanno un rischio molto più grande di ammalarsi e l’incidenza numericamente significativa di una certa tipologia di tumori infantili e di morti  nella zona è spiegabile proprio dalla presenza di questi impianti. Trecento pagine per dimostrarlo. E del resto: è normale sentire la radio quando inserisce la spina del rasoio nella presa elettrica, o quando si risponde al citofono della porta di casa?

Il Vaticano nel corso di questi anni ha sempre confermato di aver rispettato scrupolosamente le normative legate al decreto ministeriale 381 e alle indicazioni dell’ ICNIRP (International Commission on Not-Ionizing Radiation Protection), grazie anche ai lavori e agli studi di una Commissione bilaterale con gli organi dello Stato italiano deputati a questo monitoraggio. Quindi, verrebbe da dire, che è normale sentire la radio dentro le mura di casa e che l’incidenza delle morti infantili o degli ammalati di tumore è una pura casualità o un’invenzione.

Perché mai nel 2001 furono ridotte allora le emissioni delle antenne? Radio Vaticana ha proseguito indisturbata a trasmettere onde di veleno, blindandosi dietro all’art. 11 del Trattato del 1929, in base al quale “gli enti centrali della Chiesa Cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano” che, va ricordato, nel 1951 ha ufficialmente approvato e riconosciuto il Centro Trasmittente di Santa Maria di Galeria, dimostrando poca prudenza per i malcapitati cittadini delle zone incriminate.

Non è un bel momento per la Chiesa di Roma. Le vittime, collezionate da più parti nel corso degli anni, finalmente non lasciano più scampo alla vergogna dei mezzucci, dei silenzi e dell’extra legem invocata dei prelati. In attesa di quella divina, pare arrivato il momento della giustizia terrena.

Rosa Ana de Santis

Un esempio del criminale saccheggio dell’Africa da parte del capitalismo occidentale

04/05/2010

Com’è possibile che in un Paese con l’ottava riserva di petrolio nel mondo, la settima per il gas naturale ed enormi giacimenti di carbone, ferro ed uranio, la maggioranza della popolazione possa vivere in una situazione di povertà permanente e in molti casi estrema? Oltretutto se si considera che il 91% del suo territorio è considerato produttivo e uno dei più fertili della Terra.

nigeria_oleodottoLa Nigeria, situata nel golfo di Guinea, costituisce lo Stato più popolato di tutta l’Africa, con più di 140 milioni di abitanti.

Per secoli ha sofferto il colonialismo da parte delle nazioni europee, specialmente della Gran Bretagna, le quali si sono dedicate a sfruttare impunemente non solo le sue abbondanti ricchezze naturali, ma anche gli esseri umani che ci vivevano, mandandoli nel continente americano come manodopera schiava.

Nel 1960 la Nigeria ottenne l’indipendenza, un’indipendenza puramente formale, perché da allora è stata governata da diverse giunte militari e governi dittatoriali al servizio dell’occidente. La causa non è altro che il controllo delle grandi riserve di idrocarburi esistenti.

Nel 1958, ancora sotto il protettorato britannico, fu scoperta quella che oggi rappresenta l’ottava riserva di petrolio più grande del mondo, oltre che una delle maggiori fonti di gas naturale. Per questo da allora, nonostante la dichiarazione di indipendenza, le multinazionali petrolífere, in maggioranza anglo-europee, stanno imponendo al Paese africano una forma di colonialismo ancora più selvaggia della precedente, trincerandosi dietro le ingiuste leggi del libero mercato e finanziando governi dittatoriali, con i quali (tramite una sinistra alleanza) spartiscono le enormi ricchezze del Paese, mentre fanno sprofondare la maggior parte della popolazione nella più assoluta miseria. Bisogna considerare che il 57% dei nigeriani vivono sotto la soglia della povertà. Dal 1960 quasi non ci sono state elezioni rappresentative, e le poche tenutesi sono state messe in dubbio da diversi organismi internazionali. La repressione politica e il terrorismo di Stato sono state una costante in questo sfortunato Paese per frenare le ansie di giustizia sociale che scaldano il cuore del popolo nigeriano.

Dalla scoperta delle riserve petrolifere ad oggi le più grandi multinazionali del petrolio si sono dedicate all’estrazione degli idrocarburi e ad allestire migliaia di chilometri di oleodotti per trasportarli, senza nessun tipo di preoccupazione per il benessere del popolo nigeriano o per la salute dell’ambiente, provocando una devastazione umana e ambientale senza precedenti, causata dalla combustione del gas, dai residui del petrolio e dalle rotture degli oleodotti. Questi residui comprendono più di 1,5 milioni di tonnellate di petrolio, cosa che equivale a un disastro come quello della petroliera Exxon-Valdez ogni anno per 50 anni. Questo ha avuto conseguenze drammatiche: fiumi inquinati e senza pesci; piogge acide che danneggiavano i raccolti, rovinavano la flora e la fauna e avvelenavano la popolazione, distruggendo completamente un modo di vivere; un’atmosfera tossica causa di tumori, malformazioni dei neonati, malattie respiratorie. Conseguenze che si sono aggravate per più di 50 anni. Nel corso della storia, prima e dopo la dichiarazione di indipendenza, il popolo nigeriano ha messo in atto diverse forme di lotta per la libertà e l’indipendenza reale, lotte soffocate nel sangue dai diversi governi dittatoriali, con l’impagabile appoggio militare ed economico delle multinazionali e dei governi anglo-europei. Un esempio è il colonnello Pablo Okuntimo, capo della Forza Congiunta Militare e di Polizia negli anni ‘90, noto per la sua corruzione e il suo interminabile elenco di violazioni dei diritti umani, che disse di essere stato pagato e diretto dalla Shell.

Nnimmo Bassey, direttore esecutivo della Environmental Rights Action, è stato chiamato come accusatore l’anno scorso a deporre di fronte a un sottocomitato USA per i diritti umani e la legalità. “La Chevron fornisce regolarmente alloggio e alimenti alle forze di sicurezza, compreso l’esercito, la marina e la polizia, e li paga più del governo”, ha affermato. Il personale della Chevron ha informato che “dirigeva” o “supervisionava” forze di sicurezza della Nigeria. La Chevron ha provveduto al trasporto dei militari e poliziotti “con navi ed elicotteri noleggiati dalla compagnia”.

La repressione si è portata via centinaia di migliaia di vite, ha provocato il trasferimento coatto e l’emigrazione di milioni di persone, e ha instaurato un autentico Stato di terrore, tutto ciò perché il petrolio continui a ingrassare il meccanismo capitalista, in modo che le abitudini consumiste dei Paesi industrializzati non si fermino e un pugno di psicopatici possa continuare a riempirsi le tasche grazie al dolore e alle sofferenze di popoli come quello nigeriano.

A questo sanguinoso saccheggio si dovrebbe aggiungere un debito estero impossibile da pagare, un’altra forma di rapina, perché dopo aver spremuto fino all’ultima goccia le sue ricchezze i governi occidentali, con un cinismo che rasenta l’oscenità, offrono prestiti ad alti interessi, che anno dopo anno aumentano, in modo che si può arrivare al paradosso, come accade in molti dei Paesi soggiogati dal debito estero, che pur avendo già pagato la quantità iniziale fino a 2 o 3 volte, devono continuare a pagare per anni a causa degli interessi esorbitanti che produce il debito.

Tutto questo rappresenta una drammatica realtà che, vigliaccamente, è stata occultata e silenziata dai grandi media occidentali, sempre ben disposti a criticare governi come quelli della Bolivia o del Venezuela per la nazionalizzazione degli idrocarburi. Una misura che se fosse stata attuata in Nigeria, e in altri posti del continente africano, avrebbe fatto sì che le ricchezze naturali fossero andate a proprio beneficio, invece di essere rubate dalle multinazionali  petrolifere, come stanno facendo in Iraq o Afghanistan tramite la guerra, passo ulteriore utilizzato da questi mafiosi quando la corruzione o il colpo di Stato falliscono.

Fuente: http://antimperialista.blogia.com/2010/042101-nigeria-un-ejemplo-del-criminal-saqueo-de-africa-por-el-capitalismo-occidental..php

Evo Morales, i polli transgenici, l’omosessualità e i sicari della disinformazione

29/04/2010
moralesIl presidente boliviano Evo Morales, il “narcoindio fuori di testa”, per dirla alla Oscar Giannino, l’avrebbe fatta grossa. Nel suo ruralismo fondamentalista avrebbe affermato, in sede della “Conferenza Mondiale dei popoli sul cambiamento climatico” tenutasi a Cochabamba, che l’omosessualità e la calvizie dipendono dai polli transgenici.

Apriti cielo, destra e sinistra si sono unite nella lotta contro il troglodita boliviano. Le associazioni gay d’un lampo dimenticano il cardinal Bertone per scagliarsi contro il presidente boliviano. Ma sarà andata proprio come la raccontano? Cronaca dell’ultimo caso di diffamazione a mezzo stampa di un leader del sud del mondo calunniato sistematicamente dai media del nord.

Dall’ABC di Madrid, il quotidiano monarchico spagnolo che darebbe ragione al cardinal Bertone perfino se proponesse di fucilare gli omosessuali, giù giù fino all’ultimo circolo gay di periferia di Europa, dalla Stampa di Torino, che virgoletta una dichiarazione completamente inventata, attribuendola a Morales “Se mangi Ogm diventi gay” fino a Gay.it, tutti sono insorti contro quel cavernicolo del presidente boliviano Evo Morales. Appena più accorto è l’ineffabile Rocco Cotroneo, che sul “Corriere della Sera” virgoletta infedelmente Morales ma poi ci spiega che quel virgolettato taroccato è solo la sua interpretazione autentica del senso del discorso di Morales.

Cosa ha detto di così terribile Evo Morales, nell’ambito di un incontro molto importante e del quale i media si sono interessati solo come occasione di diffamazione? Evo, nell’ambito di una serie di esempi banali sui guasti che l’attuale modello di sviluppo apporterebbe, ha citato, tra l’altro, la Coca-Cola che sarebbe in grado di stappare un bagno otturato, i transgenici colpevoli di causare la calvizie e i polli strafatti di ormoni che sarebbero causa di disfunzioni sessuali per gli uomini. Non un gran discorso, ma Evo non è Rita Levi Montalcini, né la Bolivia è un paese all’avanguardia nelle scienze biotecnologiche.  Testualmente Evo dice: “Il pollo che mangiamo è pieno di ormoni femminili. Perciò quando gli uomini mangiano questi polli possono avere delle deviazioni nel loro essere uomini”.

Tutto qui: scientificamente fondata o infondata che sia, l’affermazione del leader contadino e indigeno boliviano è un passaggio di un lungo discorso nel quale in nessun momento parla di omosessualità. Inoltre il presidente boliviano, la lingua madre del quale è l’aymara, che in spagnolo si esprime con un linguaggio per nulla forbito e che non ha mai fatto in passato dichiarazioni che potessero essere considerate omofobiche, appare chiaramente riferirsi, a meno che non si stia cercando artatamente lo scandalo, a disfunzioni, problemi erettili o simili, che effettivamente molteplici studi scientifici collegano all’assunzione di carni con ormoni. Perché le organizzazioni omosessuali si sentono chiamate in causa da una dichiarazione così banale e che non parla di loro? Perché centinaia di giornali nel mondo manipolano le parole di Evo per far credere che abbia parlato di omosessualità? Perché per Evo Morales si possono mettere tra virgolette parole mai dette?

Ai media poco importa di quello che Evo ha realmente detto, peraltro facilmente disponibile su youtube. Importa cosa mettere in bocca ad Evo Morales per denigrarlo. Ed ecco così la menzogna della Stampa, “Se mangi Ogm diventi gay”, quella di gay.it che virgoletta: “Gli ormoni nei polli fanno diventare omosessuali”, o i grandi disinformatori di El País di Madrid che titola a tutta pagina: “Evo Morales vincola i transgenici all’omosessualità” per poi (politicamente corretti?) imboccare ad associazioni gay spagnole il compito di dare del barbaro ad Evo e completare l’operazione di sicariato mediatico facendo concludere “tali affermazioni sono ancora più inaccettabili perché pronunciate da un governante che si definisce progressista e di sinistra”. Peccato che, semplicemente, Evo non abbia mai detto ciò ma tutto serve per raggiungere l’obbiettivo dell’intera operazione: fare in modo che chi da sinistra guarda con simpatia a Evo Morales possa dissociarsene.

Ricordiamo che “virgolettato”, in termini giornalistici (Cfr. Devoto-Oli) vuol dire “Riportato fedelmente, parola per parola; testuale”. Vuol dire in pratica che un giornalista, usando le virgolette, si prende la responsabilità di testimoniare che quello che ha detto tizio è riportato alla lettera, perché ascoltato con le proprie orecchie o ampiamente verificato. Se virgoletta qualcosa che non è mai stato detto sta mancando a un preciso dovere professionale. E’ ben difficile, o foriero di guai anche giudiziari, virgolettare il falso per Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema o anche per Tony Blair o George Bush. Ma virgolettare il falso, aggravare, distorcere, far dire qualcosa di ridicolo o inaccettabile che non è mai stato detto, addirittura ribaltare dichiarazioni, è titolo di merito per la stampa italiana ed europea quando si parla di dirigenti politici latinoamericani, Evo Morales,  Hugo Chávez o Pepe Mujica.

Falsificare le dichiarazioni (Cfr. l’archivio di questo sito), è una delle maniere preferite per i disinformatori di professione per innescare l’ennesima campagna di diffamazione orchestrata contro un dirigente politico latinoamericano. Sembra di ritornare a quando nel gennaio 2006 il presidente venezuelano Hugo Chávez fu tenuto per settimane sulla graticola per presunte dichiarazioni antisemite, anche quelle rivelatesi completamente inventate, come fu successivamente testimoniato tra l’altro (nel silenzio dei media che avevano diffamato Chávez) da diverse associazioni ebraiche venezuelane e statunitensi.

La calunnia, il virgolettato falsificato su Evo Morales omofobico,  infesteranno la Rete per secoli e ancora una volta sarà impossibile al presidente boliviano (gli ambasciatori del quale non hanno un budget per sostenere cause per diffamazione) esercitare un elementare diritto di rettifica. Tutto però serve a denigrare i dirigenti politici integrazionisti latinoamericani ed occultare le loro proposte e realizzazioni. Qualcuno di voi ha sentito parlare in positivo delle proposte di Evo Morales a Cochabamba per salvare il pianeta? Anche noi, per occuparci della diffamazione orchestrata dai media, dovremmo occuparcene un’altra volta.

di Gennaro Carotenuto http://www.gennarocarotenuto.it

per Latinoamerica http://www.giannimina-latinoamerica.it

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

Il Niger e lo sfruttamento

26/04/2010

Non solo risorse e occupazione, in Niger le miniere di uranio gestite da Areva stanno provocando gravi danni ambientali ed economici, come denuncia Greenpeace.

niger_veleniAd Akokan, in Niger, non conviene respirare a cuor leggero ed è meglio evitare di bere acqua. In realtà, forse sarebbe bene anche non passeggiare per le strade. Akokan è una città tossica, un piccolo villaggio in cui si respira, si beve e si cammina sul veleno. E’ questa l’altra faccia della medaglia di quelle miniere di uranio gestite da Areva, che avrebbero dovuto fare da volano all’economia del Paese e invece si sono trasformate in un boccone avvelenato, nel vero senso della parola.

Villaggi tossici. Le accuse al colosso francese, leader nel settore dell’energia nucleare, sono elencate, nero su bianco, in un dossier pubblicato il 30 marzo da Greenpeace, redatto in base ai dati ottenuti dalle ispezioni effettuate lo scorso novembre. Un rapporto che smentisce le dichiarazioni della società pubblica. Areva, già chiamata in causa nel 2007, si era impegnata a bonificare i territori in cui sorgono le miniere di uranio che ha in concessione. Secondo i tecnici della Ong ambientalista, però, quelle bonifiche non hanno mai avuto luogo e il risultato è che nelle città minerarie di Akokan e Arlit, a circa 850 chilometri a nordest della capitale Niamey, 80 mila persone vivono esposte a forti dosi di radioattività, causata dall’estrazione dell’uranio, minerale necessario come combustibile per la produzione di energia nucleare ed impiegato grezzo nella costruzione di armi atomiche.
Ad Akokan è stato registrata nell’aria una concentrazione di radon, un gas naturale tossico, 500 volte superiore a quella normale. Ma qui sono contaminate anche le strade, perché costruite con pietre ottenuto dallo scarto radioattivo della produzione mineraria.
Ad Arlit, invece, quattro campioni su cinque hanno certificato la pericolosità dell’acqua, con livelli di tossicità oltre i limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della Sanità.
Secondo Rianna Teule, una delle menti della campagna di Greenpeace in ambito nucleare, “chiunque trascorresse anche meno di un’ora al giorno in questi posti, sarebbe esposto ad una quantità di radiazioni superiore a quella annuale, fissata come limite dalla International Commission on Radiological Protection, riconosciuta per legge in diversi Paesi”. Semplificando, in quei distretti è pericoloso fermarsi persino per meno di un’ora al giorno, figurarsi viverci.
Né l’attività estrattiva minaccia solo la salute degli abitanti delle aree minerarie. E’ in pericolo, infatti, anche l’economia locale che, soprattutto nel nord-est del Paese poggia ancora sulla pastorizia. Le miniere, che per funzionare hanno bisogno d’acqua, assorbono le già esigue risorse idriche. Per questo, nella regione di Agadez è a rischio la sopravvivenza dei Tuareg, dei Kounta e dei Fula, così come quella di altre popolazioni nomadi che vivono di pastorizia.

La scommessa nigerina. Il Niger, però, uno dei Paesi più poveri del mondo, all’ultimo posto per i parametri fissati dallo Human Development Index, ha scommesso sull’estrazione dell’uranio e in particolare su Areva che, presente con le sue due sussidiarie, Somair e Cominak, è il più importante partner commerciale e la più grande fonte occupazionale dello stato africano, dal quale ricava oltre la metà della sua produzione di uranio. Per il governo nigerino, insomma, le miniere sono una risorsa preziosa e non conviene stare troppo a sottilizzare: una eccessiva fermezza nei confronti delle compagnie straniere in tema di difesa dell’ambiente e della salute della propria popolazione, potrebbe provocare una fuga delle società minerarie verso altri lidi. Proprio quel che il Niger teme come il peggiore dei mali, visto che solo nel 2009 ha autorizzato l’avvio di 139 progetti di ricerca per l’individuazione di nuovi siti a compagnie canadesi, cinesi e australiane. Di sicuro c’è che una terza importante miniera vedrà la luce tra il 2013 e il 2014, a Imouraren, per il quale Areva avrebbe previsto un investimento di quasi due milioni di dollari. Un giacimento enorme – uno dei più grandi bacini uraniferi del mondo, si legge sul sito della compagnia francese che nel 2009 è salita al primo posto tra i produttori di uranio – che potrebbe restare produttivo per oltre 35 anni.
Ma il Niger è in buona compagnia.

Il trend africano. L’intero continente africano, più in generale, può vantare un’imponente ricchezza del sottosuolo, su cui siedono governi deboli e facilmente corruttibili. Un binomio che fa gola a chi ha capitali da investire
Si trovano in Africa, ad esempio, due delle quattro nuove miniere di uranio aperte tra il 2006 ed il 2009: Langer Heinrich, in Namibia, e Kayelekera, in Malawi.
Il 20 per cento circa della produzione mondiale di uranio nel 2008 proveniva dall’Africa, in particolare da Namibia, Niger e Sudafrica, ma in futuro la cifra è destinata a crescere, dal momento che nei prossimi anni nuovi impianti minerari saranno aperti nella Repubblica Centrafricana, in Namibia e in Botswana, dove negli ultimi anni sono state concesse 138 licenze esplorative, 112 delle quali nell’area del Central Kalahari Game Reserve, dove vivevano i Boscimani, prima che il governo li espellesse, nel 2002. Erano d’intralcio al progresso.
Tre Paesi in cui Areva è presente, così come in Mozambico, attraverso la sua sussidiaria Uramin, società britannico-canadese acquisita nel 2007, un consistente pacchetto delle cui azioni (il 49 per cento) è stato poi rivenduto alla cinese Cgnpc. Se si considera che il colosso francese ha miniere anche in Namibia e Gabon e che conduce esplorazioni o si accinge a farlo in Algeria, Ciad, Congo e Libia si comprende quale sia la sua forza in Africa, continente dove sta scoppiando la febbra mineraria.
L’ultima arrivata è la Tanzania, con due importanti depositi di ossido di uranio individuati nel centro e nel sud del Paese, per un peso pari a oltre 25 mila tonnellate, vale a dire 2,2 miliardi di dollari, su cui metteranno le mani le australiane Mantra Resources e Uranex Resources.

Alberto Tundo

tratto da http://it.peacereporter.net

Il petrolio sta finendo: parola del Pentagono

19/04/2010
petrolio_tubatureUn importante report del Pentagono, e precisamente dell’American Joint Forces Command, esamina il Peak Oil facendo nome e cognome e giunge a conclusioni assai serie.

A pagina 24, un boxino che titola proprio “Peak Oil” recita:

Come mostra il grafico, il petrolio dovrà continuare a soddisfare la gran parte della domanda di energia fino al 2030. Anche assumendo lo scenario più ottimistico di crescita della produzione attraverso nuove tecnologie di estrazione, lo sviluppo di oli non convenzionali e le nuove scoperte, la produzione petrolifera sarà drasticamente sotto pressione per raggiungere la futura domanda di 118 milioni di barili al giorno.

A pagina 29 il drammatico riassunto della questione, che pare scritto dall’ASPO:

Per generare l’energia richiesta da qui al 2030, il mondo dovrà trovare altri 1,4 miliardi di barili all’anno per vent’anni. (…) Il ritmo di nuove scoperte seguito negli scorsi due decenni (escluso forse il Brasile) lascia poco spazio all’ottimismo di chi pensa che in futuro si troveranno nuovi giacimenti. Al presente, gli investimenti stanno appena aumentando, con il risultato che la produzione raggiungerà un prolungato plateau. (…) Nel 2012, la produzione in eccesso sparirà completamente, e nel 2015 mancherà un 10% di output per soddisfare la domanda.

E’ il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e non mi pare ci sia altro da aggiungere alla loro perfetta disamina della situazione. Certo, c’è sempre Repubblica a dire che è tutta una sciocchezza, e chi è in fin dei conti il Pentagono per smentire Repubblica?

tratto da http://petrolio.blogosfere.it

“Non volete smettere di consumare? Tranquilli, sarà la realtà che vi costringerà a farlo”

19/04/2010

SempereJoaquín Semprere è professore di Sociologia all’Università di Barcellona e autore di diverse opere sull’esplosione consumista, l’esaurimento dei combustibili non rinnovabili e la crisi ecologica. I suoi terreni di ricerca preferiti si accentrano sulle necessità umane e ambientali. Ha partecipato alla Settimana Galiziana di Filosofia 2010 con un intervento sulla decrescita. “Quando le banche o i finanzieri parlano di crescita”, spiega il sociologo, “questo non ha niente a che vedere con il progresso umano, con i bisogni reali, ma con un unico concetto: aumentare, aumentare, aumentare sempre il volume dell’economia”

Anche senza sapere bene perché si aumenta
Esatto. Sta qui la grande domanda: Perché? È normale se uno è povero incrementare e migliorare la sua alimentazione, il suo spazio vitale, le sue comodità, ma se si pensa che questo possa crescere indefinitamente la cosa assume un significato diverso.
Avendo un tetto e mangiando tre volte al giorno, perché crescere ancora?
È proprio questa la domanda che non solo indica la logica ma che oggi assume caratteristiche nuove perché il dato è che la popolazione mondiale in soli 200 anni si è moltiplicata per sette, il peso ecologico si è moltiplicato molto di più (c’è chi dice per cinquanta o sessanta) e l’impatto dell’uomo sulla superficie della terra, sulla biosfera, è ormai fuori dal normale e stiamo arrivando al limite. In realtà ci sono ricercatori che avvertono seriamente che siamo già arrivati al limite e questa domanda che Lei pone assume un valore qualitativamente diverso, un valore di sopravvivenza della specie.
La soluzione è la decrescita o è solo un concetto di moda?
Non mi piace molto la parola decrescita per descrivere quello che si dovrebbe ricercare, mi soddisfa di più l’espressione “un’economia ecologicamente sostenibile”.
Come arrivarci?
Per certi aspetti è vero che effettivamente ci sarà da decrescere, soprattutto nei Paesi più ricchi dove chiaramente abbiamo passato i limiti e consumiamo troppo e in modo superfluo e stiamo minando le basi naturali della vita per le generazioni future e anche per le generazioni presenti dei Paesi più poveri. E pertanto qui si che ci sarà da decrescere ma altrove no, altrove si dovrà crescere come per esempio nelle energie rinnovabili o nel Terzo Mondo e anche qui ci sono settori poveri che hanno la necessità di aumentare il loro livello di vita. Per cui credo che se si parla tanto di decrescita è per un fatto di moda. Qualcuno (qualcuno importante) ha lanciato l’idea molti anni fa, è stato un economista che è uno dei padri dell’economia ecologica, e poi il tema è stato ripreso in questi ultimi dieci anni, soprattutto in Francia e in Italia ed effettivamente decrescita è un termine che ha fatto fortuna, ma in fondo credo che la maggioranza sia d’accordo che questa non è l’idea centrale, ma è l’economia sostenibile.
Fermarsi?
Fermarsi, sì, prima si parlava anche di crescita zero o di stato stazionario dell’economia, che sarebbe così. La cosa curiosa del concetto di decrescita è il suo impatto pubblicitario: volete la crescita? Allora non solo proponiamo la crescita zero ma la decrescita.
Questo tipo di misure lo vedremo o non c’è alcun rimedio?
Qui bisogna vedere da diversi punti di vista: uno è che alcuni di coloro che parlano di decrescita lo vedono come un programma di vita e di azione, e a me pare positivo che ci sia un programma di azione. Ma si può guardare da un altro punto di vista: la realtà stessa ci imporrà il razionamento, ci provocherà dei collassi, un caso chiarissimo è quello del petrolio, che finirà e tutti lo sanno anche se nessuno lo dice e in effetti c’è chi sostiene che già attualmente siamo entrati nella fase di declino e può darsi davvero che sia così. Come si dice: non vuoi farla finita con il consumo, smettere di consumare? Tranquillo che sarà la realtà a costringerti, te lo imporrà. E se non ci sarà gente che farà questo discorso della decrescita, della crescita zero, della frugalità, se nessuno ci penserà né lo divulgherà, continueremo con gli stessi miti che è possibile continuare a crescere e invece bisogna farla finita con questo.
E cosa vi aspettate che succeda allora? Più guerre tanto per cominciare?
Se succede questo potrebbero esserci conseguenze politiche molto sgradevoli o molto disastrose: per cominciare leader populisti che promettano mari e monti, il messaggio “non vi preoccupate, ci penso io”. E come ci penserà? Ci sono varie maniere perché il mondo è molto grande ed è ripartito in modo molto diseguale, e può darsi che una parte dell’umanità, quella che ha più soldi, tecnologia ed armi, si imponga agli altri, allora potremmo entare in un’epoca di disordini, guerre e di avventure imperialiste. Abbiamo di fronte il caso dell’Iraq e nulla ci garantisce che non ci saranno altri casi simili in futuro. Quello che penso in generale è che andremo, più che ad una riduzione volontaria del consumo, a una frugalità imposta dalla realtà stessa e che se non ci saranno porgrammi di azione individuale, collettiva e anche politica per amministrare adeguatamente questa scarsità di risorse che ci troveremo addosso, se non ci sarà razionalità su questo punto e spirito di solidarietà potremmo entrare in una fase regressiva di decadenza della civiltà, di disgregazione sociale e di conflittualità all’interno e all’esterno dei Paesi.

Fonte: http://www.farodevigo.es/portada-pontevedra/2010/04/11/quiere-parar-consumir-tranquilo-obligara-realidad/428073.html

Piccoli dissidenti cubani crescono….

14/04/2010

In mezzo secolo qui non abbiamo assassinato nessuno, non abbiamo torturato nessuno, non c’è stata nessuna esecuzione extragiudiziale. Beh, a dire la verità si è torturato a Cuba; ma nella base navale di Guantánamo, non nel territorio che governa la Revolución…

Raúl Castro

Ci risiamo. Come succede puntualmente almeno un paio di volte l’anno è ripartita, più stucchevole che mai, la solita campagna mediatica sui “diritti umani” a Cuba.

Stavolta il pretesto è stata la morte del “dissidente” Orlando Zapata Tamayo a seguito di uno sciopero della fame.

Chi era Orlando Zapata? Era un detenuto comune, pluricondannato per reati “di opinione” come violazione di domicilio (1993), lesioni (2000), truffa (2000), lesioni e porto abusivo di arma bianca (2000, ferite e frattura del cranio provocate con un machete). In carcere era stato toccato dallo spirito santo ed era diventato miracolosamente un dissidente.

Nel dicembre 2009 inizia uno sciopero della fame chiedendo di avere a disposizione un televisore, un cellulare e un fornello per cucinare. Cose che a nessun altro detenuto del mondo vengono consentite. Le condizioni di Zapata  Tamayo, che era stato operato per un tumore al cervello nel marzo 2009, si aggravano. Viene trasportato in ospedale e nutrito artificialmente, ma muore il 23 febbraio.

Parte l’ennesima campagna a favore dei “dissidenti”, che vede protagonisti media e personaggi davvero incredibili. Da noi circolano due o tre appelli, uno promosso da La Nazione, un altro da Pigì Battista, opinionista del Corriere della Sera, che ha ricevuto una lettera di adesione di Piero Fassino, un altro ancora da L’Unità, tra le firme quella dell’ex direttrice del Tirreno Sandra Bonsanti.

Cominciamo allora proprio da una citazione tratta da L’Unità: “Il cosiddetto ‘caso Cucchi’ è stato tutto meno che un caso. Nelle carceri italiane muoiono in media 150 detenuti l’anno: un terzo per suicidio, un terzo per ‘cause naturali’ e la restante parte per ‘cause da accertare’. I morti per suicidio sono una cifra impressionante: con 1005 casi accertati dal 1990 a oggi, in carcere ci si suicida ventuno volte di più che fuori. Si tratta inoltre di un dato che aumenta in modo esponenziale con l’aumentare del sovraffolamento: nell’ultimo anno, a un incremento del venti per cento della popolazione carceraria è corrisposto un incremento dei suicidi vicino al 50 per cento (1)”.

Ciò nonostante, nessuno dei firmatari degli appelli contro Cuba si è mai stracciato le vesti per denunciare questo massacro, né qualcuno si è mai sognato di dire che in Italia esiste un regime che nei suoi lager stermina 150 dissidenti l’anno.

Se qualcuno nella nostra città avesse voglia di spendersi a favore dei diritti dei detenuti, gli ricordiamo che alle Sughere solo negli ultimi 7 anni ne sono morti 12 , probabilmente molti di più che in tutta Cuba dalla Rivoluzione del 1959 ad oggi.

L’adesione agli appelli contro Cuba di Piero Fassino e di Sandra Bonsanti, che sono notoriamente dei supporter di Israele, ci suggerisce un altro paragone interessante. Vediamo che dice il rapporto 2008 di Amnesty International sul Paese sionista: “All’incirca 9.000 persone, tra cui oltre 300 bambini e palestinesi arrestati in anni precedenti, a fine anno erano ancora in carcere. Oltre 900 erano trattenuti in detenzione amministrativa senza accusa né processo, compresi alcuni trattenuti dal 2002”.

Il 7 aprile scorso l’agenzia di stampa EFE ha informato che 7mila prigionieri palestinesi hanno iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato perché migliorino le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane e cessino le “umiliazioni” ai loro familiari che li visitano ai posti di controllo e alle porte di accesso delle prigioni. Ne avete sentito parlare? C’è qualche media che ha pubblicato la notizia? Pensate che se uno solo dei 7mila prigionieri morisse qualcuno chiederebbe l’abbattimento del governo israeliano?

Eppure Israele sarebbe un terreno fertile per i difensori dei diritti umani. In un articolo pubblicato di recente sul nostro sito si leggeva che molti attivisti sudafricani antiapartheid inorridiscono osservando le condizioni di vita nei territori palestinesi occupati, e ritengono che “quello che abbiamo sofferto noi con l’apartheid era un picnic a paragone di quello che subiscono i palestinesi” (2).

Da Israele per associazione di idee passiamo alla Colombia, visto il supporto che Israele ha sempre generosamente offerto ai gruppi paramilitari fascisti colombiani. Citiamo un altro articolo pubblicato dal nostro sito, scritto dal professore catalano Vicenç Navarro “Il lettore immagini se quest’anno a Cuba si fosse scoperta una fossa comune dove giacessero più di 2000 persone giustiziate dall’Esercito Cubano negli ultimi anni, e che uno dei cubani che avessero denunciato le scomparse e le esecuzioni di queste persone fosse stato anch’egli assassinato dall’Esercito. La mobilitazione mediatica da parte dei maggiori mezzi di informazione sarebbe stata enorme (…). Bene, i 2.000 omicidi di persone scomparse esistono e anche la persona che li ha denunciati e che è stato assassinato pure lui dall’esercito. L’unica differenza è che il Paese non è Cuba, ma la Colombia” (3). Ne avete sentito parlare? Avete visto qualcuno dei firmatari degli appelli per i dissidenti cubani mobilitarsi per i diritti umani in Colombia? No, naturalmente. E il presidente narcofascista Uribe viene considerato un partner affidabile da tutti i governi “occidentali”.

Qualche riga se la merita anche La Nazione, per quanto nella nostra città il quotidiano fiorentino venga utilizzato più che altro per incartare il pesce.

L’opinionista di politica internazionale de La Nazione Cesare de Carlo si è schierato apertamente con i militari golpisti dell’Honduras, sostenendo una strana teoria per cui in Honduras non c’è stato nessun golpe e che i militari hanno solo difeso la costituzione contro il vero golpista, il presidente legittimo Manuel Zelaya. Naturalmente non sono mai esistiti neanche i 150  morti ammazzati dal giorno del golpe ad oggi (soltanto a marzo 5 giornalisti) (4).

Un altro promotore di appelli contro Cuba, Aldo Forbice, è forse il personaggio più divertente di tutta la compagnia: consigliamo di seguire il suo programma alla radio “Zapping” che è di una comicità irresistibile. Emilio Fede a paragone di Forbice diventa un imparziale anchorman di stampo anglosassone. Tempo fa intervistò tale Alejandro Peña Esclusa, presentandolo come il “leader dell’opposizione democratica venezuelana” (5). Vediamo cosa dice di lui Wikipedia: “membro della setta Tradizione, Famiglia e Proprietà, movimento filo-fascista, che permette l’ingresso solo a coloro che dimostrano di essere di razza ariana pura. La setta sarebbe stata organizzatrice di attentati contro Giovanni Paolo II durante il suo viaggio a Caracas il 13 novembre 1984, e al presidente degli Stati Uniti d’America, Ronald Reagan, in seguito ai quali la setta è stata dichiarata fuorilegge in Venezuela, Francia, Spagna e Argentina, paesi dove era maggiormente radicata. L’11 aprile 2002 Peña Esclusa partecipa al tentato colpo di stato in Venezuela”. Come leader moderato non c’è male…

Per Senza Soste, Nello Gradirà

13 aprile 2010

(1) http://unita.it/news/italia/91087/non_solo_stefano_cucchi_le_tanti_morti_sospette_delle_carceri_italiane

(2) http://www.senzasoste.it/le-nostre-traduzioni/ilan-pappe-l-apartheid-era-un-picnic-a-paragone-di-quello-che-subiscono-i-palestinesi

(3) http://www.senzasoste.it/le-nostre-traduzioni/diritti-umani-in-america-latina-due-pesi-e-due-misure

(4) Cinco periodistas asesinados en un mes en Honduras: ¿donde están los titulares? (http://www.rebelion.org/noticia.php?id=103374)

(5) Notare che i paladini dei diritti umani non ce l’hanno solo con Cuba, ma anche con gli altri Paesi di sinistra latinoamericani dove pure esiste quel sistema elettorale pluripartitico che auspicano per Cuba. Segno evidente che per loro sono “feroci dittature” tutti quei Paesi dove i predatori neoliberisti sono stati mandati via a pedate.

Diritti umani in America Latina: due pesi e due misure

12/04/2010

america_latina_pugnoIl titolo dell’articolo si riferisce allo strabismo conservatore mostrato dai maggiori media del paese nella copertura delle violazioni dei diritti umani in America Latina. Il lettore immagini se quest’anno a Cuba si fosse  scoperta una fossa comune dove giacessero più di 2000 persone giustiziate dall’Esercito Cubano negli ultimi  anni, e che uno dei cubani che avessero denunciato le scomparse e le esecuzioni di queste persone fosse stato anch’egli assassinato dall’Esercito. La mobilitazione mediatica da parte dei maggiori mezzi di informazione sarebbe stata enorme. E più di un governo, oltre a denunciare il governo cubano, avrebbe rotto le relazioni diplomatiche con quel Paese. E, come no, il Parlamento Europeo (con una maggioranza conservatrice e liberale)  avrebbe approvato una risoluzione di condanna, interrompendo qualsiasi relazione diplomatica e commerciale con quel Paese. E, probabilmente, avrebbero proposto il Premio Nobel per la Pace alla memoria al cittadino  assassinato dall’Esercito. Il governo federale USA avrebbe potenziato la valanga mediatica, politica ed economica contro il governo cubano, accentuando ulteriormente il blocco economico. E, come no, la stampa più diffusa in Spagna avrebbe criticato, ancora una volta, molti intellettuali di sinistra per la loro mancanza di entusiasmo nella denuncia del fatto.

Bene, i 2.000 omicidi di persone scomparse esistono e anche la persona che li ha denunciati e che è stato assassinato pure lui dall’esercito. L’unica differenza è che il Paese non è Cuba, ma la Colombia. In quel Paese una fossa comune è stata trovata quest’anno, casualmente, vicino alla base militare colombiana situata nel  municipio de La Macarena, nel Dipartimento del Meta, a sud della capitale, Bogotá. La fossa è stata scoperta quando gli abitanti della zona si sono resi conto che molte persone si ammalavano bevendo l’acqua delle sorgenti nel bosco, che era stata contaminata, per cui si è scoperto in seguito che c’erano dei cadaveri sepolti  in quella fossa comune. L’unico segnale era una bandiera con le date della sepoltura: 2002-2009. La conseguente investigazione ha rivelato che c’erano più di 2.000 persone sotterrate lì. L’esercito colombiano ha ammesso la sua responsabilità, indicando che erano guerriglieri catturati o morti in combattimento. Ma, non ha spiegato perché erano stati sepolti segretamente e senza seguire le minima regola richiesta per la registrazione dei morti.

In realtà il caso era molto simile a un altro precedente -il caso dei “falsi positivi”- in cui altre 2.000 persone erano state assassinate dall’esercito, presentandole falsamente come guerriglieri, mentre fu dimostrato che non lo erano. Il sindacalista Johnny Hurtado, e Presidente del Comitato per i Diritti Umani Venezuelano, che aveva denunciato la scoperta, aveva dichiarato a una delegazione di membri del Parlamento della Gran Bretagna, in visita in Colombia, che gli assassinati sotterrati nella fossa comune de La Macarena non erano guerriglieri, ma persone che erano scomparsi e che non avevano nessun legame con la guerriglia (le cui azioni criticò e denunciò). Il governo e le forze armate stavano utilizzando -secondo lui- la controguerriglia per eliminare fisicamente tutti i loro oppositori, presentandoli come guerriglieri. E in certe occasioni non erano neanche  oppositori. Ma l’esercito li ammazzava per indicarli come guerriglieri allo scopo di dimostrare la sua “efficienza”. Il 15 marzo di quest’anno fu assassinato Johnny Hurtado, mentre soldati dell’odiata e temuta Brigata mobile nº 7 pattugliavano l’area dove viveva. Diventò così il numero 7 dei sindacalisti assassinati nei primi mesi del 2010 in quel Paese (nel 2009 sono stati 39).

Tutti questi omicidi hanno avuto luogo durante il mandato del Presidente Uribe e del suo Ministro della difesa Juan Manuel Santos (il candidato alla successione di Uribe come Presidente della Colombia). E nonostante le loro smentite, è altamente improbabile che non fossero a conoscenza di questi fatti, perché l’Esercito ha difeso tali azioni “come atti della necessaria lotta contro la guerriglia”. La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, tuttavia, ha chiesto che venga fatta un’indagine sulle violazioni dei diritti umani in quel Paese, definita come “sistematica e largamente estesa”, considerandola un “crimine contro l’umanità”.

Di fronte a questa terribile situazione c’è stato un silenzio assordante da parte dei presunti difensori dei diritti umani. Il Parlamento Europeo non ha detto nulla, il Governo Obama (le cui forze armate facevano da consulenti ai militari colombiani nella base de La Macarena) riattiverà il Trattato bilaterale USA-Colombia (che aveva stipulato il Presidente Bush con il Presidente Uribe). E i media più diffusi, presunti difensori dei diritti umani, sono rimasti in generale silenziosi su questo caso. A dire il vero in Spagna il Presidente Uribe e il suo governo hanno avuto buonissima stampa. Diversi tra i rotocalchi di maggior diffusione hanno pubblicato interviste molto favorevoli al Presidente Uribe e al suo successore. E i presunti grandi difensori della libertà -compreso Mario Vargas Llosa- sono rimasti in assoluto silenzio. Superfluo dire che i portavoce di quel governo, aiutati dai media che gli offriranno una grande cassa di risonanza, negheranno questi fatti. Mentre quelli che si autodefiniscono difensori dei diritti umani e che continuamente muovono critiche (alcune delle quali giustificate) a Cuba, continueranno a ignorare le orribili violazioni di tali diritti in altri Paesi, i cui governi sono considerati amici, trasformando in farsa il loro presunto impegno per i diritti umani.

Vicenç Navarro (*)

Público

(*) Professore di Scienze Politiche e Politiche Pubbliche dell’Università Pompeu Fabra e Professore di Politiche Pubbliche della Johns Hopkins University

Fonte http://www.rebelion.org/noticia.php?id=103768

Chomsky: “La Base di Guantánamo viene utilizzata per creare altri terroristi”

22/03/2010

chomsky2Il New York Times ha definito Chomsky come forse “il più importante intellettuale vivente oggi”. Tuttavia le sue opinioni si ascoltano di rado nei mass-media. La trasmissione di Democracy Now! di lunedì scorso era destinata al linguista e dissidente di fama mondiale Noam Chomsky. In una lunga conversazione pubblica con lui nella Harvard Memorial Church a Cambridge, Massachusetts, Chomsky parla della politica estera e della politica di sicurezza nazionale del presidente Obama, degli insegnamenti della guerra del Vietnam, e del suo attivismo.

“Uno non può impegnarsi a metà su questo tipo di cose”, afferma Chomsky. “O lo si fa seriamente, e uno si impegna seriamente, oppure vai a una manifestazione e te ne torni a casa e ti dimentichi di tutto, torni al tuo lavoro e non succede nulla. Le cose accadono solo quando c’è un lavoro veramente dedicato e diligente”.

AMY GOODMAN: Cominciamo oggi con un estratto del più recente discorso di Chomsky, uno sguardo critico verso l’impulso che sta dando l’amministrazione Obama all’aumento delle sanzioni contro l’Iran.

NOAM CHOMSKY: La difesa del presidente Lula a favore dell’Iran in relazione all’uso delle tecnologie nucleari è stata vista dai mass media come una forma di paradosso. Perché non sta con il resto della comunità internazionale, con il resto del mondo? Questa domanda tocca un punto fondamentale di quella che è la cultura dell’imperialismo. Chi è la comunità internazionale? Perché se si guarda bene risulta che la comunità internazionale è Washington e quelli che vogliono esistere devono essere d’accordo con questa logica. Il resto non è parte del mondo. Sono una specie di opposizione.

Un altro gruppo che non è parte del mondo è la popolazione degli Stati Uniti. Nei sondaggi più recenti, di circa due anni fa, la maggioranza degli statunitensi erano d’accordo sul fatto che l’Iran avesse il diritto di sviluppare  l’energia nucleare, ma naturalmente non le armi nucleari. In pratica questo sondaggio dimostrò che le opinioni degli statunitensi su questo argomento erano quasi identiche a quelle degli iraniani per molti aspetti.

Nessuno che abbia un minimo di buonsenso vuole che l’Iran o chiunque altro sviluppi armi nucleari. Pertanto su questo sono tutti d’accordo. E in realtà c’è molto conflitto sui temi della proliferazione delle armi nucleari. Non è uno scherzo. La visione di Obama include la forza, si basa sulla necessità di porre fine alle armi nucleari e a ridurre e possibilmente eliminarle. Bene, questa è la visione, e nella pratica?

Sulla politica estera del presidente Obama

Quando si insediò alla Casa Bianca o quando fu eletto, credo che fu Condoleezza Rice a prevedere che la politica estera di Obama sarebbe stata una continuazione del Secondo mandato di Bush, che eliminando figure come Wolfowitz e Rumsfeld si era orientato su una rotta più o meno centrista. Si parlava più di negoziare e meno di aggredire. Una politica più cortese rispetto agli alleati. Pertanto un atteggiamento più accettabile, ma essenzialmente non c’erano stati cambiamenti. La previsione era che tutto questo sarebbe proseguito e la mia opinione è che sia stato fondamentalmente così.

Sul movimento anti-guerra negli USA…

La mia opinione, e non è maggioritaria, è che il movimento sia più forte ora che negli anni ‘60. Nel 1968-‘69 fu molto forte il movimento contro la Guerra del Vietnam. Ma bisogna ricordare che questa guerra era cominciata nel 1962 e in quel momento erano già morte circa 60.000 o 80.000 persone sotto il regime fantoccio degli USA. Solo nel 1962 Kennedy dichiarò la guerra aperta, inviando le forze aeree nordamericane perché cominciassero a bombardare il Vietnam del Sud. A quell’epoca le proteste stavano a zero.

Se si paragona all’Iraq non possiamo dimenticare che le manifestazioni erano cominciate anche prima dell’invasione. La Guerra degli USA in Iraq è stata orrenda, probabilmente avrà ucciso un milione o più di persone, ha distrutto il Paese, si è prodotta una distruzione culturale orribile. Ma avrebbe potuto andar peggio. Non è paragonabile a quello che gli USA hanno fatto in Vietnam. Non c’è stata saturazione di B-52 con bombe chimiche e altro. E credo che questo sia dovuto effettivamente alle manifestazioni realizzate dal movimento anti-guerra. La popolazione di qui si è civilizzata di più. Diciamo che questa è stata una delle tristi lezioni degli anni ‘60.

Su Guantánamo …

Se vuoi far parte del mondo civilizzato e vuoi ridurre le richieste del movimento estremista arabo, giudicali in  un tribunale civile. […] Già il fatto che stiano a Guantánamo è inaudito. In primo luogo, che cos’è Guantánamo? È un territorio che è stato rapinato a Cuba un secolo fa a mano armata. Dissero “dateci Guantánamo o preparatevi”. Cuba era sotto occupazione militare. Lo chiamano “trattato”, ma sai com’è… E il trattato di Guantánamo, se lo vogliamo chiamare così, ha permesso l’installazione di una base della Marina. Ma come sapete non è per questo che la usano.

E’ stata usata per imprigionare i rifugiati haitiani, quelli che fuggivano dai regimi dittatoriali appoggiati dagli USA. Arrivano lì perché il governo nordamericano non gli concede l’asilo politico con la motivazione che sono  solo rifugiati economici. I guardacoste cercano di fermarli, e se qualcuno passa allora li inviano a Guantánamo. Ora sapete che uso fanno della base.

In realtà la Base di Guantánamo si usa per creare terroristi. Non è un’opinione mia, ma quella dei principali interroganti degli USA, come Matthew Alexander, che ha scritto un articolo su questo. Ha detto che è la maniera perfetta per creare un terrorista. Ispira il terrorismo da ogni parte e trasforma molte persone in terroristi. La maggioranza dei quelli che stanno a Guantánamo sono bambini di 15 anni che i marines hanno trovato con un fucile in mano quando le truppe USA hanno invaso i loro Paesi, e beh, cosa si aspettavano?

Amy Goodman

Democracy Now!

Frammenti dell’intervista concessa a Democracy Now! il 15 marzo 2010, tratto da http://www.rebelion.org

Fonte: http://www.democracynow.org/2010/3/15/noam_chomsky_on_obamas_foreign_policy